“Dalla vegetazione ubriacata dalle grandi piogge della stagione arrivavano zaffate di foglie verdi. C’era qualcosa di violento nel modo in cui platani, gardenie, magnolie, alberi di canfora, calami aromatici, felci, alberi del corallo, palme, giunchi e piante di tabacco crescevano e si propagavano: un che di assassino che conferiva al vento che entrava un vago richiamo carnale. L’umidità eccessiva imperlava mobili e pavimento di gocce di condensa”.
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December 26th, 2011
“Il vento ero io, e i giorni e le notti del passato. Le fronde delle palme erano graffi sulla pelle.”
Sembra un post di Clara Nubile sul suo blog Tabaccherie orientali e invece è una citazione di Jayanta Mahapatra all’inizio di un racconto della bella raccolta che dal blog di Clara prende proprio il titolo.
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December 18th, 2011
Ho letto La gabbia d’oro qualche tempo fa e oggi l’ho trovato mettendo a posto i libri. Il mio mettere a posto i libri è un po’ complicato, perlomeno spazialmente complicato, nel senso che ogni mese riempio una valigia di libri che ho letto e la porto in campagna dove ho la mia stanza dei romanzi (ma c’è anche una libreria per le poesie), col soffitto basso, una porticina da cui si esce direttamente su una stradina di campagna, un divano comodo, una scrivania e la mia vecchia Remington appesa alla parete. La gabbia d’oro l’avevo lasciato a Roma proprio per parlarne un giorno o l’altro ma poi me l’ero dimenticato. Ed eccolo qua…
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November 27th, 2011
ONDA
poesia è la lingua con cui non si può essere parlati
è l’ebbrezza
la guarigione
l’incontro
care Clara Elisa Katia Livia Manuela Silvia Sonia Stefania
saluto il nostro bellissimo incontro con questa poesia di Paola Febbraro.
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October 17th, 2011
Questo non è un libro ma un incontro che si terrà domani venerdì 7 ottobre dalle 18.30 alle 21.30 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Makilam (Malika Grasshoff) è nata e cresciuta in Algeria in un villaggio del Djurdjura nella regione della Cabilia. Si è trasferita in Germania a 17 anni dove ha conseguito il dottorato in storia e etnografia all’Università di Bremen. Il suo punto di vista dall’interno delle sacre pratiche matrilineari rivela la complessità del simbolismo e la centralità delle donne nella cultura cabilia. Il brillante lavoro di Makilam getta una luce completamente nuova sui riti, i miti e sulla struttura sociale di questa società ora in pericolo di estinzione.
Seguirà aperitivo conviviale.
Spero di andarci così vi farò sapere…
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October 6th, 2011
Questo post è dedicato a mia madre. Grazie lei ho capito, con molta fatica e dolore, che non c’è un unico modo di vivere.
Mentre stava per prendere la metropolitana alla stazione di Seul seguendo il marito tra la folla, Park So-nyo, la mamma di questo romanzo, si è persa. Il libro racconta la storia di questa perdita. Per lei la perdita dell’orientamento, e probabilmente della vita, dei figli, della quotidianità in cui è vissuta da sempre. Per i figli la perdita della madre e dei punti fermi che lei rappresentava per loro.
Non hai mai smesso di chiamarla mamma anche ora che è scomparsa. Quando esclami: “Mamma!” vuoi credere che mamma è sana e salva. Che mamma è forte. Che mamma non è turbata da nulla. Che mamma è la persona che vuoi chiamare ogni volta che qualcosa ti angoscia in questa città.
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August 25th, 2011
“Mio padre fa la donna delle pulizie. Spesso, dopo la scuola, vado a dargli una mano. Perché così torniamo a casa prima. E anche perché è mio padre. Lucido, pulisco, strofino, aspiro, anche negli angoli. Piccolo e magro come sono, mi infilo dappertutto. Ma imparo, anche. Una parola alla settimana. Mica parole qualunque. Le parole che fanno paura. Quelle arroganti, superiori, sdegnose, trascendenti, quelle che possono farti fare la peggior figuraccia della tua vita se non ne conosci il significato. Quelle che si permettono di avere tre consonanti di fila, come astruso. O addirittura quattro, come instradare. E non è mica un errore di ortografia. [...]“
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July 10th, 2011
Riaprendolo per scrivere questo post e rileggendo le parti che avevo sottolineate, Solo un altro anno, mi restituisce ancora più forte la sensazione che avevo avuto mentre lo leggevo: che sia un romanzo più che una raccolta di racconti. Il romanzo dei tentativi di rifarsi una vita o aggiustare quella che si è lasciata alle spalle, e accorgersi sempre inesorabilmente che il passato è svanito così in fretta, e con lui anche la capacità e il bisogno di amare quelli che abbiamo sempre amato, quell’inerzia emotiva che ci ha fatti arrivare fin qui.
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March 18th, 2011
“Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di un incontro o di uno scontro. Siamo crocevia, punti di passaggio, ponti. Siamo mobili, e possiamo volare con le ali nascoste nelle pieghe delle nostre anime celesti.”
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February 24th, 2011
Giorni di pioggia a Madras sarebbe la giusta traduzione dall’inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a Layla, l’io narrante protagonista del romanzo, ti sentirai spesso come un topo in gabbia, intravedrai la via d’uscita dove dirigerti speranzoso per poi capire che è una porta chiusa o illusoria. Non c’è via d’uscita, se non quella definitiva della fuga.
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January 2nd, 2011
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