Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Chiara luce del giorno

October 2nd, 2007

La gran parte dei romanzi che leggo sono scritti da donne, perché ce ne sono tanti e perché spesso le loro storie sono le più interessanti. Ma soprattutto perché sembra proprio che quello femminile sia un genere in estinzione, e così sento il bisogno di leggere storie scritte da donne. Se avete voglia di approfondire l’argomento, leggete il saggio “La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose del genere” di Marina Terragni, Mondadori 2007, un libro che affronta il problema con la mente e il cuore molto liberi.

Di Anita Desai ho letto quasi tutto quello tradotto in italiano. I romanzi che preferisco sono Chiara luce del giorno, Notte e nebbia a Bombay e Digiunare, divorare. Se volete, guardate la bella foto che le ha fatto Marco Delogu.

Oggi parlerò di Chiara luce del giorno, un romanzo che potrebbe essere ambientato ovunque per l’universalità dei sentimenti che racconta: i rapporti tra fratello e sorella e tra sorelle. Ma il periodo in cui la storia si svolge è quello della grande spartizione, ovvero la creazione dello stato musulmano del Pakistan separato dall’India indù, poco prima dell’indipendenza dell’India nel 1947. E proprio in quel anno ci furono violenti scontri tra i due gruppi religiosi che costrinsero 10 milioni di induisti a fuggire dal Pakistan e 7 milioni e mezzo di musulmani dall’India. Dalla casa dove il romanzo è ambientato (non se ne esce mai, a parte qualche fuga dai vicini) si percepiscono gli scontri lontani tra indù e musulmani, i fuochi, la violenza inaudita che cesserà soltanto con la morte di Gandhi per mano di un indù.

La storia si svolge quasi interamente nella casa di famiglia, dove Bim, la sorella maggiore, è rimasta a vivere dopo la morte dei genitori e della zia e dopo il matrimonio dei fratelli per accudire il fratello demente, e dove Tara, la sorella minore, torna per partecipare al matrimonio della figlia del fratello Raja che, nonostante sia nato indù, è diventato un noto poeta urdu e si è sposato con la figlia del loro vicino musulmano, seguendolo a Hyderabad dove si era rifugiato duranti gli scontri del 1947.

Il romanzo va avanti e indietro negli anni, quando i fratelli erano bambini, fino all’estate dell’arrivo di Tara. Bim, la sorella che sembrava più libera dalle convenzioni, che non voleva sposarsi prima di aver preso una laurea, nonostante insegni e sia quindi economicamente indipendente, è rimasta prigioniera della casa e del passato, mentre Tara, che da bambina sembrava indifesa e insicura ed era certamente la più tradizionale tra le due, si è sposata con un diplomatico con cui è andata a vivere negli Stati Uniti, ha due figlie, e una vita movimentata. Ma tornare nella casa di famiglia è per Tara come finire in una ragnatela, ripiombando nella sua insicurezza, con Bim sempre a rimproverarla e ad accusarla come se tutti quegli anni non fossero passati.

Avete mai provato questa sensazione? Tornare nel passato (la vostra casa o città di origine) e sentire che nonostante tutto quello che di positivo avete costruito nella vostra vita, una volta lì tutto questo svanisce e vi ritrovate con le insicurezze e le paure che pensavate di aver vinto e invece è come se fossero rimaste lì ad aspettarvi, insieme a quella parte di voi che pensavate fosse morta. “ […] ma il passato non finisce! Nulla finisce, mai.”, dice Tara a Bim. E l’estate di Bim e Tara trascorre così, tra incomprensioni e alleanze, tra sogni di fuga e ripensamenti, e attraverso i loro ricordi sembra che anche il fratello Raja sia lì con loro nonostante se ne sia andato via tanto tempo prima.

Di questo racconta Chiara luce del giorno, dell’amore infinito che si può sviluppare tra fratelli durante l’infanzia e della rabbia e dell’incomprensione che proprio quel amore può far nascere da adulti, perché noi siamo anche le nostre sorelle e i nostri fratelli e verso di loro siamo inflessibili come verso noi stessi, anzi di più, perché loro sono il nostro ideale.

Anita Desai, Chiara luce del giorno, Einaudi nel 1998, pp. 230 (Clear Light of Day, 1980).
Anita Desai è nata in India nel 1937 da padre bengalese e madre tedesca. Cresciuta a Delhi, vive tra Bombay e Stati Uniti.

Entry Filed under: Anita Desai, India

4 Comments

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  • 1. laura mazzone  |  November 7th, 2007 at 4:44 pm

    A differenza di te, non ho confidenza con gli scrittori non occidentali: è come se mi sentissi più rassicurata restando in ambito mitteleuropeo con qualche sconfinamento, specie passato, nel sudamerica.
    Questi tuoi commenti, tuttavia, mi dicono chiaramente che è ora di guardare con rinnovata curiosità, come a venti anni, al diverso e penso proprio che inizierò da questo libro, che per ovvi motivi, mi riporta indietro nel tempo, all’essere sorella più piccola ed a quando la curiosità prevaleva sulla paura.

  • 2. Silvia Merialdo  |  June 17th, 2008 at 2:30 pm

    Anche a me piace molto Anita Desai.
    Chiara luce del giorno è il suo romanzo che mi è piaciuto di più. Delicato e profondamente umano, sospeso fra passato e presente, quasi senza futuro.

    Ho molto apprezzato questo tuo blog dedicato a libri non occidentali. Se hai voglia e tempo, ti invito a visitare il mio blog, dedicato a libri indiani e dintorni:
    indian-words.blogspot.com

  • 3. karachan  |  July 28th, 2009 at 2:56 pm

    Ciao Cris, ciao Silvia!
    Scrivo lo stesso commento sul blog di tutte e due visto che avete dedicato entrambe un post a “Chiara luce del giorno”, libro che ho finito di rileggere questa mattina.
    C’e’ una frase di Bim che mi ha fatto riflettere:
    “ – Non trovi strano il modo in cui la vita, anziche’ scorrere come un fiume, procede invece a salti, quasi fosse trattenuta da chiuse che di tanto in tanto vengono aperte per permetterle di buttarsi fuori, in una sorta di inondazione? Ci sono lunghi periodi in cui non accade nulla, ogni giorno identico al precedente, lento, monotono, poi tutt’a un tratto qualcosa si spezza, si verificano eventi grandiosi…terribili…anche se sul momento non ce ne rendiamo conto, poi la vita riprende a stagnare fino alla nuova spinta, la prossima inondazione. Quell’estate…l’estate del ’47, fu certamente uno di tali momenti…”
    Mi sembra che all’inizio del romanzo Bim si trovi proprio in uno di quei momenti di stagnazione in cui nulla accade. Vive ormai da anni sola con Baba nella vecchia casa dove e’ nata e cresciuta. Poi arriva Tara che risveglia in lei i ricordi e i sentimenti di un altro periodo della sua vita, fin troppo ricco di avvenimenti accaduti uno di seguito all’altro, quasi precipitosamente, senza lasciare il tempo di fermarsi a riflettere. Questo e’ un romanzo che guarda dentro l’animo delle presone. L’abilita’ dell’autrice di tratteggiare i personaggi con tutte le loro piccole contraddizioni e’ ammirevole. La Storia dell’India fa da contorno al romanzo, ma e’ una Storia quasi “intimizzata” vista attraverso i protagonisti del libro. Questo mi e’ piaciuto molto. E’ proprio vero che non servono per forza colpi di scena o scenari avvincenti per rendere bello un romanzo! Quando chiudo l’ultima pagina di un libro e subito comincio a sentire nostalgia per i personaggi che mi hanno accompagnato per giorni (o anche solo poche ore…), allora so che e’ valsa la pena leggerlo. Confesso pero’ che mi e’ rimasta la curiosita’ di conoscere Raja da grande, di assistere all’incontro tra lui e Bim… ma forse e’ meglio cosi’, che questo non sia stato raccontato.

  • 4. cristina  |  July 28th, 2009 at 3:14 pm

    grazie del commento, e di aver riportato quella bellissima frase di Bim.
    L’ho letto e riletto Chiara luce del giorno e l’ho sempre trovato magnifico.
    Non so se hai mai letto Grazia Deledda – io ho ancora le prime edizioni appartenute a mia nonna, rovinatissime – ma ci ho trovo molto di lei in questo romanzo di Anita Desai.
    Un caro saluto,
    cris


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