Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Il fondamentalista riluttante

October 10th, 2007

Il fondamentalista riluttante dello scrittore pakistano Mohsin Hamid ha il ritmo di un poliziesco, la sua suspense ci accompagna fino alla fine, anzi oltre, perché una volta finito di leggere ci chiediamo ancora cosa sia davvero successo, chi sia davvero Changez e chi il suo interlocutore, anche se si tratta più di un monologo che di un dialogo e la voce dell’interlocutore americano non la sentiamo mai.

Il dialogo-monologo si svolge in un caffè di Lahore, nel vecchio mercato di Anarkali, all’imbrunire. Changez è un giovane pakistano laureato a Princeton e subito assunto da una prospera società di consulenza di New York, o meglio era un giovane newyorkese, come dice lui stesso. E infatti a New York Changez si sente subito a casa (come succede a molti a New York), e anche nella società di consulenza dove lavora e dove è sempre il numero uno. E probabilmente sarebbe potuto restare un newyorkese per sempre, se non ci fosse stato l’attentato dell’11 settembre, che come la maggior parte di noi Changez vede alla televisione e gli sembra che sia uno dei tanti telefilm, finché “[…] mi resi conto che non era una finzione ma una notizia. Vidi crollare prima una e poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center di New York. E allora sorrisi.”

Changez sorride davanti al crollo delle torri gemelle. E il suo sorriso ci contagia facendoci vedere le cose da un altro punto di vista, completamente diverso da quello che ci viene ancora continuamente proposto dai mass media. Perché Changez è un pakistano ma anche un giovane newyorkese, uno che lavora nel cuore della finanza mondiale, non un talebano afgano ma un prodotto di un’università americana, eppure sorride davanti al crollo delle torri gemelle e noi lo capiamo. Changez, infatti, non sorride per la morte di migliaia di innocenti, sorride per “[..] il simbolismo della cosa, per il fatto che qualcuno fosse riuscito a mettere in ginocchio gli Stati Uniti in modo tanto smaccato” (p. 55). E questo evento cambierà completamente la sua vita. Soffocato da una New York in preda a una volontà di potenza e di vendetta, Changez non riesce più a trovare un senso nella sua vita e nel suo lavoro, e così si licenzia e torna a Lahore, dove incontrerà questo turista americano… ma è davvero solo un turista?

Il libro di Hamid mi è piaciuto perché mi ci sono riconosciuta, mi sono sentita un po’ Changez. Dopo l’11 settembre non sono più riuscita a tornare in America, dove invece sono stata anche più volte l’anno per anni. L’America per me è stata il mito della scienza. Chi ci ha vissuto, soprattutto nei campus universitari, può capirmi. È un mondo dove tutto funziona alla perfezione, dove tutto è semplice. Un mondo di biblioteche aperte anche la notte, dove prendi i libri da sola senza fare la fila per chiederli al bibliotecario. Di musei della scienza dove puoi capire anche le cose che fino ad allora ti erano sembrate troppo complicate. Un mondo dove ho vissuto a contatto degli scienziati di cui avevo letto i libri e dove chiunque di loro ha sempre parlato con me alla pari, interessandosi davvero alle mie ricerche, leggendo davvero i miei articoli. Un mondo di pari, inimmaginabile in Europa.

Due anni fa sono stata a un concerto di Laurie Anderson. Più che un concerto era un monologo, dove, tra le altre cose, ha raccontato che mentre passeggiava sull’oceano Pacifico con la sua cagna, sono arrivati due avvoltoi in picchiata che stavano per attaccarla e che quando si sono resi conto che non era una lepre ma una cagna se ne sono andati. Da quel momento la cagna di Laurie Anderson ha preso l’abitudine di camminare controllando non solo la terra, ma anche il cielo, come gli americani che dopo l’11 settembre sanno che possono essere colpiti dal cielo. Ed è vero e adesso lo sanno tutti. Prima dell’11 settembre stando in America potevi proprio sentirla questa invulnerabilità. Dopo l’11 settembre, non solo è diventato chiaro a tutti che non è più così, ma è stato strappato un velo, che ha mostrato quale fosse il prezzo di quell’invulnerabilità. Era una invulnerabilità pagata con milioni di vite umane non americane.

–Bella scoperta-, direte voi. Ma anche se l’avevo sempre saputo, dopo l’11 settembre l’ho sentito. E fa una bella differenza. E comunque non basta, e anche questo ce lo dice Il fondamentalista riluttante. Non è solo l’imperialismo il male americano, altrimenti basterebbe mandare a casa Bush, e invece non basterà, perché è il modello socio-economico che l’America sta esportando in tutto il mondo, il vero problema. E noi assistiamo ogni giorno all’erosione della cultura di quei paesi senza fare niente. Ma forse dirlo è già qualcosa.L’errore di Hamid, però, è quello di addebitare tutta questa responsabilità agli Stati Uniti, dimenticando che la stessa responsabilità è anche dell’Europa, e che quindi sarebbe meglio parlare di modello socio-economico dell’Occidente, e quindi di erosione delle altre culture da parte dell’Occidente. D’altra parte basta leggere i romanzi di cui parlo in questo blog per capirlo…

Nonostante quello che ho appena scritto, e a cui credo profondamente, lasciatemi raccontare cosa mi è successo stamattina, mentre andavo al lavoro in macchina. Stavo ascoltando un servizio di Radio 3 Mondo sull’Islam moderato, e avvicinandomi a un semaforo ho sentito la radio di una macchina che trasmetteva “I can’t live without you” a tutto volume e la voce di ragazzi che la cantavano a squarciagola. Quando il semaforo è diventato rosso mi sono trovata proprio accanto a quella macchina e mi sono voltata sorridendo verso di loro, scoprendo che erano tre ragazzi (maschi) arabi. È stato emozionante vedere che anche loro potevano provare quella meravigliosa leggerezza che è cantare una canzone di musica leggera occidentale in macchina a squarciagola. Mi hanno sorriso e ho cominciato bene la giornata! So che in questa mia emozione c’è qualcosa che stride con quello che ho appena detto sull’Occidente e la sua erosione delle altre culture, ma siamo animali contraddittori, e se non lo fossimo, forse non ci sarebbero neanche i romanzi.

Mohsin Hamid, Il fondamentalista riluttante, Einaudi 2007, pp. 134 (The Reluctant Fundamentalist, 2007).
Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore in Pakistan, ha frequentato la Princeton University e la Harward Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Attualmente vive e lavora a Londra.

Entry Filed under: Mohsin Hamid, Pakistan

3 Comments

Add your own

  • 1. paola zampa  |  October 23rd, 2007 at 8:51 am

    e invece ho letto anche questa. Ma ora basta.
    Stanotte ho sognato che c’era il terremoto e la mia zuccheriera si era incrinata. Una zuccheriera cui tengo molto e che non uso mai per paura di rovinarla, un pezzo di Ponti che comprammo con Luigi perchè volevamo farci un regalo. Allora stamattina ho apparecchiato per la colazione con le cose più belle.
    Paola

  • 2. Silvia  |  July 19th, 2009 at 4:35 pm

    Ho finito da poco questo libro.
    L’ho trovato piacevole e ben scritto. Il monologo e la cornice narrativa è molto ben costruita.

    Ma, anche a me, non ha dato molti elementi nuovi su cui riflettere: i pensieri di Changez sull’imperialisamo americano/occidentale (anche se penso che USA e Euripa siano ancora profondamente diversi) sono molto simili ai miei (e ai tuoi): un mondo dove tutto funziona, ma che è incapace di autocriticarsi e di sapersi guardare con gli occhi degli altri.

    Per questo non è stato un libro particolarmente illuminante (dalle recensioni, mi aspettavo un po’ di più…)

    Forse è anche il fatto che già qualcosa nel mondo è cambiato: la crisi finanziaria ha messo a nudo, naturalmente, il “marcio” americano e Obama (almeno a parole) ha cambiato la visione di un impero assassino e ostile alle diversità.
    Certo il modello economico rimane quello…

  • 3. cristina  |  July 23rd, 2009 at 9:37 am

    sì il modello economico rimane quello e a volte mi sembra proprio un’occasione persa.

    per quanto riguarda il romanzo, io l’ho letto in piena “era bush” e quindi l’avevo trovato coraggioso e necessario. a rileggerlo ora non saprei.

    a presto, cris


Leave a Comment

Required

Required, hidden

Some HTML allowed:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed