Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Eredi della sconfitta

October 15th, 2007

L’apprensione o meglio la diffidenza con cui ho iniziato a leggere Eredi della sconfitta di Kiran Desai è durata un attimo, giusto il tempo di leggere le prime sette righe del romanzo:

“Per tutto il giorno i colori erano stati quelli del crepuscolo, con le nebbie come creature acquatiche sui grandi fianchi di montagne dalle ombre e profondità oceaniche. Visibile per pochi istanti sopra i vapori, il Kanchenjunga era una vetta lontana intagliata nel ghiaccio, un pennacchio di neve sollevato dai venti tempestosi della cima, rifugio dell’ultima luce. ”

La mia diffidenza nasceva dal pregiudizio che i figli non devono fare il lavoro dei padri, o in questo caso delle madri, e infatti Kiran è la figlia di Anita Desai. Ho sempre pensato che fosse una comoda scorciatoia o peggio una scomoda prigione fare lo stesso lavoro dei propri genitori. E così pur avendo visto il romanzo in libreria, non l’avevo preso, finché un mese fa chiacchierando con mia cugina Silvia su Skype, io a Roma e lei a Skopje in Macedonia, non è venuto fuori che se l’era comprato lo scorso inverno in un’edizione pirata lungo le strade di Delhi e che dovevo assolutamente leggerlo. E le sono grata, perché la scrittura di Kiran è bellissima, e completamente diversa da quella di Anita. È una scrittura molto poetica ma anche più veloce, più nervosa, che rivela la sua giovane età, una scrittura dinamica usata per descrivere un mondo di personaggi quasi immobili e da qui deriva uno stridore che ci accompagna per tutto il romanzo, che è poi lo stridore di chi vive tra est e ovest, tra occidente e oriente, come i personaggi principali del romanzo, tutti “indiani estraniati che vivono in India”.

Primo fra tutti il giudice Patel, che ha studiato a Cambridge dove “finì di sentirsi un umano a stento”, dove “si sentiva più estraneo a sé stesso che a chi gli stava intorno”, dove ha vissuto senza mai parlare con nessun inglese, senza neanche mai conoscere la campagna inglese, la bellezza dei college, il fiume. E che nonostante questo è un anglofono che detesta i suoi connazionali. E sua nipote Sai, che ha il suo stesso accento e la stessa educazione, perché è stata allevata in un orfanotrofio di suore inglesi e solo l’inglese sa parlare, e che torna a vivere col nonno sconosciuto nella fatiscente casa di famiglia nel villaggio di Kalimpong, ai piedi dell’Himalaya indiano, “che più che una casa sembra una sensibilità”. E il suo insegnante di matematica, Gyan, allevato come un intellettuale anche se vive in una misera baracca, diviso tra l’adesione alla rivolta separatista dell’etnia nepalese dei Gurka a cui appartiene, che chiedono l’indipendenza del Gorkaland, e l’amore per Sai. E infine Biju, il figlio del cuoco, emigrato clandestinamente a New York di cui conosce solo le cucine dei ristoranti e i retrobottega – dormitori, che “no parlo inglese” dice a chi gli rivolge la parola, che sente la sua vita sempre più falsa, “che ci faceva lì, lui?”. E decide di tornare a casa. E ci arriva, atterrando all’aeroporto di Calcutta, “calda, mammifera, nella tiepida notte avvolgente come un sari”, dove “nessuno gli badava, e se qualcuno parlava le parole erano pacifiche, serene.” Biju è l’unico personaggio che prova a forzare il proprio destino, a tornare a casa e nonostante proprio lì verrà derubato di tutti i suoi risparmi, proprio lì “per la prima volta dopo chissà quanto la vista gli si snebbiò e si accorse di vederci chiaro”.

E cominciamo a vederci un po’ più chiaro anche noi, perché le nebbie, quelle creature acquatiche che ci avevano accompagnato fin dalle prime parole del romanzo, alla fine si dipanano, rivelandoci come la globalizzazione o meglio l’occidentalizzazione sia una trappola ancora più grande della miseria che si propone di combattere, ma anche quanto siamo ancora lontani da un modello alternativo.

Credo che l’India sia il paese che ci aiuta di più a capire i gravi problemi dovuti alla occidentalizzazione del mondo. Prima di tutto perché è uno dei primi paesi occidentalizzati grazie al colonialismo inglese e quindi è un grande laboratorio per studiare gli effetti dell’occidentalizzazione, e poi perché essendo un paese multietnico e multireligioso non se ne può parlare con i soliti pregiudizi con cui spesso si parla dei paesi islamici.A questo proposito vi consiglio di leggere il saggio di Federico Rampini “La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo”, Mondadori 2007, dove viene descritta in modo molto chiaro la nuova grande potenza economica che l’India è diventata negli ultimi anni, grazie alla diffusa conoscenza della lingua inglese e a un buon tasso di istruzione tecnico-scientifica dovuta proprio al suo stato di ex-colonia britannica e alla delocalizzazione di alcuni servizi fondamentali che recentemente molte aziende americane e inglesi hanno deciso di attuare.

Kiran Desai, Eredi della sconfitta, Adelphi 2007, pp. 391 (The Inheritance of Loss, Hamish Hamilton: Londra 2006).

Kiran Desai, nata in India, ha vissuto in Inghilterra dove ha studiato a Cambridge e ora vive negli Stati Uniti.

Entry Filed under: India, Kiran Desai

3 Comments

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  • 1. paola zampa  |  October 23rd, 2007 at 8:43 am

    Ecco che leggo soltanto la tua prima recensione è già mi crei un problema: proprio in questi giorni avevo giurato di smettere con i romanzi (per me sono una droga)perchè devo,dovrei, dovrò applicarmi a studiare nel poco tempo che mi resta dopo aver fatto i “compiti” giornalieri. E invece appena esco vado a comprare questo libro di cui parli in modo così coinvolgente.
    Quindi, per il momento, spero non me ne vorrai, se non leggo le altre recensioni altrimenti temo che i miei buoni propositi andranno a farsi benedire.
    Un abbraccio e grazie,
    Paola

  • 2. camilla  |  January 15th, 2009 at 11:48 pm

    l’ho trovato un romanzo molto angosciante, senza speranza, come forse certe volte mi pare l’India se non il mondo..
    Bellissima la figura del nonno, l’evolversi della storia d’amore tra i due ragazzi. Tutti i personaggi del libro ne entrano e escono sconfitti, sconfitti da questo paese o da questa vita. Come l’influenza Inglese non abbia giovato a questo popolo.

  • 3. cristina  |  January 16th, 2009 at 2:16 pm

    sì anche io sono rimasta molto colpita dalla sua immobilità, da quella nebbia fissa.
    e mi è piaciuto proprio per questo.

    quanto all’influenza inglese, non credo proprio che abbia giovato al popolo indiano, anzi.

    grazie per il commento.
    cristina


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