Sette mari tredici fiumi
December 30th, 2007
“Quello che non si poteva cambiare si doveva sopportare. E dato che non si poteva cambiare niente, bisognare sopportare tutto. Era il principio che governava la sua vita: era un mantra, un ritornello, una sfida. Così, a trentaquattro anni, dopo aver avuto tre figli e averne perso uno, con un marito futile e un amante giovane ed esigente, quando per la prima volta non poté aspettare che il futuro le fosse rivelato ma dovette decidere da sola, rimase sbalordita delle proprie azioni come un bambino che agita il pugno chiuso e si colpisce sull’occhio.”
Queste poche righe riassumono perfettamente il romanzo di Monica Ali, che è bellissimo e che vi consiglio di leggere. Come spesso accade con i buoni romanzi, anche questo ci offre diverse letture, la più evidente è la storia di persone che vivono in bilico tra culture diverse, a Brick Lake, la BanglaTown di Londra, il quartiere o meglio la strada degli emigrati del Bangladesh, quindi musulmani, un quartiere degradato dove i giovani sono emarginati e per lo più finiscono a imbottirsi di eroina. Questo fino all’11 settembre, perché dopo quel giorno, e dopo la reazione dei paesi occidentali e l’odio di cui i musulmani cominciano a sentirsi circondare, molti di loro si rifugiano nell’Islam radicale e alcuni arrivano anche alle conseguenze più estreme. Meglio dell’eroina, certo, ma finire kamikaze non è una alternativa migliore! In ogni caso sembrano rifugiarsi nell’Islam non tanto per un sentire religioso, o comunque non per una scelta responsabile, ma piuttosto per paura e per odio, e quindi anche questa volta senza scegliere, come quei ragazzi fatti di eroina.
Le persone di cui Monica Ali ci parla sono persone vere, che provano a trovare la loro strada in un mondo difficile, proprio perché in bilico tra culture diverse. Vi descriverò solo i due personaggi principali, Nazneen e suo marito Chanu. Nazneen si è sposata con lui con il solito matrimonio combinato, e da un giorno all’altro si è ritrovata da un villaggio del Bangladesh a Londra sposata a un uomo molto più grande di lei, in una città che non conosce e che rischia di non conoscere mai, come l’inglese che vorrebbe imparare (e il marito le sconsiglia di fare perché non capisce a cosa può servirle!), ma che poi imparerà grazie alle figlie, che invece preferiscono l’inglese al bengali (e i fagioli stufati al dal!). Suo marito Chanu è un brav’uomo, laureato in letteratura inglese all’Università di Dacca e impiegato comunale di belle speranze, alla fine totalmente deluse, incarna il tipico “indiano” che vuole integrarsi nel mondo occidentale e che quando scopre quanto sia impossibile non ha più risorse perché appartiene a un mondo che non esiste. Chanu fa parte di una cultura inutile per l’occidente, e ancora più inutile per i suoi connazionali e per il suo paese. Non vuole che le figlie si mettano i jeans ma neanche il velo, vuole che studino, non certo che vadano alla moschea, ma alla fine non può offrir loro che una cosa impossibile: tornare in Bangladesh. Chanu è un personaggio tragico che rappresenta un’aspetto dei problemi tra oriente e occidente. Ma neanche di questo voglio parlarvi oggi.
Monica Ali è nata a Dacca, in Bangladesh, da padre bengalese e da madre inglese, ed è cresciuta in Inghilterra. Sette mari tredici fiumi è il suo romanzo di esordio.
Entry Filed under: Bangladesh, Monica Ali

1 Comment
Add your own1. celpjefscycle | January 12th, 2008 at 10:31 am
Thanks for information.
many interesting things
Celpjefscylc
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