Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Sette mari tredici fiumi

December 30th, 2007

“Quello che non si poteva cambiare si doveva sopportare. E dato che non si poteva cambiare niente, bisognare sopportare tutto. Era il principio che governava la sua vita: era un mantra, un ritornello, una sfida. Così, a trentaquattro anni, dopo aver avuto tre figli e averne perso uno, con un marito futile e un amante giovane ed esigente, quando per la prima volta non poté aspettare che il futuro le fosse rivelato ma dovette decidere da sola, rimase sbalordita delle proprie azioni come un bambino che agita il pugno chiuso e si colpisce sull’occhio.”

Queste poche righe riassumono perfettamente il romanzo di Monica Ali, che è bellissimo e che vi consiglio di leggere. Come spesso accade con i buoni romanzi, anche questo ci offre diverse letture, la più evidente è la storia di persone che vivono in bilico tra culture diverse, a Brick Lake, la BanglaTown di Londra, il quartiere o meglio la strada degli emigrati del Bangladesh, quindi musulmani, un quartiere degradato dove i giovani sono emarginati e per lo più finiscono a imbottirsi di eroina. Questo fino all’11 settembre, perché dopo quel giorno, e dopo la reazione dei paesi occidentali e l’odio di cui i musulmani cominciano a sentirsi circondare, molti di loro si rifugiano nell’Islam radicale e alcuni arrivano anche alle conseguenze più estreme. Meglio dell’eroina, certo, ma finire kamikaze non è una alternativa migliore! In ogni caso sembrano rifugiarsi nell’Islam non tanto per un sentire religioso, o comunque non per una scelta responsabile, ma piuttosto per paura e per odio, e quindi anche questa volta senza scegliere, come quei ragazzi fatti di eroina. Ma non è di questo che voglio parlare oggi.

Le persone di cui Monica Ali ci parla sono persone vere, che provano a trovare la loro strada in un mondo difficile, proprio perché in bilico tra culture diverse. Vi descriverò solo i due personaggi principali, Nazneen e suo marito Chanu. Nazneen si è sposata con lui con il solito matrimonio combinato, e da un giorno all’altro si è ritrovata da un villaggio del Bangladesh a Londra sposata a un uomo molto più grande di lei, in una città che non conosce e che rischia di non conoscere mai, come l’inglese che vorrebbe imparare (e il marito le sconsiglia di fare perché non capisce a cosa può servirle!), ma che poi imparerà grazie alle figlie, che invece preferiscono l’inglese al bengali (e i fagioli stufati al dal!). Suo marito Chanu è un brav’uomo, laureato in letteratura inglese all’Università di Dacca e impiegato comunale di belle speranze, alla fine totalmente deluse, incarna il tipico “indiano” che vuole integrarsi nel mondo occidentale e che quando scopre quanto sia impossibile non ha più risorse perché appartiene a un mondo che non esiste. Chanu fa parte di una cultura inutile per l’occidente, e ancora più inutile per i suoi connazionali e per il suo paese. Non vuole che le figlie si mettano i jeans ma neanche il velo, vuole che studino, non certo che vadano alla moschea, ma alla fine non può offrir loro che una cosa impossibile: tornare in Bangladesh. Chanu è un personaggio tragico che rappresenta un’aspetto dei problemi tra oriente e occidente. Ma neanche di questo voglio parlarvi oggi.

Oggi voglio parlarvi di un’altra lettura che questo romanzo ci offre, e cioè il percorso di maturazione di Nazneen, vista non con tutte le difficoltà di una donna bengalese scaraventata in una città come Londra. Quello di cui mi piace parlarvi oggi è il percorso di maturazione di Nazneen come donna, qualsiasi sia il suo paese di origine e quello dove si trova a vivere. È stato molto emozionante per me seguire questa sua crescita durante tutto il romanzo, e scoprire che era anche la mia, e quella di tante altre donne, magari apparentemente molto più “emancipate” di Nazneen. Credo infatti, perché lo vedo in me e in molte mie amiche, che il percorso di maturazione di Nazneen sia proprio il nostro, credo che Monica Ali stia parlando anche di noi. Di quando all’improvviso, a un certo punto della nostra vita, riusciamo a sentire noi stesse, a sentire quella pienezza, con forza e dolcezza insieme, a sentire che siamo proprio noi a vivere la nostra vita, a fare quello che stiamo facendo, e nessun altro. È un momento di grande verità, in cui riusciamo finalmente a bucare il velo in cui siamo state avvolte fin da piccole. Un velo soprattutto sociale, un dover essere più per gli altri che per noi stesse, una grande fatica spesso inutile. E poi un giorno all’improvviso il velo si apre, magari proprio quando ci sembra di essere sopraffatte dalla vita, dalla responsabilità dei figli adolescenti e dalla cura dei genitori anziani, dal lavoro che ci siamo scelte ma che non ci soddisfa più. E come per incanto cominciamo a camminare leggere, a gustarci un minuto di pace, una passeggiata, una sosta in un caffè, come se quel momento fosse tutta la nostra vita, come se non ci fosse nient’altro. E ci sentiamo soddisfatte e calme perché era proprio quello che volevamo.

Sette mari tredici fiumi, Marco Troppa Editore, Milano 2003, pp. 413 (Brick Lane, Doubleday 2003)
Monica Ali
è nata a Dacca, in Bangladesh, da padre bengalese e da madre inglese, ed è cresciuta in Inghilterra. Sette mari tredici fiumi è il suo romanzo di esordio.

Entry Filed under: Bangladesh, Monica Ali

1 Comment

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  • 1. celpjefscycle  |  January 12th, 2008 at 10:31 am

    Thanks for information.
    many interesting things
    Celpjefscylc


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