Il tappeto rosso. Storie di bangalore
February 10th, 2008
“A Bangalore, nel centro dell’India meridionale, si fabbricano solo soluzioni, concetti, programmi e linguaggi codificati. Per mandare avanti l’elettronica e l’informatica, l’intero sistema nervoso dell’economia globale. […] Bangalore è diventata davvero una gemella della Silicon Valley. Qui la meritocrazia riesce a cancellare persino il peso delle caste: sul mercato del lavoro hi-tech contano i titoli di studio e l’esperienza professionale, il cervello e la fantasia creativa. Se sei in grado di brevettare una nuova invenzione, non hai bisogno di essere figlio di bramini per farti strada. È una città dominata da un nuovo tessuto sociale di immigrati di talento, nomadi del sapere tecnologico. Ormai solo una minoranza dei residenti conosce la lingua locale, il kannada. Più ancora dell’hindi, l’inglese è diventato la lingua-ponte tra le etnie che si mescolano. Nelle scuole per i figli della middle class si insegnano tutte le materie in inglese fin dalla prima elementare. L’hindi si studia come seconda lingua, il kannada è optional come terza lingua, ma c’è chi preferisce sostituirlo addirittura con il tedesco o il francese. […]” (Federico Rampini, L’impero di Cindia, Mondadori 2006, pp. 27-28.).
Gli otto piccoli racconti di Lavanda Sankaran andrebbero letti insieme al libro di Rampini. Perché ci parlano delle persone che abitano a Bangalore, di quelli che ci sono nati e ci hanno sempre abitato, di quelli che ci sono appena arrivati per lavorare, di quelli che se sono andati a studiare e poi a lavorare nella Silicon Valley e che sono appena tornati, e di altri ancora che se stanno tornando negli Stati Uniti. Sono loro i protagonisti dei racconti de Il tappeto rosso, con il loro entusiasmo, la loro creatività, il loro dolore, le loro paure e depressioni, le loro speranze e contraddizioni. Sono indiani, anche se a volte fanno lo strano effetto di un incomprensibile film straniero. I frammenti delle loro conversazioni rivelano disinvolti americanismi in quello che era sempre stato indiscusso territorio inglese. Sono così diversi dai loro padri, che avevano avuto l’ardente desiderio di somigliare in tutto e per tutto a un gentiluomo inglese, che avevano cercato con tanto impegno e fiducia di superare tutti quegli invalicabili ponti culturali – sentendosi comunque sempre impacciati, timidi, fuori posto; vergognandosi delle abitudini indiane, dell’accento, del modo in cui le loro mogli parlavano l’inglese. Loro invece si comportano con la sicurezza di chi ha abbandonato favolose carriere all’estero, che ancora luccicano dall’altra parte dell’oceano, sussurri di sirena capaci di tormentarti nel sonno.L’India ci sembra sempre più un luogo magico dove il passato e il presente convivono pacificamente, e spesso può illuderci con l’idea che i cambiamenti avvengano in modo indolore… I racconti di questa raccolta ci mostrano, con il loro stile secco e anche ironico, quanto questa nostra illusione sia lontana dalla realtà e quanto non esistano cambiamenti indolore, soprattutto per chi come le donne è maggiormente legato, anche fisicamente, al passato e alle tradizioni. L’eccitazione di vivere al centro del cambiamento che provano i giovani protagonisti dei racconti di Lavanda Sankaran, dovuta a quel miscuglio esplosivo di nuove tecnologie della comunicazione e economia, mi ha ricordato la mia piccola esperienza nella Silicon Valley. Circa dodici anni fa, durante un soggiorno di lavoro all’Università di Berkeley, sono stata invitata a passare qualche giorno al Centro della Apple di Cupertino. Ricordo l’eccitazione di stare lì, ricordo il bellissimo palazzo della Apple con le enormi vetrate, l’aria frizzante né calda né fredda tipica della California, e soprattutto i seminari e le discussioni a cui partecipavo. Sentivo di avere un’energia incredibile, mi trovavo al centro del mondo e la mia adrenalina cresceva sempre più. Poi, l’ultima sera, imbottigliata nell’autostrada per tornare a Berkeley con la mia macchina rossa fiammante, con la musica a palla come tutti gli altri fermi intorno a me, ho avuto la sensazione che non sarei più riuscita a smaltirla quella adrenalina, che non sarei più riuscita a rilassarmi, mi sembrava di essermi smarrita, di essere diventata un’altra persona. E così appena tornata a casa, una casa di legno bellissima immersa nel bosco sulla collina, ho cominciato senza neanche pensarci a preparare una cena italiana a cui ho invitato tutti i vicini. La cucina mi è venuta in aiuto permettendomi di scappare dal centro del mondo, ma non tanto come attività rilassante. La cosa importante per me in quel momento era prendermi cura di qualcun altro, essergli madre, e quale modo migliore per accudire, per essere madre, che non cucinargli qualcosa?
Lavanda Sankaran, Il tappeto rosso. Storie di Bangalore. Marcos y Marcos 2006, pp. 219 (The Red Carpet. Bangalore Stories, 2005)
Lavanda Sankaran è nata a Bangalore e ha studiato economia negli Stati Uniti, dove ha poi lavorato come consulente finanziario. Vive a Bangalore. Questa è la sua opera prima.
Federico Rampini, L’impero di Cindia. Mondadori 2006, pp. 369. La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo. Mondadori 2007, pp. 245.
Entry Filed under: India, Lavanda Sankaran

3 Comments
Add your own1. Silvia Merialdo | September 9th, 2008 at 5:36 pm
Ho appena iniziato Il tappeto rosso. Ma siccome lo sto leggendo in inglese, prevedo che impiegherò un po’ più del solito prima di finirlo!
Per ora ho letto solo il primo racconto, in cui ho ritrovato questa sensazione di essere al centro del mondo, con i loro party in cui si invidiano tutti gli altri, con il loro sentirsi moderni, in opposizione ai genitori ma senza avere il coraggio di dirglielo…
Ti faccio sapere quando l’avrò finito!
2. cristina | September 10th, 2008 at 12:09 am
Me lo immagino proprio bene in inglese questo libro, è proprio l’unica lingua in cui potrebbe essere scritto, no?
Aspetto i tuoi commenti.
A presto, cris
3. Silvia Merialdo | September 18th, 2008 at 12:40 pm
L’ho finito ieri sera.
Mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato. Alcuni racconti sono belli, altri secondo me non del tutto maturi.
E’ interessante il contrasto fra le persone “moderne” e quelle “tradizionali” (le varie coppie madre e figlio, autista e signora, i due vicini di casa, madre e figlio), anche se alcuni tipi sono un po’ ripetitivi. In particolare i personaggi “tradizionalisti” secondo me sono descritti con simpatia, ma con tono un po’ paternalistico che li rende tutti simili tra loro.
Comunque mi è piaciuto molto avere questa doppia immagine di Bangalore, fra tradizione e modernità, e respirare questa atmosfera di party alla moda, di software, copywriting, di consulenza finanziaria, di lavoro per (e, idealmente, come) gli americani.
E anche io ho avuto la sensazione che a volte valga la pena scapparne per tornare a prendersi cura degli altri nel più tradizionale ed atavico dei modi…
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