Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Chicago

July 30th, 2008

“Chicago […] in algonchino, una delle tante lingue degli indiani d’America, significa “gran puzza” perché dove ora sorge la città in origine c’era una sconfinata distesa di terreni che gli indiani destinavano alla coltivazione delle cipolle, dal cui odore penetrante è derivato il nome. Gli indiani hanno abitato per decenni a Chicago, sulle sponde del lago Michigan, coltivando cipolle, pascolando bestiame e vivendo in pace la loro vita […] fino al 1673, quando un cartografo e un gesuita francesi scoprirono Chicago. Dove ben presto affluirono migliaia di coloni che le si avventarono addosso, come formiche in un barattolo di miele. Nei cento anni che seguirono, i bianchi misero in atto uno sterminio di dimensioni colossali in ogni angolo d’America e uccisero tra i cinque e i dodici milioni di pellerossa. Chiunque abbia letto la storia americana si sarà sicuramente soffermato su questo paradosso: quegli stessi coloni bianchi che ammazzarono milioni di indiani, che si impossessarono delle loro terre e depredarono il loro oro, erano – al contempo – devotissimi cristiani.”

Bell’inizio, ma non è di questo che parla il romanzo di ‘Ala Al-Aswani. Avevo già letto l’anno scorso Palazzo Yacoubian, il suo primo romanzo pubblicato in Italia e mi ero sempre ripromessa di scriverne qui, ma Chicago mi è piaciuto ancora di più. È un romanzo corale come Palazzo Yacoubian ma invece di essere ambientato al Cairo, qui la storia si svolge a Chicago intorno al Dipartimento di Istologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Chicago. È la storia di almeno sette personaggi principali intorno ai quali girano tanti altri personaggi minori ma non meno intensi. Le loro storie si intrecciano intorno a un evento particolare, la visita del presidente egiziano all’ambasciata d’Egitto a Chicago. Ve li presento: 

Shaima ‘Muhammadi e Tareq Hosseib entrambi borsisti egiziani del dottorato di istologia, capaci di studiare come se combattessero “una guerra fredda contro le nozioni finché non riescono ad assoggettarle, a imprimersele nella mente e a fare in modo che ci restino per sempre”. Molto simili tra loro, a parte le differenze di genere, per l’educazione tradizionale con cui sono cresciuti in Egitto, le loro vite cambieranno grazie all’amore.

E poi c’è Ra’fat Thabet, maturo professore di istologia, una specie di caricatura dell’americano medio, con la differenza che lui è egiziano, ha studiato in America e ci è rimasto a insegnare. “Il suo orgoglio senza limiti per tutto ciò che è americano, che fa da contraltare al suo disprezzo per tutto ciò che è egiziano” verrà distrutto da una terribile tragedia familiare.

Mohammad Salah è anche lui un sessantenne professore di istologia, una figura complessa e tragica i cui sensi di colpa e la cui nostalgia per l’Egitto lo porteranno a un catastrofico epilogo.

John Graham invece è il tipico professore americano della generazione del Vietnam, che ha cercato per quanto possibile di vivere la sua vita con coerenza secondo le idee rivoluzionarie con cui è cresciuto, pur essendo consapevole che sono state completamente sconfitte.

Ahmed Danana, finto borsista di istologia non più giovanissimo, legato ai servizi segreti egiziani, è un personaggio spregevole che incarna i difetti del governo egiziano.

E infine Naghi ‘Abd al-Samad, che sembra l’alter ego di ‘Ala Al-Aswani, anche lui borsista egiziano del dottorato di istologia, che ama il suo paese ed è molto critico verso il governo egiziano che lo ha più volte perseguitato.  

Basta, mi fermo qui con i personaggi, non posso dirvi di più se non che le loro storie sono piuttosto drammatiche. Chicago infatti è un libro duro, che si pone degli interrogativi sulla società egiziana e in genere sulle società islamiche e anche sulla società occidentale, in particolare quella americana. Ma non da risposte. E infatti per tutto il romanzo mi sono sentita prigioniera tra due soli mondi possibili, da una parte il mondo occidentale in cui le persone sono libere (o almeno pensano di esserlo) di scegliere la propria vita, che non è quasi mai così felice come sembra. Dall’altra il mondo islamico, dove gli individui non contano niente, sottomessi come sono alla legge dello stato e a quella di dio, il che non li rende più felici degli occidentali.  

Sono abituata a questa sensazione di soffocamento. La provo sempre più frequentemente quando penso ai problemi delle donne e dei giovani. Non mi piace quello che le donne (e i giovani) stanno diventando nella società occidentale, non mi piace quello che hanno perso, ma allo stesso modo non mi piace quello che sono nelle società islamiche e non occidentali. Per me questo è un paradosso ancora più forte di quello citato in apertura del libro da ‘Ala Al-Aswani. Non sono ancora riuscita a trovare una terza strada, ma so di avere cominciato a cercarla quando ho sentito che non devo dare il nostro modo di vita per scontato. Il mondo in cui viviamo, quello che abbiamo contribuito a costruire, non è l’unico mondo possibile e l’alternativa non sta ovviamente nel tornare al passato, l’alternativa sta nel futuro, anche se non riusciamo ancora a vederlo (per questo è futuro!).

P.S.: ieri sera passeggiando per Brighton (cittadina di mare a sud di Londra) prima di cena, ho visto un’enorme fila di ragazzini intorno ai 14 anni che aspettavano di entrare in una discoteca. Un’immagine dolorosa quanto quella dei bambini nelle zone di guerra del sud del mondo. I loro occhi erano sovraeccitati e spenti contemporaneamente, completamente privi di futuro.  Non voglio dimenticarmene.

Ala Al-Aswani, Chicago, Feltrinelli 2008, pp. 310 (Chicago, scritto in arabo, 2004).

‘Ala Al-Aswani è nato al Cairo nel 1957. Fa il dentista e scrive di letteratura, politica e questioni sociali. Chicago è il suo secondo romanzo pubblicato in Italia dopo Palazzo Yacoubian (Feltrinelli 2006).

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1 Comment

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  • 1. Silvia Merialdo  |  August 26th, 2008 at 12:01 pm

    Anche io sono alla ricerca di questa terza strada!
    Qualche anno fa ho cercato la fuga da questo mondo, dove tutto è sovraeccitato ma spento, nell’Oriente, ma l’immagine esotica e spirituale che avevo si è subito disintegrata di fronte all’evidenza, alla realtà.
    Mi consolo, sapendo che non sono l’unica folle a cercare altre strade, a cercare di costruire altri futuri…


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