Madre piccola
August 31st, 2008
“Questa è una storia che non si riesce a raccontare. La mia mente sta ancora bevendo quei singhiozzi. Sento nella gola quell’acqua che non c’è e vedo il deserto che non finisce. Sento persone gridare e gridare per la paura di morire. Sono schiacciata, stretta compressa, calciata nel fuoristrada dalle ruote dentate. Ascolto il fiato di quella macchina che sputa e suda, che sbuffa e macina. Su e giù, su e giù. Nausea che mi riempie la gola. La sabbia spessa mi brucia gli occhi e l’orizzonte mi sembra uguale. Dimentico dove sorgerà e dove tramonterà il sole. Vedo la traccia sulle dune che si cancella, e ho la tentazione, ma non la forza, di correre, correre, correre, perché le mie gambe sane possono essere più veloci di quelle ruote. Il deserto cresce e scoppia dentro di me, urlando e sgorgando dal petto in mezzo alla notte, come fuoco vivo.”
Madre piccola è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, o meglio da ascoltare. Perché non sembra scritto ma parlato. Mi sono ritrovata a sillabarne in silenzio le parole, come mi capita quando sono molto presa da quello che sto ascoltando, come quando con Rita studiavamo per la maturità e lei mi ripeteva la letteratura greca in modo così avvincente che a un certo punto si fermava di colpo urlandomi: ”Chiudi quella bocca! Mi sembra di studiare con un pesce!” È allora che l’ho scoperto questo vizio di sillabare muta…
Un altro libro scritto in italiano da una scrittrice non italiana, anche se Cristina Ali Farah è nata in Italia da padre somalo, ma ha vissuto la sua infanzia a Mogadiscio, e probabilmente ha un rapporto ambivalente con il suo bilinguismo, come uno dei personaggi del suo romanzo: ”Tornando dalle vacanze italiane, ciò che più mi terrorizzava era la condizione di tabula rasa linguistica in cui mi riducevo. Non so se il fenomeno sia noto agli studiosi o se sia qualcosa che riguarda solo la mia natura, ma accadeva che, dopo due mesi di assenza, mi occorresse quasi una settimana per recuperare l’uso del somalo. Vivevo questa incapacità comunicativa come una grave mutilazione, soprattutto perché si trattava di una competenza dimezzata che mi impediva di emettere suoni comprensibili, ma non di capire le imprecazioni contro la mia amnesia.”
E forse sarà per questa sua afasia intermittente o perché una delle sue due lingue, il somalo, è stato per molto tempo una lingua solo orale, che la lingua usata da Cristina Ali Farah è una lingua libera dagli schemi, che osa costruzioni inusuali, che trasforma verbi transitivi in intransitivi, aggettivi in sostantivi. A cominciare dalla dedica:
“A Giuli, tenacie intrecciate”
Madre piccola è solo apparentemente un romanzo sulla diaspora somala, è un romanzo su gran parte degli esseri umani della nostra epoca. Dove possiamo specchiarci e vedere una parte di noi e degli altri e capire qualcosa di più.
“È in quel periodo che ho visto quanta tristezza c’è in Occidente, ché i vagabondi, nelle città, sono più di quelli che ci immaginiamo, anzi, non ce li possiamo proprio immaginare tanti vagabondi, quando stiamo giù e sentiamo parlare di questi paesi che stanno bene.”
E ancora:
“Nei miei ragionamenti ho constatato che c’è qualcosa che sfugge alle vostre comprensioni, sottigliezze incomunicabili. Qui il corpo è considerato intoccabile, il dolore intollerabile, la macerazione abominevole. Ma questa inviolabilità dimentica il rispetto per quel corpo, l’imminenza di quel dolore, la cura di quella macerazione. Il disfacimento sconvolge per quanto riavvicina il pensiero della morte? La fragilità ci è così propria. […] Eppure, sono certa, la morte è qualcos’altro, è cessazione, non è acume protratto, non è il contrario del piacere. Nel dare alla luce, quello che percepisci è lacerazione che squarcia la terra, è separazione che risucchia all’indietro, fino a quel culmine, come se la nostra anima avesse per un istante quel privilegio di infinito, folgorazione che acceca. Come se lo spazio e il tempo si divaricassero appena, solo per un attimo, pulviscolo di eterno. Quello che voglio dire, è che imparare ad accettare il dolore può essere molto piacevole.“
Queste ultime righe portano alla luce splendidamente un nodo essenziale dell’Occidente, e meriterebbero un post tutto loro, una discussione intensa. Nel frattempo, vi consiglio di leggere prima possibile questo romanzo, di cui mi avrebbe fatto piacere sentire parlare di più.
“Il destino fa sempre avanti e indietro per la stessa strada.”
Cristina Ali Farah, Madre piccola, Frassinelli 2007, pp. 272
Cristina Ali Farah, nata a Verona nel 1973 da padre somalo e madre italiana, è vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire, con il suo primo figlio, a causa della guerra civile. Dal 1996 vive a Roma dove si è laureata in Lettere e dove sono nati i suoi altri due figli. Questo è il suo primo romanzo.
Lettura consigliata: Poesia orale somala: storia di una nazione (a cura di Francesco Antinucci e Axmed Faarax Cali Idaajaa), 1986, Roma, Ministero degli affari esteri-Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo.
Entry Filed under: Cristina Ali Farah, Somalia

2 Comments
Add your own1. Stefania | February 24th, 2010 at 11:47 pm
Ciao Cristina! Ho scoperto il tuo blog tramite il blog di Silvia (indianwords). Anch’io leggo molti romanzi non-occidentali e amo gli scrittori indiani. Ne scrivo su questo blog (mezzo in inglese perché ho sempre pensato che così arriverò a più persone possibile).
Molto ben fatta questa recensione di “Madre Piccola”. Anch’io ho sentito la peculiarità della lingua che usa Cristina Ali Farah, ma credo che tu l’abbia espressa in un modo migliore. Io ne avevo notato l’oralità e le costruzioni inusuali, ipotizzando che fosse un modo per dimostrare ai lettori che la sua madrelingua è davvero l’italiano e lo sa usare in tutte le sue sfaccettature e stranezze. In effetti anche il fatto che il somalo è stato a lungo una lingua solo orale (insieme all’importanza dell’oralità nella letteratura africana più in generale) può essere un altro fattore.
Parlo del libro qui:
http://booksofgold.blogspot.com/2010/01/italia-e-corno-dafrica-madre-piccola-di.html
PS: Anche a me piacerebbe che di questo libro ne parlassero di più. Un altro che vale la pena (sempre di un italo-somala) è “Oltre Babilonia” di Igiaba Scego.
2. cristina | February 25th, 2010 at 11:17 am
Ciao Stefania, benvenuta e grazie del tuo commento.
Verrò volentieri a leggere il tuo blog. Anche io quando ho cominciato globalstories avevo pensato di farlo un po’ in inglese e un po’ in italiano per avere più lettori, ma poi ha vinto la pigrizia.
Grazie per il suggerimento di Igiaba Scego, la leggerò presto.
Un saluto, cris
Leave a Comment
Some HTML allowed:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>
Trackback this post | Subscribe to the comments via RSS Feed