La casa della moschea
April 2nd, 2009
“Alef Lam Mim. C’era una volta una casa, una casa antica, che si chiamava ‘la casa della moschea’. Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea. Ogni stanza aveva una funzione e un nome corrispondente a quella funzione, come la stanza della cupola, la stanza dell’oppio, la stanza dei racconti, la stanza dei tappeti, la stanza dei malati, la stanza delle nonne, la biblioteca e la stanza del corvo. La casa sorgeva dietro la moschea, addossata al suo muro. In un angolo del cortile una scala di pietra portava al tetto piatto, dal quale si poteva raggiungere la moschea. e al centro del cortile c’era una howz, una vasca esagonale dove gli abitanti della casa si lavavano le mani e il viso prima della preghiera.”Quando ieri sera entrando nel letto ho realizzato che la sera prima avevo finito La casa della moschea ho provato un forte senso di abbandono. Perchè dentro quella casa, nel suo cortile, tra i suoi abitanti, ci ero stata proprio bene. Lasciatemeli presentare.Aga Jan è il capo del bazar e della casa. E’ il più famoso mercante di tappeti del bazar e i suoi tappeti hanno disegni sorprendenti di colori mai visti. Nessuno sa da dove vengano quei disegni. Son le donne della casa che l’hanno reso possibile nel corso dei secoli. Aspettano la stagione del passaggio degli uccelli, e appena questi si posano sul tetto della moschea mettono cibo e trappole in cortile, per catturarli e studiarne attentamente i disegni e i colori delle penne e delle ali. Faqri Sadat, la moglie di Aga Jan, bella e autorevole, li copia quindi in un disegno che Aga Jan fa riprodurre nei tappeti. Il giorno dopo le donne danno da mangiare e da bere agli uccelli, li baciano sulla testa e li lanciano di nuovo in aria. “Gli uccelli facevano mezzo giro sopra la moschea e partivano verso sud, per raggiungere i loro compagni. Se volavano senza sosta, verso sera sarebbero arrivati in vista del Golfo Persico, dove faceva caldo e i grandi squali si spostavano come strane barche nell’acqua.”Sono le nonne ad aiutare Faqri Sadat a catturare gli uccelli. Si chiamano Golbanu e Golabe, e in realtà non sono delle vere nonne, ma le domestiche della casa e vivono lì da più di sessant’anni. Sono le custodi delle tradizioni della casa. Non si sono mai sposate, ma tutti sanno che hanno entrambe una relazione segreta con lo zio di Aga Jan, Kazem Khan, il poeta che abita in un villaggio vicino. Ancora adesso quando Kazem Khan viene in visita, le nonne mettono il vestito della festa e anche un po’ di profumo. E entrambe salgono in camera sua, sempre una alla volta, e a turno rimangono di guardia alla porta. Allora “se guardavi attentamente, vedevi il sorriso sul loro volto e sentivi in tutta la casa il loro delizioso profumo di rose”.Durante il romanzo si succederanno molti imam nella moschea. Il primo è Alsaberi, fratello di Aga Jan, uno studioso introverso, che diventa sempre più debole. “Il mio cuore è spesso invaso dalla tristezza. Sono diventato pauroso, ho paura di tutto e soprattutto della moschea: a volte non so cosa dire alla preghiera del venerdì”. Alsaberi è forse il primo a rendersi conto anche se inconsciamente che qualcosa nel loro mondo sta cambiando. Da una parte l’America, attraverso lo scià, sta minando la fede e le tradizioni del Paese e nessuno può farci niente. Dall’altra gli ayatollah di Qom, la città santa, hanno cominciato la loro guerra che porterà al governo di Khomeini.Che ci troviamo in un’epoca di passaggio, si sente sin dall’inizio del libro, quando gli uomini della casa della moschea, non senza senso di colpa, guardano alla televisione, diavoleria che non avevano mai visto prima, il primo uomo che cammina sulla luna. “Era cambiato tutto così in fretta che a volte la città ti sembrava irriconoscibile.” Mentre leggevo e sentivo questo passaggio da un’epoca a un’altra ho pensato spesso a mio nonno Bonario, che era nato nel 1899 e da bambino aveva vissuto in un piccolo paese della Sardegna dove aveva visto il passaggio della cometa agli inizi del ‘900, ed era morto a novanta anni nel 1989, avendo vissuto gli ultimi cinquanta anni della sua vita scoprendo ogni anno una tecnologia nuova, ognuna delle quali cambiava davvero la vita, nel bene e nel male.Man mano tutti nella casa della moschea, anche il corvo e le cicogne che vivono sul tetto, capiscono che i tempi sono cambiati e capiscono anche che il passato non si può più trattenere, che bisogna lasciarlo andare. Come succede a Aga Jan nella cripta della moschea: “Stava per innoltrasi nel corridoio, quando si accorse che lì il tappeto rosso era coperto da uno strato di polvere più spesso di quello che copriva i bauli, i vestiti e gli altri oggetti già visti. Evidentemente da almeno un secolo nessuno era andato oltre il punto in cui si trovava. Neanche a lui, quindi spettava compiere un passo in più. Nessuno aveva più accesso al passato.” Altri due personaggi magnifici, padre e figlio. Il padre è Muezzin, il muezzin ufficiale della moschea, che nel resto del tempo lavora come ceramista in cantina. Muezzin è il cugino cieco di Aga Jan che sente anche l’insentibile con le orecchie e con il naso. Suo figlio Shahbal scrive racconti e attraverserà tutta la storia nei lunghi anni raccontati dal romanzo fino a espatriare in Olanda. In lui è facile riconoscere Kader Abdolah.Di personaggi ce ne sono ancora tanti, forse il più tragico è Zeynat, la moglie dell’imam Alsaberi che dopo la morte di lui si schiererà con gli ayatollah di Qom e durante la rivoluzione khomeinista diventerà capo della polizia femminile e torturatrice di donne, e sarà capace di rinnegare anche il proprio figlio.Per finire, voglio ricordarvi che il libro è scritto in nederlndese. Shahbal-Kader lo spiega così in una lettera a Aga Jan dall’Olanda : “Scrivo in un’altra lingua, adesso, e non so se esserne contento o se devo scusarmi con voi. Ma le cose sono andate così, non ho avuto il potere di farle andare diversamente. Ed è stata la mia salvezza: è stato l’unico modo per dare voce al vostro dolore e al dolore della nostra terra. Scrivo in un’altra lingua, adesso, ma cerco sempre di trasmettere attraverso i miei racconti lo spirito poetico della nostra bella e antica lingua.”
Kader Abdolah, La casa della moschea, Iperborea, 2008 (Het huis van de moskee, 2005), pp. 466. Traduzione dal nederlandese di Elisabetta Svaluto Moreolo.
Kader Abdolah è nato in Iran nel 1954 e vive in Olanda come rifugiato politico dal 1988. Scrive in nederlandese.
Entry Filed under: Iran, Kader Abdolah

3 Comments
Add your own1. Silvia Merialdo | April 14th, 2009 at 11:22 am
Molto interessante!
Mi piace questo sentimento dei tempi che cambiano e sento quasi già nostalgia di quel mondo antico che ancora non conosco…
Fra l’altro, mi sto un po’ interessando all’Iran…
2. cristina | April 15th, 2009 at 8:53 am
allora te lo consiglio perché è bellissimo. ora mi compro anche gli altri suoi libri. tra l’altro il fatto che scriva in olandase (o nederlandese, come pare bisogna dire) dovrebbe interessarti molto!
cara silvia, sono contenta di sentirti come sempre. io continuo a leggerti anche se in questo periodo non ho tempo per lasciarti un commento. ma la storia della manina e dell’hindi l’ho trovata bellissima e aspetto aggiornamenti!
un abbraccio, cris
3. Silvia Merialdo | April 15th, 2009 at 3:52 pm
Cara Cristina, lo leggerò sicuramente con piacere e il fatto che scriva in nederlandese sicuramente mi intriga!
Gli aggiornamenti sull’hindi al momento sono scarsi: anche io sono po’ sommersa dalle cose da fare (di cui una molto piacevole e molto attinente a tutto ciò… di cui però ti dirò privatamente!), e il ragazzo non è proprio il migliore insegnante sulla piazza…
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