Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Chador

May 6th, 2009

“Montagne nude, tutte sconsolatamente uguali, colline basse sempre più incolori, dune di sabbia livellate dal vento, il sole impolverato che infuocava con la stessa indifferenza ogni luogo visto fino a quel momento. Nonostante tutto ciò, Akbar sentiva d’essere vicino al suo paese: mancava poco al confine. Lo avvertiva non dai segni riconosciuti lungo la strada, ma dal riemergere di ricordi profondamente nascosti nel suo cuore, dei quali aveva smarrito persino le tracce.”

E sono proprio questi ricordi, insieme all’ansia e alla speranza di Akbar che formano questo romanzo. Che più che un romanzo è un incubo. La città in cui si aggira Akbar, una volta tornato nel suo Paese dopo un lungo periodo di esilio volontario, non sembra infatti una città reale ma piuttosto una città sognata, con tutte le deformazioni e le contraddizioni tipiche del sogno. E anche i personaggi che Akbar incontra cercando la sua famiglia sono figure oniriche che dicono mezze verità, più veggenti e stregoni che persone reali.

E’ un romanzo senza storia come se anche a noi lettori fosse negata l’unica cosa di cui ci importa davvero e cioè una storia. Così come a Akbar viene negato il suo passato e il suo futuro. E la metafora di tutto questo sono le donne rinchiuse dentro il burqa.

“Tutto il suo passato si era fatto invisibile, esattamente come invisibili erano le donne nascoste sotto i burqa. (…) Tendoni di stoffa che si spostavano, si muovevano, camminavano. La loro unica presenza era data dal fruscio delle stoffe che facevano bisbigliare i loro corpi. (…) La loro intera immagine si decomponeva nelle tende che le racchiudevano. In un mondo svuotato di donne, gli occhi degli uomini si spegnevano e, insieme alle immagini femminili che cominciavano a svanire dalla loro mente, gli uomini perdevano il loro passato, il futuro perdeva la speranza, la memoria e l’immaginazione si offuscavano.”

Una notte dopo averlo letto ho sognato di stare chiusa dentro un videogioco dove vivevano degli strani abitanti con i capelli fosforescenti che non mi parlavano.

Comunque se riuscite ad arrivare alla fine del romanzo… è bellissima!

Murathan Mungan, Chador, Giunti, 2009 (pp.99). Traduzione dall’originale turco di Mariangela Liccardo.

Murathan Mungan è nato a Istambul nel 1955. Poeta, narratore, drammaturgo, sceneggiatore e commentatore politico. Chador è il suo primo romanzo tradotto in Italia.

Entry Filed under: Murathan Mungan, Turchia

1 Comment

Add your own

  • 1. Silvia  |  May 6th, 2009 at 6:24 pm

    Sembra inquietante e claustrofobico, quasi kafkiano… e affascinante.
    Grazie della segnalazione!


Leave a Comment

Required

Required, hidden

Some HTML allowed:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed