Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

L’amore e gli stracci del tempo

November 16th, 2009

“Con l’arrivo di suo figlio aveva capito che noi siamo i nostri padri e le nostre madri che continuano a vivere in noi. Nelle nostre ossa sentiamo il richiamo della loro voce che attraversa la vita, e a volte anche la morte, e ci dice che non possiamo scappare da nessuna parte. Ci dice che tutte le strade sono chiuse dal momento che hai visto tuo figlio in faccia. E che esistono solo due tempi: il tempo della semina e quello della raccolta. E quando hai fatto queste due cose, il ciclo è finito. Allora cercherai con tutte le forze di fare l’unica cosa ancora possibile: trasferire i tuoi ricordi in colui che diventerà la tua memoria. […] Cercherai di trasmettere la tua nostalgia a tuo figlio, capendo che un giorno tu stesso sarai la sua nostalgia.”

Anche se l’Occidente fa di tutto per negare l’importanza di questo legame, credo che sia uno dei nodi importanti della nostra vita. Uno di quelli che ci fa capire di non essere vissuti per niente, di avere avuto un compito. In un momento difficile della mia vita in cui mi sentivo sbandare, all’improvviso sono riuscita a reagire e a cambiare qualcosa. Facendolo ho capito che quella mia azione così difficile era tanto importante perché permetteva di cambiare non solo il corso della mia vita ma anche quello di mia nonna e in genere delle donne della mia famiglia. Da quel momento riesco a trovare un senso anche nelle piccole cose. Ed è questo che cerco di insegnare a mia figlia. Anche se ora è più difficile, perché la vita dei ragazzi è diventata così veloce, come se non si potessero permettere un attimo di tregua in quella guerra quotidiana che senza saperlo fanno solo contro se stessi.

Per questo forse i ragazzi di cui Anilda Ibrahimi ci racconta mi hanno incantato con le loro vite dure e poetiche, schiacciate da una guerra che non hanno voluto e che non combattevano certo contro se stessi. Si chiamano Ajkuna e Zlatan e sono cresciuti insieme da bambini, lei kosovara e lui serbo, nella Priština degli anni novanta, prima della guerra del Kosovo. E proprio da quella guerra sono stati travolti e separati, definitivamente, perché “dopo quella guerra di quello che erano una volta non è rimasto niente.”

Ajkuna viene trovata da Jacqueline nell’ospedale di Kukes. “Un giorno si era occupata di una ragazza, ferita come tanti altri. La mattina dopo ricordava perfettamente l’espressione dei suoi occhi. E anche il suo nome: Ajkuna. Quella ragazza non voleva morire, e non era per niente spaventata dalla morte. Ma non aveva nemmeno voglia di salvarsi. Era diversa. Odorava di buono, il suo sangue. Jacqueline le aveva lavato le croste annerite su tutto il corpo, l’aveva tenuta stretta nel suo abbraccio. La voleva salva.”

E Jacqueline riesce a portarla a casa sua in Svizzera, dove Ajkuna partorirà sua figlia Sarah.

“È stanca e svuotata, ma non è riuscita a dormire. I parti svuotano, sì. D’un tratto ti senti vecchia dentro, hai fatto tutto quello che la natura si aspettava da te. Buona fortuna, vorresti dire a quel nodo sporco di sangue che ti ha appena lacerato il corpo. Buona fortuna, figlio mio, spero che a te vada meglio che a me. Questo vorresti dirgli, ma non da genitore, da essere umano a essere umano. Invece chiudi gli occhi, cerchi nella memoria un luogo sicuro. Ma non c’è. Il tuo viaggio finisce qui: camminerai accanto a tuo figlio, farai tante cose, nulla però sarà più tutto tuo, nemmeno il silenzio.”

Intanto Zlatan “ha attraversato fiumi in piena, scavalcato cadaveri che nessuno ha avuto il tempo di seppellire, eppure è riuscito a sopravvivere.“ Il ricordo dell’ultima sera passata con Ajkuna è stato “il suo talismano”. Ha un bel nome Zlatan, significa d’oro, e io lo sapevo perché ho un caro amico che si chiama Slati, che in Bulgaria significa d’oro appunto. E questo nome mi ha aiutata, e mi sono immaginata Zlatan ragazzo con la faccia di Slati, che ora ha vent’anni ed è bello. Zlatan che dall’ospedale in Kosovo viene trasferito in un campo profughi in Sicilia, e poi a Roma.

È una Roma diversa da quella che sono abituata a vivere tutti i giorni quella di cui Anilda Ibrahimi parla nel suo romanzo. Leggendo mi sono chiesta se fosse davvero la mia città e dove fossi io quando Zlatan girava per le strade. Zlatan come tanti altri. E ho avuto nostalgia di quella città che non conosco.

Ed è a Roma che finalmente Zlatan trova una casa e anche un amore. All’inizio faticherete a arrendervi a questo amore, sarete troppo legati al suo amore per Ajkuna, e anche per lui non sarà facile riconoscerlo questo amore, prima dovrà trovare Ajkuna e fare insieme a lei un altro pezzo importante della loro vita. E solo allora sarà libero di amare Ines, la donna da cui avrà a sua insaputa un figlio maschio. La figlia femmina gliela aveva data Ajkuna anche lei a sua insaputa.

-È il mio destino, – dice Zlatan, – i miei figli nascono senza di me, e io sono l’ultimo a saperlo.”

E sarà proprio Ajkuna a venirvi incontro, a aiutarvi a capire, come ha capito lei, e soprattutto a accettare.  “Quando sente il respiro regolare di Zlatan, Ajkuna si alza e va in cucina. Prende la lettera di Milos, e legge. Quando arriva al punto in cui lui descrive il parto, le sgorgano le lacrime. Prova un’infinita tenerezza per Ines. La vede sola a Belgrado, con la pancia enorme, mentre gira con Milos, mentre mette al mondo il suo Marko, in una città sconosciuta. Guarda la foto di Marko, in quel viso rosso da neonato cerca le tracce di Zlatan. È così che aveva fatto anche con la sua bambina. Poi appoggia la testa sul tavolo laccato di bianco e si abbandona al pianto. Per lei, per Zlatan, e questa volta anche per Ines”.

Al di là dell’ambientazione e delle tragedie vissute da Ajkuna e Zlatan e da tutti gli altri bellissimi personaggi di cui non ho tempo di parlare, come Milos e Slavica, i genitori di Zlatan, e Donika e Besor, i genitori di Ajkuna, L’amore e gli stracci del tempo è una storia universale che parla a tutti di tutti. Una storia di come a un certo punto della nostra vita dobbiamo per forza fare i conti con quello che siamo diventati, anche se non ci piace poi tanto, anche se avevamo sognato cose diverse. E’ una storia di madri e anche una storia di padri.

Ve lo consiglio di cuore.

Anilda Ibrahimi, L’amore e gli stracci del tempo, Einaudi 2009, pp. 280.

Anilda Ibrahimi è nata a Valona nel 1972 e vive in Italia dal 1997. Scrive in italiano. Per Einaudi ha pubblicato Rosso come una sposa nel 2008, tradotto in quattro lingue.

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3 Comments

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  • 1. Silvia  |  November 17th, 2009 at 11:37 am

    Ah, che bel post e che libro dev’essere!
    Vado a leggerlo!

  • 2. cristina  |  November 17th, 2009 at 1:37 pm

    cara silvia,
    sì proprio un bel libro. non vedo l’ora che lo presentino da qualche parte a roma. perché non vieni anche a tu?

    sto leggendo Il Dono della Dea di Radhika Jha, l’hai letto? penso che sarà il mio prossimo post.
    un caro abbraccio, cris

  • 3. Silvia  |  November 17th, 2009 at 2:00 pm

    Ma certo, vengo con piacere!

    No, non l’ho ancora letto e me ne hanno parlato non troppo bene (un po’ stereotipato).
    Di Radhika Jha avevo letto “L’odore del mondo” e non mi era piaciuto.
    Ma aspetto la tua opinione: fammi sapere, mi interessa!


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