Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Il dono della dea

December 22nd, 2009

“Gau in sanscrito significa “vacca”. Lo stesso termine indica il primo raggio di sole, considerato il figlio maggiore dell’alba. La luce è per sua natura in movimento. Forse perciò il termine gau è incluso nella famiglia di parole che hanno come radice il verbo gam, perché gam significa “andare”. Come il primo raggio di sole, suo antenato, la vacca era per natura in movimento, quindi doveva andare da qualche parte. Tuttavia dimenticò dove, e col tempo si stabilì la differenza tra il semplice andare e l’andare da qualche parte.”

Così comincia Il dono della dea. Un interessante viaggio all’interno di un dialogo tra due punti di vista. Quello di chi è legato alla tradizione e dentro la tradizione vuole vivere, e quello di chi invece vuole a tutti i costi cambiare tutto, cancellare il passato, modernizzare. Sono due punti di vista opposti e infelicemente isolati, o almeno così siamo abituati a pensare. La lotta tra i pochi che vogliono stare bene all’interno del proprio mondo e quelli, sempre più numerosi, in  eterna fuga dal paradiso. Come se gli esseri umani non volessero vivere “bene” ma solo vivere senza confini, spinti continuamente ad andare a vedere cosa c’è “fuori”. Il problema è che purtroppo quando ci ritroviamo tutti nello stesso “fuori” scopriamo che è scomparso, che è diventato nulla.

Gopal il capovillaggio di Nandgaon, e Ramu l’abitante più umile del villaggio incarnano il primo punto di vista. Mentre Manoj ricercatore del KIRD e Laxmi moglie colta di Ramu rappresentano il progresso e la modernizzazione.

Ve li presento.

Gopal: “Quando raggiunse le prime case il sole stava calando sui campi, e tingeva d’oro vermiglio le spighe mature. Gopal ammirò la distesa infinita dei campi, e sentì un nuovo vigore nel corpo. La differenza tra la città e la campagna è spietata, pensò. In campagna lo sguardo può vagare liberamente per  chilometri, mentre in città lo spazio, occupato dagli umani, è divorato dalle tante strutture che credono necessarie. Eppure nelle città gli umani non dominano lo spazio, sono soltanto ingurgitati al suo interno. Gopal provò un senso di profonda gratitudine perché non era costretto ad abitare in città.”

Ramu: “Quando la vacca si avvicinò, Ramu si frugò in tasca per prendere le granaglie e le sparse a manciate davanti a sé. La vacca esitò, e osservò l’uomo attentamente. Poi si lanciò in avanti come se volesse spaventarlo. A pochi centimetri di distanza dall’uomo si bloccò, chinò la testa e cominciò a mangiare le granaglie sparse ai piedi di Ramu. Dopo un po’ Ramu smise di suonare per guardarla, e la vacca alzò la testa con aria interrogativa. Ramu posò il flauto e passò le dita sulla testa dell’animale. L’uomo e la vacca rimasero così per un lungo istante. Poi, quando Ramu stava per staccarsi, la vacca si avvicinò e gli posò la testa su una spalla. Ramu rimase perfettamente immobile. Sentiva il peso della testa della vacca e il dolce calore del suo respiro sul collo. Non aveva mai provato un senso d’intimità così forte con nessuno. [...] La vacca gli leccò il naso con la lingua ruvida [...] e Ramu sentì una risata ribollire dentro di sé, e all’improvviso ebbe una certezza: la vacca gli apparteneva, e lui apparteneva a lei. ‘Oh, bellezza!’ esclamò abbracciandola stretta. Quando venne il momento di riportare le capre a casa, la vacca lo seguì.“

Manoj: “Manoj deglutì. Non aveva mai visto una concentrazione così alta di macchinari costosi. Fu come se, entrando in quel posto, si fosse lasciato alle spalle l’India per fare ingresso nel futuro. Un fiotto di adrenalina gli diede l’impulso di strappare la tavoletta per appunti all’uomo in tuta bianca più vicino, ma si trattenne e si accontentò di osservare attentamente gli scienziati che passavano dal computer al microscopio, prendendo appunti con aria solenne. Un giorno sarebbe stato uno di loro .“

Laxmi: “Forse aveva ragione sua madre. Avrebbe dovuto accontentarsi di quello che la vita le aveva già dato. Ma in quel modo, insinuava una debole voce dentro di lei, avrebbe tradito suo padre. L’istruzione di cui lei era così fiera era il frutto delle ambizioni di suo padre. [...] Giurò che un giorno avrebbe riportato la strada a Nandgaon. Laxmi si immaginò tutto nitidamente. Il villaggio trasformato, condutture idriche, luce elettrica, televisione, una scuola come si deve, una banca, una clinica…”

La prima parte del libro è un po’ faticosa, la scrittrice sembra guidata da una idea da rappresentare più che da una storia da raccontare, e i personaggi passano in secondo piano, sfumano. Sono funzionali alle idee che rappresentano e quindi meno veri. E il lettore più che entrare in sintonia con loro, si trova costretto a prendere le parti di un’idea o di un’altra. Soprattutto si fatica a leggere la descrizione del centro KIRD, che a volte sembra rappresentare un’idea di India new age. E anche il villaggio di Nandgaon sembra quasi finto nella sua utopia anti progresso.

Continuando a leggere, invece, si cominciano a sentire i diversi piani del romanzo. Due universi diversi ma uguali nell’isolamento dal mondo.

E così ho continuavo a leggere, più incuriosita che appassionata, finché una sera, ascoltando un concerto di Mozart per pianoforte e orchestra all’auditorium, ho provato una struggente nostalgia dell’Occidente, di quella costruzione che tanto tempo fa credevo infallibile e capace di generare qualsiasi emozione pur tenendola fortemente a bada, pur cercando di non superare i confini prestabiliti. Sono cresciuta, grazie a mio padre (e al super eroe della mia infanzia: Mary Poppins!), con l’illusione di un progresso continuo, sia politico che personale, finché ho sbattuto contro il prezzo di tanto progresso e ho cominciato a vedere il mondo in un altro modo. Mio padre è morto venti anni fa e spesso mi chiedo con nostalgia cosa avrebbe pensato adesso.

La sera, continuando a leggere Il dono della dea ho cominciato a entrare più profondamente nel romanzo e a sentirmi più in sintonia con i personaggi. Mi sono detta, sono io Laxi, ma sono anche Gopal il capovillaggio. E proprio questa è la contraddizione che caratterizza la mia vita da un po’ di tempo a questa parte. Dice il dottor Mundkur del KIRD: “Sono sempre più convinto che non sia stata la campagna a progredire, ma il KIRD. I due mondi non si sono avvicinati, e con lo sviluppo del KIRD ormai per quella gente è come se vivessimo in un’altra dimensione temporale. Nel loro mondo il tempo avanza a cerchi, mentre per noi è una linea retta. Com’è possibile che sopravvivano entrambi? Un mondo deve distruggere l’altro. Se vincono loro, tutto quello che cerchiamo di fare sarà stato inutile. Se vinciamo noi non porteremo progresso, ma distruzione.”

E’ proprio impossibile conciliare questi due mondi, prendere il meglio di loro, far nascere qualcosa di nuovo dai due?

Buon anno nuovo a tutti!

Saggio consigliato insieme a questo romanzo: Eward Luce, In Spite of the Gods: The Strange Rise of Modern India.

Radhika Jha, Il dono della dea, Neri Pozza 2009, pp. 493 (Lanterns on Their Horns, 2009), traduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi.

Radhika Jha è nata e vive a Delhi. Sempre per Neri Pozza ha pubblicato il romanzo L’odore del mondo (2001) e la raccolta di racconti L’elefante e la Maruti (2004).

Entry Filed under: India, Radhika Jha

1 Comment

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  • 1. Silvia  |  December 30th, 2009 at 11:32 am

    Non ho letto questo libro.
    Quello che trovo a volte in altri libri indiani è questa netta contrapposizione fra modernità e tradizione, rappresentata da personaggi diversi.
    Magari in questo caso è un espediente letterario per descrivere meglio ed enfatizzare due situazioni.
    Invece penso che il conflitto modernità/tradizione non divida il mondo un due, ma che nella stessa persona, inconsapevolmente o meno, esistano entrambe.
    Come dici tu: “io sono sia l’uno che l’altro”.
    Gli indiani che conosco sono un formidabile mix fra le due; ne parlavo ieri con uno di loro, mi ha detto: “vedi, io lavoro per una multinazionale di software in un grattacielo di Pune, poi però vivo con mia moglie a casa dei genitori (matrimonio mezzo-combinato e in casa abitano tanti zii, cugini, nipoti) e nel weekend accompagno mia madre al tempio e faccio con lei tutti i riti e le preghiere”.

    Forse un punto di incontro fra i due mondi non è qualcosa di utopistico!


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