Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Il ristorante dell’amore ritrovato

July 6th, 2010

Cucinare era per me come pregare. La cucina stessa era la vera essenza della preghiera. Era la preghiera con cui auguravo amore eterno a mia madre e a Shuiki. Era la preghiera con cui esprimevo somma gratitudine a Hermès e al suo sacrificio. Era infine la preghiera rivolta al dio della cucina, che mi permetteva di cucinare sempre con ineguagliabile gioia. Non mi ero mai sentita così felice in vita mia. [...]


Passai di nuovo in rassegna le pietanze allineate in perfetto ordine sulla tavola: il paté, fatto con una parte della carne della testa, con contorno di sottaceti di verdure locali; l’insalata di orecchie e cotenna condita alla francese, con olio di oliva e aceto di vino, preparata facendo bollire insieme le orecchie con tutta la pelle, ortaggi vari e aceto di riso, e tagliando poi il tutto in pezzetti sottili; uno stufato alla cinese, cucinato facendo lessare una metà della lingua insaporita con un intingolo a base di salsa di soia contenente le ‘cinque spezie’e altri aromi; l’altra metà della lingua, saltata in padella insieme al cavolo e condita con sale e pepe; le salsicce di sangue, con dentro il cuore; il fegato e le cartilagini affumicati con trucioli di ciliegio; lo stomaco, arrostito al momento sul carbone e servito con limone di produzione nazionale coltivato al naturale; il ‘kyey o’ del myanmar, preparato con spaghetti di riso immersi in un brodo di pollo ruspante di Akita in stile cinese contenente l’utero di Hermès e altre frattaglie; polpette di seppia e komatsuna, e con aggiunta finale di tuorlo d’uovo crudo; l’ashi tebichi di Okinawa, ovvero una zuppa fatta con gli zampini stufati a fuoco molto lento e resi morbidi e gelatinosi; il pot au feu francese, cucinato facendo lessare per alcune ore la parte inferiore della carne di spalla insieme a diversi tuberi e ortaggiinteri; il maiale in agrodolce all’italiana, preparato tagliando a cubetti la parte superiore della spalla e, dopo averla adeguatamente salata e pepata, nonché infarinata con katakuriko, frigendola in olio di oliva e infine sobbollendola nell’aceta balsamico; la zuppa a base di miso con la carne di coppa,zenzero preventivamente salata e bollita poi insieme al crescione d’acqua; le fette di arrosto aromatizzate all’aglio, zenzero e salsa di soia, e il ramen contenente il medesimo arrosto e porri in abbondanza tagliati sottili; la restante carne di coppa rosolata in padella insieme al kimchi, che avevo preparato durante l’inverno e congelato senza additivi di sorta; gli involtini primavera crudi alla vietna mita, fatti avvolgendo nella sfoglia di riso polpa di granchio, germogli di soia, erba cipollina e il lombo, tagliato a listelli sottili e appena scottato, che era avanzato dalla preparazione del prosciutto crudo – la salsa in cui intingerli, il nuoc mam, me l’ero fatta arrivare apposta dal Vietnam; i tramezzini al prosciutto cotto e l’insalata di patate alla giapponese con cubetti di prosciutto; l’arrosto condito con yuzu e pepe, cucinato con tutto l’osso utilizzando la parte di coscia che avevo congelato; il mapo doufu del Sichuan, piccantissimo, preparato con gli avanzi della coscia tritati e con aggiunta abbondante di pepe del Sichuan; i dolma turchi di peperoni verdi, ripieni di riso insaporito col sugo dell’arrosto e della carne macinata avanzata; i pirozhki russi, cucinati con gli della carne macinata; il pane al bacon e formaggio, preparato con il lievito naturale lasciato in eredità da Hermès, un pane molto rustico, con una bella crosta uniforme e croccante; le costolette all’americana, rosolate con pomodoro e cipolla e brasate poi in un intruglio a base di coca-cola; le costolette con osso alla cinese, passate in una pastella a base di farina e fritte in olio bollente; il preziosissimo filetto, adeguatamente salato e preparato, quindi rosolato con aglio e cipolline, brasato per alcuni minuti con spicchi di mele in una pentola a pressione e infine dopo aver aggiustato il sapore con del vino bianco, servito con sour cream; la torta nuziale, fatta completamente in casa: per decorarla avevo utilizzato denti di leone, violette e rose in gran quantità in modo che, volendo, si potesse mangiare tutto senza lasciare alcunché. Il tè ai fiori di robinia: pensando che i loro petali sulla superficie del tè nero avrebbero garantito un profumo semplice e innocente, assolutamente adatto alle nozze di mia madre con Shuichi.”


Quello che avete letto è la descrizione del pranzo di nozze che la protagonista del romanzo, Ringo, ha preparato per il matrimonio di sua madre col suo primo amore che aveva ritrovato e che sposerà poco prima di morire. Il menu è tutto (o quasi) a base dell’amata scrofa, Hermès, che la madre ha allevato come un animale domestico e che chiede di uccidere proprio per non lasciarla dopo la sua morte. Credo che solo in un romanzo giapponese si possa trovare una cosa del genere!


Il romanzo è molto diverso da come viene descritto sul risvolto di copertina. La magia della cucina di Ringo è infatti soltanto lo sfondo della storia: che è racconto della rinascita di Ringo, che torna al paese di origine, a casa di sua madre da cui era scappata a quindici anni per andare in città a vivere con la nonna materna dalla quale ha imparato i segreti della cucina.


Mi ha colpito l’atmosfera depressa che pervade la maggior parte del romanzo. Una depressione e una tristezza che non ha niente a che vedere con il senso del tragico tipico dei narratori giapponesi della prima metà del Novecento, ma che invece ho trovato nei romanzi di Banana Yoshimoto, e che forse è una tristezza e una depressione presente nei giovani giapponesi.  E in effetti il Giappone non se la passa troppo bene, è finito il boom economico degli anni ‘80,  la sua democrazia vacilla a causa della continua corruzione della sua classe politica, e ha perso completamente il suo antico prestigio. E proprio questo, questo sentimento di perdita imminente dava quel senso di tragedia ai romanzi giapponesi del secolo scorso.

Ma dopo tutta questa tristezza mi ha colpito la leggerezza e la dolcezza che prende corpo nel finale, quando tutto sembra finito dolorosamente. Come Banana Yoshimoto, anche Ito Ogawa riesce a parlare di cose terribili con leggerezza, al punto che a una prima lettura può sembrare superficiale. E invece no. E’ una leggerezza profonda, tipica dei bambini, che aiuta a vivere. E mi piace.


“Ci sono cose che non possono assolutamente tornare. Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti. E ci sono poi moltissime cose, dormienti da qualche parte in questo mondo, che basta cercarle pazientemente per trovarle.”


Ito Ogawa, Il ristorante dell’amore ritrovato, Neri Pozza 2010, pp. 191 (Shokudo Katatsumuri, 2008). Traduzione dal giapponese di Gianluca Coci.

Ito Ogawa, nata nel 1973, è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Questo è il suo primo romanzo.

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2 Comments

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  • 1. karachan  |  July 7th, 2010 at 10:37 am

    cara cristina, questo libro e’ gia’ nella mia lista dei prossimi romanzi da comprare. dopo questo tuo post mi e’ venuta voglia di averlo subito tra le mani!
    l’atmosfera depressa di certi romanzi giapponesi in un certo senso mi appartiene, la capisco. ma non sempre mi mette tristezza, piu’ che altro ridimensiona la realta’ in cui vivo. quindi questo aspetto del romanzo mi interessa molto.
    inoltre adoro mangiare e, anche se odio cucinare, mi piace sentir parlare di ricette e di cucina. gia’ leggendo il menu’ di nozze vorrei essere una degli invitati!

  • 2. cristina  |  July 7th, 2010 at 4:52 pm

    sì hai ragione: “ridimensiona la realtà in cui vivo”, è proprio così, in questo senso dicevo che aiuta a vivere.

    se ti piacciono le ricette di cucina allora ti piacerà il libro. a me è piaciuto proprio il suo dilungarsi nei particolari del cibo. in più mi piace cucinare e sto già provando qualche ricetta…

    un caro abbraccio,

    cris


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