Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Giorno di pioggia a Madras

January 2nd, 2011

Giorni di pioggia a Madras sarebbe la giusta traduzione dall’inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a Layla, l’io narrante protagonista del romanzo, ti sentirai spesso come un topo in gabbia, intravedrai la via d’uscita dove dirigerti speranzoso per poi capire che è una porta chiusa o illusoria. Non c’è via d’uscita, se non quella definitiva della fuga.

Layla vive fin da bambina per metà a Hyderabad a casa della famiglia della madre e per metà a Minneapolis, sola con sua madre. “Era una vita che mi trovavo in quella situazione, a dover affrontare l’atteggiamento moralista che ciascuna delle due nazioni assumeva verso l’altra. Era come se avessero entrambe una divisa e io portassi la camicia dell’una, i pantaloni dell’altra, e tutte e due mi stessero sparando addosso.” Mi ha colpito fin da subito questa sua vita doppia, e soprattutto questa sua ricerca di equilibrio tra le due, un’ansia positiva che ho provato molto da bambina e anche da ragazza, in mezzo tra la Sardegna in cui mi sentivo così naturalmente libera ma socialmente compressa, e Roma dove invece avevo forti restrizioni fisiche, dove non potevo uscire da sola, non potevo correre da una parte all’altra, ma dove provavo una euforica sensazione di libertà mentale. Ricordo che guardavo dalla finestra tutte quelle persone che entravano e uscivano dagli uffici di fronte e pensavo che nessuno di loro mi conosceva, nessuno sapeva come mi chiamavo e di chi ero figlia. Ma mi dispiaceva sentire quella spaccatura tra i miei due mondi e facevo di tutto per ricomporla, per riavvicinarli, non sempre con successo.

Sono tutti a Hyderabad. Sua madre che è stata abbandonata dal marito indiano, che ha divorziato da lei, ma nessuno lo deve sapere, sarebbe un disonore, tutti sanno invece che lui, da buon musulmano, si è preso una seconda moglie dalla quale ha avuto due figli maschi e ne sta aspettando un terzo. Suo padre, uomo narcisisticamente moderno, affermato cardiochirurgo a Minneapolis, che ha cominciato a picchiarla fin da quando aveva due anni di fronte al silenzioso terrore di sua madre e che vorrebbe continuare anche durante il matrimonio di Layla. Infatti sono tutti lì per il matrimonio combinato di Layla e Samir, figlio di una vecchia conoscente di sua madre. Samir bello e misterioso, che Layla ha accettato come una cosa naturale proprio perché si trova in India, impensabile in America.

L’alba. Il primo giorno del mio matrimonio. Ero sul letto a terrazza nella grande casa di mia madre nella vecchia città murata e guardavo le case intonacate di bianco, i minareti snelli che svettavano dovunque, il quartiere che faceva parte di me tanto quanto le strade alberate dei suburbi e le case in stile coloniale di Minneapolis. Cinque volte al giorno da ognuna delle moschee d’angolo un azan diverso che spandeva nell’aria l’adorazione di Dio, la sua grandezza, e un attimo dopo le parole umili svanivano, soppiantate dai canti dei galli, dai belati delle capre, dal latrato solitario di un cane. Cosa provavo in quel primo giorno di matrimonio? A ben vedere, come le lodi a Dio che svanivano lasciandosi dietro una scia di rumori insopportabili, rumori di animali sporchi, l’anima che trascendeva il corpo e piombava sulla terra, anche la mia paura, la mia apprensione, la mia piccola speranza di fuggire al vincolo matrimoniale si erano dileguate e il sentimento che aveva preso il sopravvento non era affatto un sentimento, ma una piattezza che si intonava e cantava una resa diversa.

Partecipiamo ai lunghi giorni di pioggia che seguono il suo matrimonio, col fiato sospeso aspettando di capire in cosa si trasformerà, e intanto ascoltiamo con apprensione gli inni funebri per Hussein, il nipote del Profeta morto mille e quattrocento anni fa, che si intrecciano pericolosamente con i canti degli indu che festeggiano Ganesh, sempre in attesa della scintilla che può far scoppiare quella violenza e quel terrore che resta immutato nonostante la globalizzazione e i cambiamenti.

Samina Ali, Giorno di pioggia a Madras, Edizioni e/o, pp. 369, (Madras on Rany Days) Traduzione dall’inglese di Claudia Valeria Letizia.

Samina Ali è nata a Hyderabad ed è cresciuta tra l’India e gli Stati Uniti. Giorno di pioggia a Madras è il suo primo romanzo.

Entry Filed under: India, Samina Ali

4 Comments

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  • 1. Silvia  |  January 3rd, 2011 at 3:50 pm

    Grazie per la recensione!
    E’ qui fra i libri in attesa di essere letti…
    Un abbraccio e un buon 2011!

  • 2. cristina  |  January 3rd, 2011 at 5:29 pm

    ciao silvia, buon 2011 anche a te!

  • 3. Clara  |  January 6th, 2011 at 5:30 pm

    Ciao Cristina, sento già la pioggia monsonica che scandisce la vita imprigionata nei libri… Grazie per il post, e un luminoso 2011! Clara

  • 4. cristina  |  January 7th, 2011 at 9:21 am

    Clara, ciao e un magnifico 2011 anche a te!
    un abbraccio, cris


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