Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

La mia casa è dove sono

February 24th, 2011

“Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di un incontro o di uno scontro. Siamo crocevia, punti di passaggio, ponti. Siamo mobili, e possiamo volare con le ali nascoste nelle pieghe delle nostre anime celesti.”

Igiaba Scego ci racconta proprio di questi ponti, a volte solidi, a volte spezzati, traballanti, ma sempre punti di passaggio, anche se pericolosi, incerti. E leggendo le sue parole scritte ci sembra di ascoltarle direttamente dalla sua voce, una voce intensa, allegra nonostante tutto. La sua è una storia a cavallo tra due mondi, per qualcosa simili ma per lo più molto diversi. Diversi anche quando convivono nella stessa città. Ve la immaginate una bambina che la mattina va a scuola come tutte le bambine, ma prima di andare a scuola, quando ancora è notte, va alla Caritas diocesana con sua madre a prendere cibo e vestiti?

“Io mi vergognavo da morire a chiedere la carità. Mamma indovinando il mio pensiero mi prese da parte:«Igiaba vedi quelle donne?». Be’, sì, le vedevo. Erano donne somale dal portamento regale e dagli abiti sgargianti. «Quelle donne un tempo erano potenti. Figlie o spose di funzionari governativi, alcune erano anche ai posti di comando. Donne che avevano a che fare con la diplomazia e i suoi segreti. Guardale, anche se malridotte, che bella andatura hanno. E anche se quelle mani non portano più gioielli, sbrilluccicano lo stesso di benessere. E sai perché? Perché, figlia mia, non si sentono umiliate nel chiedere aiuto. Non c’è niente di sbagliato in quello che stiamo facendo ora.» Guardavo intorno a me. Non c’erano facce tristi; c’erano persone che se la stavano passando male, ma che avevano intenzione di superare il brutto momento. Tra quelle persone anche noi.”

Ed è proprio grazie a questi mondi diversi che Igiaba riesce a vedere quello che vede e che ci racconta in questo romanzo, attraverso la mappa della sua città, fatta di due città lontane unite con i sogni e con i ricordi. E lungo quella mappa si dipanano luoghi ma anche punti di vista, spesso spiazzanti, che ci aprono orizzonti che non avevamo notato.

“Dire ti voglio bene, ti amo, mi manchi, non significa nulla per un somalo. Ha più senso parlare in valuta straniera. In un paese in cui non ci sono più infrastrutture, vita pubblica, speranze, solo il denaro può schiudere le porte di una qualsiasi sopravvivenza. Meglio i dollari che ti voglio bene, eccellenti gli euro per dire ti amo. I rapporti tra la Somalia e la diaspora si consumano così nel soffio di una trattativa di affari. Gente che prima era legata da baci, abbracci, ricordi, pensieri, ora è legate dal nulla dei contanti fruscianti”.

Ho finito di leggere La mia casa è dove sono ieri sera, appena dopo l’ultimo telegiornale che parlava della Libia. E poi stamattina al giornale radio, in macchina, andando al lavoro ho sentito tutta una serie di commenti ironici sul colonialismo italiano. E ho ripensato alle parole di Igiaba su Graziani e la sua ferocia in Somalia, in Eritrea, in Libia.

“Ma fu in Libia, nel 1921, che Graziani si fece conoscere tristemente per la prima volta. [...] Per piegare la Libia decise di piegare letteralmente il suo popolo. Ricorse a sistemi selvaggi contro le varie tribù. Tra le  molte le più terribili furono i trasferimenti coatti nei lager. Donne, bambini, giovani, anziani, venivano presi, brutalizzati, picchiati e veniva abbattuto il loro bestiame. Il tutto poi era corredato da fucilazioni e impiccagioni di massa. [...]“

Chissà perché noi tutti in Italia, indipendentemente dal credo politico, abbiamo sempre e soltanto ironizzato sul colonialismo italiano! Forse perché il senso del ridicolo ci ha protetto dai sensi di colpa? Io comunque stamattina andando al lavoro in macchina, passando davanti a un bar ristorante eritreo su viale Regina Margherita che purtroppo è chiuso, ho deciso di cercarmi un po’ di libri che mi raccontino la verità sul colonialismo italiano.

Grazie Igiaba!

Igiaba Scego, La mia casa è dove sono, Rizzoli 2010 (pp. 165).

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. Scrive su “l’Unità”, “Internazionale” e su molte riviste che si occupano di migrazioni e culture africane, tra cui “Nigrizia”. Tra i suoi libri, Pecore nere (Laterza 2005) e Oltre Babilonia (Donzelli 2008).

Entry Filed under: Igiaba Scego, Somalia

7 Comments

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  • 1. Clara  |  February 24th, 2011 at 9:46 am

    Bellissimo questo post, grazie Cris! Un abbraccio da Bombay! E hai ragione, bisognerebbe avvicinarsi il più possibile alla verità :-)

  • 2. cristina  |  February 24th, 2011 at 11:14 am

    Cara Clara, che piacere sentirti!Ogni tanto ti penso lì a Bombay…
    In questo periodo sono talmente incasinata col lavoro che la sera non riesco a leggermi i tuoi post e quelli di altre amiche… e quando ci riesco è troppo velocemente. ma mi rifarò presto!

    tanti baci, cris

  • 3. cristina  |  February 27th, 2011 at 12:47 am

    Un po’ di informazioni su Italia e colonie nell’articolo di Bernardo Valli su La Repubblica del 25 febbraio.

  • 4. brunella antomarini  |  February 27th, 2011 at 10:35 am

    ho imparato un sacco di cose da Igiaba e Cristina!
    grazie
    brunella

  • 5. cristina  |  February 27th, 2011 at 10:18 pm

    ciao brunella.
    benvenuta su globalstories!

    un caro abbraccio, cris

  • 6. Raffaella Raponi  |  August 26th, 2011 at 1:20 pm

    ciao Cris, ho letto l’interessante articolo di Valli, che hai suggerito, non si finisce mai di apprendere e conoscere, rifletto una volta ancora sui paradossi dell’ideologia, marxista in qst caso; creare sfruttamento e capitalismo per poi fare una rivoluzione, non richiesta, che si è visto come finisce…sempre. cari saluti, baci Raffaella

  • 7. cristina  |  August 26th, 2011 at 3:02 pm

    Ciao Raffaella,

    sono contenta che hai letto l’articolo di Valli e del tuo commento. Non so perché ma la Somalia è sempre più nel mio cuore.

    Sull’inserto letterario del Sole 24 ore di domenica scorsa (21 agosto 2011) c’è un interessante articolo di Filippo La Porta proprio su Igiaba Scego e la sua scrittura.

    E sempre su quel numero c’è un altro articolo davvero molto interessante di Tim Parks “L’illusione del romanzo mondo”, che approfitta dell’uscita del libro di Vittorio Coletti “Romanzo mondo” edito per il Mulino per parlare degli scrittori dei paesi non occidentali e dei lor romanzi.Appena leggerò il libro scriverò un post sull’argomento.

    un caro abbraccio,

    cris


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