Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Venivamo tutte per mare

September 9th, 2012

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina.

Le voci che ascoltiamo in questo libro sono le voci delle donne giapponesi che tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 attraversarono l’Oceano Pacifico per raggiungere i loro connazionali che le avevano precedute e che avevano sposato per procura dopo aver visto le loro sbiadite fotografie.  Si stabilirono negli Stati Uniti d’America, in California, dove lavorarono per lo più in agricoltura, ma anche come cameriere e governanti nelle case americane di città, o aprendo dei negozi in proprio.

Un romanzo corale, che più che letto andrebbe ascoltato, che ci racconta la storia di queste donne che si imbarcarono giovanissime per approdare in un mondo totalmente sconosciuto.

Ci buttammo nel lavoro. Mettemmo via gli specchi. Smettemmo di pettinarci. Ci dimenticammo del trucco. Ci dimenticammo di Buddha. Ci dimenticammo di Dio. Sviluppammo un gelo interiore che a tutt’oggi non si è ancora sciolto: “ho paura che la mia anima sia morta”. Smettemmo di scrivere a nostra madre. Perdemmo peso e dimagrimmo. Smettemmo di avere il ciclo. Smettemmo di sognare. Smettemmo di desiderare. Lavoravamo e basta.

Julie Otsuka ci racconta le loro speranze e le loro paure, la loro vita in America, i mariti, i figli.

A scuola si sedevano in fondo alla classe insieme ai messicani, e parlavano con voce timida e esitante. Una dopo l’altra, le vecchie parole che avevamo insegnato loro cominciarono a scomparire. Dimenticarono i nomi dei fiori in giapponese. Dimenticarono come si dice “luce della neve”, “grillo campana” e “fuggire nella notte”. Vivevano le loro giornate nella nuova lingua, le cui ventisette lettere ci sfuggivano ancora, malgrado abitassimo in America da anni. Si davano nomi nuovi, diversi da quelli che avevamo scelto per loro. Ben presto non li riconoscemmo più. Erano più alti di noi e più grossi. Erano incredibilmente chiassosi. “Mi sento un’anatra che ha covato le uova dell’oca”.

Ci parla del rapporto con gli americani (Esiste una tribù più selvaggia degli americani?), e infine la loro deportazione in campi di concentramento lontani dalle coste del Pacifico, avvenuta in seguito all’attacco giapponese a Pearl Harbor. Sì perché questo romanzo è la storia di uno sterminio silenzioso, avvenuto e ricordato senza parole, senza spiegazioni, senza grida.

Mi ha moto colpito e all’improvviso mi sono ricordata di quando nel 1990, quando stavo come visiting scholar all’università di San Diego, andai a visitare Manzanar uno dei campi di concentramento in cui furono imprigionati più di 110.000 giapponesi-americani durante la Seconda Guerra Mondiale.  Ricordo ancora l’emozione e la profonda tristezza, anche perché fino ad allora non avevo mai sentito parlare di campi di concentramento in America!

Alcuni di noi partirono piangendo. E alcuni di noi partirono cantando. Una di noi partì coprendosi la bocca con la mano e ridendo istericamente. Qualcuno partì ubriaco. Altri partirono in silenzio, a testa bassa, pieni di imbarazzo e vergogna. Quasi tutti partirono parlando solo in inglese, per non irritare le folle che che si erano radunate per vederci andar via. Molti noi avevano perso tutto e partirono senza dire niente. Tutti partimmo con una targhetta di identificazione bianca legata al colletto o al bavero.

Nessuno sapeva davvero perché li stessero portando via, né dove li stessero portando e meno che mai quando – e se – sarebbero tornati. E non è un caso che il romanzo finisca con il capitolo La scomparsa, che dà voce ai loro vicini – padroni, conoscenti, clienti – americani.

I giapponesi sono scomparsi dalle nostre città. Le loro case sono sprangate e vuote. Le loro cassette della posta cominciano a traboccare. Verande sbilenche e giardini sono cosparsi di giornali non ritirati. Nei loro praticelli spuntano folti intrighi di erbacce. I tulipani appassiscono dietro le loro case. Gli ultimi carichi di biancheria sono ancora appesi ad asciugare. In una delle loro cucine – quella di Emi Saito – un telefono nero continua a squillare.

Una voce piena di interrogativi e anche di sensi di colpa.

La gente comincia a esigere risposte. I giapponesi sono andati nei centri di raccolta di loro volontà, oppure sotto coercizione? Qual’è la loro destinazione finale? Perché non siamo stati informati in anticipo della loro partenza? Qualcuno interverrà in loro favore, e in tal caso, chi? Sono innocenti? Sono colpevoli?Sono davvero andati via? Non è strano, infatti, che nessuno di nostra conoscenza li abbia visti partire?

E’ passato un anno, e quasi ogni traccia dei giapponesi è scomparsa dalla nostra città. Adesso parliamo poco di loro, o non ne parliamo affatto, anche se di tanto in tanto continuiamo a ricevere notizie dall’altro versante delle montagne – intere città giapponesi sono sorte nei deserti del Nevada e dello Utah. Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell’altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

Un libro poetico, un mondo estraneo e al tempo stesso familiare, fatto da grandi speranze, striscianti paure e piccoli gesti e oggetti della vita quotidiana, raccontato da donne che da subito ci sembra di conoscere, con cui ci sentiamo sorelle di un legame antico.

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri 2012, pp. 143, (The Buddha in the Attic, 2011). Bellissima traduzione di Silvia Pareschi.

Julie Otsuka, americana di origine giapponese, è nata in California. Vive e lavora a New York. Il suo primo romanzo, When the Emperor Was Divine (2002), non è stato tradotto in italiano.

Entry Filed under: Giappone, Julie Otsuka

10 Comments

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  • 1. Clara  |  September 9th, 2012 at 5:49 pm

    Un libro che mi intriga molto, moltissimo. Ne avevo sentito parlare in radio, e Silvia Pareschi è una traduttrice bravissima. Un abbraccio

  • 2. cristina  |  September 9th, 2012 at 10:45 pm

    Sì infatti credo che ti piacerebbe. Ha un ritmo perfetto.
    Un abbraccio anche a te e a presto

  • 3. Silvia  |  September 9th, 2012 at 11:25 pm

    L’ho comprato qualche mese fa, non appena uscito, ma ancora non ho trovato il tempo di leggerlo.
    Questa tua bellissima recensione però mi ha fatto venire voglia di leggerlo subito!
    grazie mille…. Poi ti dirò.
    Un carissimo saluto

  • 4. Silvia Pareschi  |  September 10th, 2012 at 12:12 am

    Grazie!
    “When the Emperor Was Divine” uscirà tra poco in italiano, sempre tradotto da me.

  • 5. cristina  |  September 10th, 2012 at 8:17 am

    Grazie a te della traduzione, anzi delle traduzioni!
    Ho letto che è molto bello anche “When the Emperor Was Divine” e non vedo l’ora di leggerlo.
    Ti farò sapere.
    Saluti

  • 6. cristina  |  September 10th, 2012 at 8:22 am

    Silvia (Merialdo) ma allora anche tu questa estate stai “viaggiando” per altri paesi… Giappone, Balcani… Io invece sto in Somalia adesso, con “Timira” di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Mi sembra bello e spero di raccontarvelo prestissimo.
    Un caro abbraccio e a presto

  • 7. Silvia  |  September 10th, 2012 at 10:03 am

    Sì, sempre in viaggio, o di persona o dalla poltrona di casa mia!
    Adesso sono approdata nuovamente in Bangladesh.

    Somalia! Sì, raccontaci!

  • 8. elisa  |  September 10th, 2012 at 8:09 pm

    sembra una sinfonia tragica… me lo segno, forse un giorno ci arriverò (in effetti sto andando alla deriva verso oriente).
    abbracci!

  • 9. cristina  |  September 10th, 2012 at 9:53 pm

    sì, proprio una sinfonia tragica. anche se, come spesso nella letteratura giapponese contemporanea, c’è una levità nella tragedia che mi colpisce moltissimo.

    ti abbraccio.

  • 10. Jay&hellip  |  October 24th, 2014 at 6:42 am

    trusted@pillspot.com” rel=”nofollow”>.…

    tnx for info!!…


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