Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Non c’è dolcezza

November 4th, 2012

“La nebbia dei ricordi non si dirada mai del tutto” anche per chi tra quella nebbia si confonde, nell’inconsapevole ricerca di quello che gli è stato nascosto fin dall’infanzia, “la sua infanzia rubata”.

Non c’è dolcezza è la storia di tre madri, le tre madri di Arlind.

Lila la madre biologica, che l’ha promesso alla sua più cara amica che non ha figli, mentre lei ne ha avuto tre di figlie e che ha mantenuto la sua promessa nonostante il dolore della separazione.

Eleni la madre adottiva, che sogna una vita nuova per lei e Arlind, la vita di una madre col suo bambino.  Ma che non andrà mai oltre al sogno.

Hava la madre di latte, che arriva ogni anno all’alba  con gli tzigani, “rondini abituate al colore della notte. Rompono il silenzio dei boschi coi loro violini. Spostano il vento seduto sull’azzurro del mare, mentre il chiarore del cielo scivola sulle criniere dei cavalli”.

E’ la storia di Arlind e del suo padre adottivo Andrea e di quello biologico Niko e delle sue sorelle naturali e di quelle di latte.

Ed è anche la storia dell’Albania e dei suoi cambiamenti.

“La città gli sembra cambiata. Lo colpisce il fumo che si alza da ogni angolo. [...] Tanta gente per le strade. Prima della caduta del regime la gente era distribuita in città e paesi. Non si poteva vivere dove si voleva. Qualcuno decideva per te. [...]

- Avremo nostalgia per il passato, – ride Klara. – Ti rendi conto? Racconteremo ai nostri figli che una volta eravamo gentili con gli altri perché era l’unico modo che conoscevamo per stare al mondo, senza pagare, senza pretendere niente.

- E loro non ci crederanno, – dice Arlind”

Ma in realtà Non c’è dolcezza racconta di “tutte le persone di questo mondo” che conoscono “la terra e il celo, gli alberi e l’erba, e il dolore e la malinconia e le canzoni [...]” di tutti noi insomma, in ogni luogo e in ogni tempo.

Mi piace molto la scrittura di Anillda Ibrahimi, mi piace quando sembra scappare dalla pagina  per mescolarsi al ritmo dei racconti tramandati da generazioni, e diventare canto. Sembra di sentirli i cantori coi loro canti.

Sentite che bella la graduatoria dei canti fatta da Theodora, la nonna di Arlind, un bel personaggio duro e dolce insieme come spesso erano le donne nostre antenate.

“Al primo posto ci sono i canti dei matrimoni. Al secondo, i canti degli uccelli vicino al bosco. All’ultimo, le ninnananne. Non portano allegria. Sono canti umidi, che fanno cambiare l’aria.”

Infine ringrazio Anilda Ibrahimi anche per aver citato “Chi ha riportato Doruntina?” (TEA 2008, traduzione di Francesco Bruno) dello scrittore albanese Ismail Kadarè. Un libro magico ispirato a un’antica leggenda dell’Albania medioevale che vi consiglio di leggere.

Anillda Ibrahimi, Non c’è dolcezza, Einaudi 2012, pp. 230.

Anillda Ibrahimi è nata a Valona e vive a Roma. Per Einaudi ha pubblicato Rosso come una sposa e Gli amori e gli stracci del tempo.

Entry Filed under: Albania, Anilda Ibrahimi, Ismail Kadaré

6 Comments

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  • 1. Clara  |  November 4th, 2012 at 6:50 pm

    Che bella la descrizione degli tzigani. Buona domenica, Cris, e grazie per questo ennesimo bel libro.

  • 2. Silvia  |  November 4th, 2012 at 8:18 pm

    Grazie Cristina per questo post, leggerò sicuramente il libro!

    Molto interessante questa storia di madri-figlie-padri, so già che mi piacerà!

  • 3. cristina  |  November 4th, 2012 at 11:44 pm

    Ciao Clara,
    gli tzigani sono una parte fondamentale del romanzo e i loro arrivi sono bellissimi… sembra di sentire le loro voci.

    Mi sono ricordata di quando anni fa sono andata con mia figlia Elene in un enorme accampamento di Rom a cercare un cane che si era perso e che qualcuno le aveva detto che aveva visto da quelle parti. Il cane non lo abbiamo trovato ma è stato un viaggio importante.

    Era luglio, siamo arrivate dopo mezzogiorno e c’erano 40 gradi circa. Un campo Rom, all’interno di una città grande come Roma, è una piccola carta geografica. Sono tutti suddivisi a seconda del paese da cui arrivano. E così abbiamo cominciato il viaggio e all’inizio un po’ timorose e imbarazzate ci siamo ritrovate in un campo perfettamente organizzato dove i ragazzini stavano tornando da scuola e il pranzo era già pronto. Siamo state subito invitate a pranzo ma non avevamo fame per il caldo e dopo un po’ di chiacchiere e indicazioni siamo andate in un altro campo. Questo campo era un altro mondo, molto incasinato e pieno di polvere. Ci guardavano tutti un po’ strani, cercando di capire cosa volessimo. Poi abbiamo visto dei bambini che giocavano con una pompa dell’acqua, ci siamo avvicinate e ci siamo fatte la doccia insieme a loro. Ed è stato come aprire una porta. E così completamente zuppe ci siamo addentrate nel campo e abbiamo cominciato a parlare con la gente, tutti ci davano consigli o semplicemente volevano parlare con noi. Alla fine ci siamo ritrovate in una specie di bar proprio nel cuore del campo, dove ci siamo sorseggiate una bibita fresca all’ombra e dove abbiamo potuto lasciare un messaggio per chi avesse visto il cane.
    Insomma non era un campo così poetico come quello descritto nel romanzo ma è stato un incontro vero. Dopo solo due ore di quel girovagare ci è sembrato di stare viaggiando io e lei insieme, e questo piccolo viaggio è rimasto dentro di noi e questo è stato il suo significato più profondo.

    Tanti baci, cris

    P.S.: pensa che proprio adesso che stavo finendo di risponderti mi è arrivato l’invito per l’inaugurazione di una iniziativa organizzata dalla cooperativa donne Rom :)

  • 4. cristina  |  November 4th, 2012 at 11:48 pm

    Ciao Silvia, sì credo che ti piacerà il romanzo.

    Spero di vederti presto. Un caro abbraccio, cris

  • 5. Stefania  |  November 28th, 2012 at 5:25 pm

    Che coicidenza: mi metto a leggere qualche post nei blog italiani di libri e il primo che trovo è proprio questo su di un libro di una scrittrice di origine albanese, ma che scrive in italiano… mentre io sto scrivendo un post su Ornela Vorpsi. Non conoscevo Anilda Ibrahimi,o meglio, avevo visto i suoi libri in giro, ma non li avevo mai preso in mano. Pensavo Ornela Vorpsi fosse l’unica scrittrice di origine albanese a scrivere in italiano di Albania.

  • 6. cristina  |  November 28th, 2012 at 5:40 pm

    Ciao Stefania. Te la consiglio Anilda Ibrahimi, anche se è piuttosto diversa da Ornela Vorpsi. Cosa hai letto della Vorpsi? Io ho letto soltanto “Bevete cacao Van Houten!” e mi è piaciuto, anche se ancora non ne ho parlato nel blog, perché mi si sono accavallati altri libri, ma lo vorrei riprendere. C’è un altro scrittore albanese che scrive in italiano (o almeno mi sembra, sicuramente vive a Roma): Ron Kubati di cui ho letto un bel libro”Va e non torna”. Anche di lui prima o poi mi piacerebbe scrivere.
    A presto


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