Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

Maledetto Dostoevskij

December 23rd, 2012

“Appena Rassul alza la scure per abbatterla sulla testa della vecchia, gli viene in mente la storia di Delitto e castigo. Rimane folgorato. Le braccia sussultano; le gambe tremano. E la scure gli scappa di mano. Sfonda il cranio della donna, e vi si conficca. Senza un grido la vecchia si accascia sul tappeto rosso e nero. Il suo velo dai motivi a fiori di melo fluttua nell’aria prima di cadere sul corpo grasso e flaccido. E’ scossa dagli spasmi. Ancora un respiro; forse due. Gli occhi sbarrati fissano Rassul, in piedi al centro della stanza con il fiato sospeso, più livido di un cadavere. Trema, il patou gli cade dalle spalle sporgenti. Lo sguardo terrorizzato contempla il mare di sangue, quel sangue che cola dal cranio della vecchia, si confonde con il rosso del tappeto coprendone i disegni neri, e scorre lento verso la mano grassoccia della donna che stringe una mazzetta di banconote. il denaro sarà macchiato di sangue.

Muoviti Rassul, muoviti!”

Così comincia “Maledetto Dostoevskij” e se non fosse per il patou di Rassul penseremmo davvero di stare leggendo un romanzo di Dostoevskij. Proprio “Delitto e Castigo”, seguendo il giovane studente Raskòlnikov alle prese col proprio destino.

Muoviti Rassul, muoviti!

Queste prime righe danno l’idea del ritmo del romanzo, che è tutto sempre al buio e in fretta, anche quando il tempo sembra dilatato grazie all’hascisc.

La storia è apparentemente semplice: Rassul vuole liberare la sua ragazza dalla vecchia usuraia che la costringe a prostituirsi, e così va a casa sua per ucciderla. Ma appena abbassa l’ascia sulla testa della vecchia, il rimorso per l’atto che ha appena compiuto lo bloccano, ha la sensazione di star replicando le azioni di Raskòlnikov in “Delitto e castigo” di Dostoevskij, scrittore che ha letto e amato quando era studente in Russia. E così lascia incompiuta la sua opera, scappando dalla vecchia agonizzante, senza prenderle i soldi e senza mai sapere con esattezza se l’ha uccisa o no, inseguito dal rimorso che gli toglierà la voce.

E il lettore ha la sensazione di seguire Rassul, più che di leggere la sua storia, di seguirlo appunto in una Kabul allucinata e livida.

“La città di Kabul aspetta il vento. Aspetta il vento come aspetta la pioggia perché finisca la siccità. Solo cinque settimane fa, il vento si levava prima ancora che il sole fosse sparito dietro le montagne. Sollevava la polvere posata sulla città, fin negli angoli più reconditi di ogni esistenza, e la cacciava via. Non arrivava da nessuno dei punti cardinali. Pareva scaturire dal cuore della terra; e se ne andava dopo aver soffiato permettendo alla città di respirare, di dormire, di sognare… Ora non si leva più. Lascia che tutto ristagni: lo zolfo della guerra, il fumo del terrore, le braci dell’odio. Un untume bruciaticcio si appiccica alla pelle, penetra nelle cellule.”

Ci perdiamo anche noi nella città senza vento, nel suo untume, tra l’odore intenso di hascisc. La città senza legge, la città dei mujaheddin in guerra coi russi, ma potrebbe anche essere quella dei talebani in guerra con gli americani. E potrebbe essere qualsiasi città in cui il senso della giustizia sia andato perduto, qualsiasi città sospesa nel nulla del dolore.

Muoviti Rassul, muoviti! E muoviamoci anche noi, prima che il rimorso ci raggiunga, prima che la nostra voce ci abbandoni.

P.S.: La settimana scorsa sul traghetto notturno che mi riportava in Italia dalla Sardegna, ho visto una ragazza bellissima, giovane giovane, e sola. Era vestita da soldato e sembrava ancora più piccola sotto il peso dello zaino enorme. Ho pensato che stesse andando in Afghanistan. E ho sofferto come se fosse mia figlia che stesse andando in Afghanistan e avrei voluto abbracciarla e dirle “non andare, non andare”, o almeno avrei voluto parlare con lei e ascoltare le sue parole. Ma il suo sguardo era così lontano che mi sono diretta verso la mia fredda cabina, dove ho dormito poco e vestita.

Atiq Rahimi, Maledetto Dostoevskij, pp. 201, Einaudi 2012 (traduzione dal francese di Yasmina Melauah).

Atiq Rahimi è nato a Kabul in Afghanistan nel 1962 e attualmente vive a Parigi dove ha ottenuto l’asilo politico. Per Einaudi ha pubblicato Terra e cenere (2002); Le mille case del sogno e del terrore (2003); L’immagine del ritorno (2004) e Pietra di pazienza (2009).

Entry Filed under: Afghanistan, Atiq Rahimi

2 Comments

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  • 1. elisa  |  December 24th, 2012 at 4:41 pm

    accidenti! sembra tutto molto freddo e disperato. E’ un racconto con molti spifferi di aria gelata e un batticuore costante.

    ma io volevo cogliere l’occasione di questo post per abbracciarti e augurarti un buon natale!
    :-)

  • 2. cristina  |  December 24th, 2012 at 7:01 pm

    Cara Elisa grazie e buon Natale anche a te! Il primo Natale nella tua nuova bella casa, niente male no?
    Spero proprio che riusciremo a vederci presto.
    Ti abbraccio,
    Cris


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