Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

L’omonimo

February 2nd, 2013

“«Devo dirti una cosa» gli dice suo padre quando finisce la canzone. «Riguarda il tuo nome».

Gogol fissa suo padre, sbalordito. «Il mio nome?»

Suo padre spegne la radio. «Gogol. C’è una ragione sai».

«Sì. Baba. Gogol è il tuo scrittore preferito. Lo so».

«No» risponde suo padre. Entra nel vialetto d’ingresso e spegne il motore, poi le luci. «Un’altra ragione».

E così, seduti uno accanto all’altro in automobile, suo padre rievoca un campo a duecentonove chilometri da Howrah. Con le mani abbandonate sul volante, lo sguardo rivolto oltre il parabrezza, verso la porta del garage, racconta a Gogol la storia del treno su cui ha viaggiato ventotto anni prima, nell’ottobre del 1961, per andare a trovare il nonno a Jamshedpur. Gli parla della notte che per poco non gli ha tolto la vita, del libro che lo ha salvato, dell’anno che è seguito, quando non era in grado di muoversi. I vagoni si ribaltarono in un avvallamento lungo i binari. Passò più di un’ora prima che arrivassero i soccorsi. Ashoke ricorda come urlavano, chiedendo se ci fosse qualcuno vivo. Ricorda di aver provato a rispondere, inutilmente, dalla sua bocca non usciva altro che un rantolo sordo. Le pagine del suo libro, saltate via dalle mani, sventolavano, divise in due, a pochi metri dal treno. La luce di una lanterna indugiò, abbastanza a lungo perché Ashoke sollevasse una mano. Stringeva ancora una pagina del Cappotto accartocciata in pugno, e quando alzò la mano, gli scivolò dalle dita. «Aspetta!» sentì una voce gridare. «Il ragazzo accanto al libro. L’ho visto muoversi».

Gogol ascolta, costernato, gli occhi fissi sul profilo di suo padre. Benché solo pochi centimetri li separino, per un attimo suo padre è un estraneo, un uomo che ha custodito un segreto, è sopravvissuto a una tragedia, un uomo di cui non conosce completamente il passato. Un uomo fragile, che ha sofferto in modo inconcepibile. Immagina suo padre, sui vent’anni, com’è lui adesso, che viaggia su un treno, come lui poco prima, leggendo un racconto, e di colpo, per poco, non rimane ucciso. Si sforza di figurarsi la campagna del Bengala occidentale, che ha visto solo in rare occasioni, il corpo di suo padre straziato, tra centinaia di morti, trasportato su una barella, oltre una fila di vagoni marroncini contorti. Si sforza, contro ogni istinto, di immaginare la vita senza suo padre, un mondo in cui suo padre non esiste.

«Perché non l’ho mai saputo?» chiede Gogol. La sua voce suona dura, accusatrice, ma gli occhi sono pieni di lacrime. «Perché non mi hai detto niente fino ad ora?»

«Non mi sembrava mai il momento giusto» risponde suo padre.”

L’omonimo gira intorno al nome di Gogol, che i suoi genitori Ashima e Ashoke gli hanno dato, mentre aspettavano la lettera dall’India col nome scelto dalla nonna. La lettera non arriverà mai e Gogol crescerà con questo strano nome, fino a quando a diciotto anni lo cambierà in Nikhil.

“C’è una sola complicazione: non si sente Nikhil. Le persone che adesso lo conoscono come Nikhil ignorano che un tempo era Gogol. Lo conoscono solo nel presente non nel passato. Dopo diciotto anni di Gogol, due mesi di Nikhil paiono miseri, irrilevanti. A volte gli sembra di recitare in una commedia, nella parte di due gemelli, indistinguibili a occhio nudo eppure fondamentalmente diversi. A volte il vecchio nome riaffiora, dolorosamente e senza preavviso, proprio come un incisivo aveva pulsato terribilmente nelle ultime settimane, dopo un’otturazione, minacciando per un istante di staccarsi dalla gengiva mentre beveva il caffè.”

Il passaggio da un nome all’altro sembra la dolorosa metafora del trasferimento dall’India agli Stati Uniti di Ashima e Ashoke, la condizione di estraneamento che proverà il figlio tra i suoi due nomi è la stessa che provano i genitori tra i loro due paesi. “Perché essere stranieri, comincia a realizzare Ashima, è come una gravidanza che dura tutta la vita – un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione di persistente anomalia. E’ una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo.”

Ma quello che mi è piaciuto di questo bel romanzo è la capacità dei personaggi di affrontarlo questo estraneamento, e anche di superarlo, andando oltre agli schemi prestabiliti con cui sono cresciuti. Gogol, che da ragazzo era piuttosto recalcitrante ai lunghissimi viaggi in India con i genitori ma anche alle varie feste in casa con gli amici bengalesi dei suoi, una volta adulto troverà un suo modo di essere indiano e americano, riuscirà a costruirsi, sebbene faticosamente, una vita più sfaccettata, trasformando positivamente lo spaesamento iniziale. Sono personaggi sinceri e coraggiosi.

Ricordo quanto mi avesse impressionato quando ero ragazza sapere da una amica, figlia di un indiano e di una inglese, che sua nonna paterna, che si era trasferita da oltre trent’anni a Londra, non parlava una parola di inglese, e quindi lei, sua nipote, non ci aveva mai potuto parlare. Mi aveva scioccato l’idea di una donna che era vissuta sempre nel passato. E mi ero sentita molto orgogliosa di mia nonna Giovanna, che fino al matrimonio aveva indossato solo gli abiti tradizionali sardi, ma che quando poi aveva cominciato a seguire mio nonno in giro per l’Italia, aveva scelto abiti più adatti. Punto. Non per questo aveva smesso di convivere con le sue tradizioni: parlava il sardo, ballava benissimo il ballo tradizionale, preparava antichi dolci fantastici.

Jumpa Lahiri, L’omonimo, Guanda 2006, pp. 342 (The Namesake, 2003), traduzione dall’inglese di Claudia Tarolo.

Jumpa Lahiri è nata nel 1967 a Londra da genitori indiani ed è cresciuta negli Stati Uniti, dove vive. Il suo libro di esordio, L’interprete dei malanni (Marcos y Marcos 2003)  ha vinto nel 2000 il Premio Pulitzer.

Entry Filed under: India, Jumpa Lahiri

3 Comments

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  • 1. alida  |  March 7th, 2013 at 11:13 am

    casco per errore qui dentro, mentre cerco la locandina della mostra di Marco, ma giacchè ci sono…non ho letto il libro,però ho visto il film che si rifà nei dialoghi in amniera fedele al libro. Mi sono ricordata parola per parola di questo passaggio. baci alida

  • 2. cristina  |  March 7th, 2013 at 11:32 am

    ciao alida. il film non l’ho visto, ma il libro mi è piaciuto molto. Jumpa è a Roma per un anno, vive a Trastevere e spero proprio di conoscerla.
    baci anche a te, cris

  • 3. max&hellip  |  November 14th, 2014 at 3:10 pm

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    thanks for information….


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