Questo è un blog dove parlo dei libri che leggo. E siccome in questi anni leggo soprattutto romanzi di scrittori non occidentali, sarà un blog su romanzi non occidentali. Sono partita un po’ di anni fa leggendo gli scrittori giapponesi, poi sono arrivata in India, Pakistan e dintorni, con qualche viaggio in Israele, Nord e Sud Africa, passando per la Cina. Leggere romanzi ambientati in paesi non occidentali è un po’ come viaggiare in quei paesi, così come quando ero più giovane e leggevo i classici del ‘700 e del ‘800 mi sembrava di viaggiare nel passato.

La bellezza delle cose fragili

November 17th, 2013

E poi il Ghana, poi l’odore del Ghana, una contraddizione, un vaso d’argilla incrinato: l’odore di siccità e umidità allo stesso tempo, l’umido della terra e l’aridità della polvere. L’aeroporto. Corpi che spingevano, tiravano, gridavano, mendicavano, toccavano, respiravano. Li aveva dimenticati, i corpi. La vicinanza dei corpi. In America i corpi erano distanti. Il calore che emanavano. Si fece largo tra la folla che sgomitava, tra i corpi caldi.

La bellezza delle cose fragili è la storia di una famiglia e per questo, dolorosa come la storia di ogni famiglia. La storia della famiglia Sai, una famiglia di immigrati di origine africana che vive a Boston: il padre Kweku, grande chirurgo, e sua moglie Fola avvocato-fioraia, e quattro figli nati in America, il figlio maggiore Olu che seguirà le orme del padre, i gemelli Taiwo e Kehinde la cui incredibile bellezza non riesce a nascondere le loro profonde ferite, e l’ultima nata Saidie, quella insicura che troverà alla fine il suo posto nel mondo proprio in Ghana.

La storia tipica di una famiglia in ascesa, che all’improvviso si interrompe. Kweku viene accusato ingiustamente in ospedale per un’intervento non riuscito e invece di reagire fugge. Qualcosa si è inceppato. Tutto crolla mostrando quanto fragile fosse la vita che si era creato. E forse anche quanto fragile sia il sogno americano che ti avvolge illudendoti che siamo tutti uguali, che tutto sia possibile, per poi lasciarti solo, se inciampi in una crepa che fino a quel momento non avevi visto o forse avevi fatto finta di non vedere. Sconfitto, soprattutto da se stesso, Kweku se ne torna in Africa senza mai spiegare niente a sua moglie, ai suoi figli. Lasciandoli andare alla deriva fino a quando non si ritroveranno tutti insieme dopo la sua morte ad Accra in Ghana.

Un viaggio continuo tra continenti (tra il Ghana e gli Stati Uniti, tra Londra e la Nigeria) e luoghi più intimi, tra un passato doloroso e un futuro incerto.

Mi è piaciuta molto la scrittura di Taiye Selasi. Sembra seguire un ritmo istintivo, quasi arcaico, a tratti incalzante come la musica dei tamburi, “un surrogato del battito del cuore. Più forte, più calmo e più sicuro”, a volte insopportabilmente lento come la vita delle donne dei villaggi sempre uguale nel tempo.

I personaggi sono tutti molto belli, ma quelli a cui mi sono affezionata di più sono Fola, la madre, e Saidie, la figlia più piccola, quella apparentemente senza fascino. Sono due personaggi complementari, Fola è la madre regina, potente, anche nella sventura, Saidie la figlia sempre insicura, finché non scoprirà la sua origine e la sua identità in Ghana e la bellezza della sua diversità.

Non era di Lagos che aveva nostalgia, dello splendore, della sensazionalità, la sensazione di essere ricca – ma del senso di resa all’insensatezza della storia, la ristrettezza e l’ingenuità della sua precedente individualità. Dopodiché ha semplicemente smesso di perdere tempo, con i dettagli, con l’idea che l’esistenza prendesse forma dalle sue specificità. Questa o quella casa, questo o quel passaporto, Baltimora o Lagos, Boston o Accra, abiti costosi o di seconda mano, fioraia o avvocato, la vita o la morte: alla fine non importava. Se era possibile morire senza un’identità, estranei a qualsivoglia contesto, allora si poteva anche vivere rimanendo estranei a qualsivoglia contesto.

Da queste poche righe che descrivono perfettamente il carattere e la vita di Fola, emerge il suo tratto così attuale, che rappresenta così bene la vita degli espatriati, e quindi di quasi tutti noi.

Chiude gli occhi, si stringe la vita con un braccio soffiando fuori il fumo, con il gusto della compagnia che si mescola con quello della nicotina, dolente per la felicità di averli tutti a casa. [...] Pensa ma non lo dice: non si può imparare più di tanto in una sola vita.

Taiye Selasi, La bellezza delle cose fragili, Einaudi 2013 (Ghana Must Go, 2013), traduzione bellissima di Federica Aceto.

Taiye Selasi, scrittrice e fotografa, è nata a Londra da padre ghanese e madre nigeriana.

Entry Filed under: Ghana, Taiye Selasi

4 Comments

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  • 1. Kiki Vagges  |  November 17th, 2013 at 9:39 pm

    Bentornata!!! Mi mancavi.

  • 2. cristina  |  November 18th, 2013 at 1:09 am

    Ciao cara Kiki, che bello trovare il tuo messaggio!
    Ho letto molti bei libri in questi mesi, ma ero presa a scrivere il mio di romanzo e non ho più avuto tempo per globalstories.
    Il prossimo post lo farò su “La moglie” di Jhumpa Lahiri: l’hai letto? L’hai vista a Mantova?
    Intanto grazie e un caro abbrccio

  • 3. Silvia  |  November 18th, 2013 at 11:23 am

    Ciao Cristina e bentornata!
    Mi fa molto piacere leggere questo tuo post, che capita proprio nel momento giusto: mi sto interessando un po’ di libri africani, ma sono praticamente a zero! Quindi posso iniziare con la bellezza delle cose fragili.
    Comunque, che tutto quello che ho costruito possa cadere da un giorno all’altro per una piccola crepa lo penso spesso anche io! Siamo tutti fragili, tanto più quando non ce ne accorgiamo.
    Un abbraccio

  • 4. cristina  |  November 18th, 2013 at 2:52 pm

    ciao Silvia che piacere sentirti!
    anche io mi sto interessando ai libri africani e li trovo densi di un’energia diversa da quello che sono abituata a leggere. Ho letto anche “Metà di un sole giallo” di Chimamanda Ngozi Adichie, ambientato in Nigeria ai tempi dell’indipendenza del Biafra, e mi è piaciuto tantissimo.

    Sì, siamo tutti fragili, e se ne siamo consapevoli forse siamo un po’ meno fragili.
    Cari baci


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