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	<title>GlobalStories &#187; Albania</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>L&#8217;amore e gli stracci del tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 11:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Albania]]></category>
		<category><![CDATA[Anilda Ibrahimi]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[L'amore e gli stracci del tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Rosso come una sposa]]></category>
		<category><![CDATA[Valona]]></category>

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“Con l’arrivo di suo figlio aveva capito che noi siamo i nostri padri e le nostre madri che continuano a vivere in noi. Nelle nostre ossa sentiamo il richiamo della loro voce che attraversa la vita, e a volte anche la morte, e ci dice che non possiamo scappare da nessuna parte. Ci dice che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>“Con l’arrivo di suo figlio aveva capito che noi siamo i nostri padri e le nostre madri che continuano a vivere in noi. Nelle nostre ossa sentiamo il richiamo della loro voce che attraversa la vita, e a volte anche la morte, e ci dice che non possiamo scappare da nessuna parte. Ci dice che tutte le strade sono chiuse dal momento che hai visto tuo figlio in faccia. E che esistono solo due tempi: il tempo della semina e quello della raccolta. E quando hai fatto queste due cose, il ciclo è finito. Allora cercherai con tutte le forze di fare l’unica cosa ancora possibile: trasferire i tuoi ricordi in colui che diventerà la tua memoria. […] Cercherai di trasmettere la tua nostalgia a tuo figlio, capendo che un giorno tu stesso sarai la sua nostalgia.”</em></p>
<p><span id="more-41"></span><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Anche se l&#8217;Occidente fa di tutto per negare l&#8217;importanza di questo legame, credo che sia uno dei nodi importanti della nostra vita. Uno di quelli che ci fa capire di non essere vissuti per niente, di avere avuto un compito. In un momento difficile della mia vita in cui mi sentivo sbandare, all’improvviso sono riuscita a reagire e a cambiare qualcosa. Facendolo ho capito che quella mia azione così difficile era tanto importante perché permetteva di cambiare non solo il corso della mia vita ma anche quello di mia nonna e in genere delle donne della mia famiglia. Da quel momento riesco a trovare un senso anche nelle piccole cose. Ed è questo che cerco di insegnare a mia figlia. Anche se ora è più difficile, perché la vita dei ragazzi è diventata così veloce, come se non si potessero permettere un attimo di tregua in quella guerra quotidiana che senza saperlo fanno solo contro se stessi.</p>
<p>Per questo forse i ragazzi di cui Anilda Ibrahimi ci racconta mi hanno incantato con le loro vite dure e poetiche, schiacciate da una guerra che non hanno voluto e che non combattevano certo contro se stessi. Si chiamano Ajkuna e Zlatan e sono cresciuti insieme da bambini, lei kosovara e lui serbo, nella Priština degli anni novanta, prima della guerra del Kosovo. E proprio da quella guerra sono stati travolti e separati, definitivamente, perché &#8220;<em>dopo quella guerra di quello che erano una volta non è rimasto niente.&#8221;<span style="font-style: normal"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal">Ajkuna viene trovata da Jacqueline nell’ospedale di Kukes. <em>“Un giorno si era occupata di una ragazza, ferita come tanti altri. La mattina dopo ricordava perfettamente l’espressione dei suoi occhi. E anche il suo nome: Ajkuna. Quella ragazza non voleva morire, e non era per niente spaventata dalla morte. Ma non aveva nemmeno voglia di salvarsi. Era diversa. Odorava di buono, il suo sangue. Jacqueline le aveva lavato le croste annerite su tutto il corpo, l’aveva tenuta stretta nel suo abbraccio. La voleva salva.”</em></span></em></p>
<p class="MsoNormal">E Jacqueline riesce a portarla a casa sua in Svizzera, dove Ajkuna partorirà sua figlia Sarah.</p>
<p class="MsoNormal"><em>“È stanca e svuotata, ma non è riuscita a dormire. I parti svuotano, sì. D’un tratto ti senti vecchia dentro, hai fatto tutto quello che la natura si aspettava da te. Buona fortuna, vorresti dire a quel nodo sporco di sangue che ti ha appena lacerato il corpo. Buona fortuna, figlio mio, spero che a te vada meglio che a me. Questo vorresti dirgli, ma non da genitore, da essere umano a essere umano. Invece chiudi gli occhi, cerchi nella memoria un luogo sicuro. Ma non c’è. Il tuo viaggio finisce qui: camminerai accanto a tuo figlio, farai tante cose, nulla però sarà più tutto tuo, nemmeno il silenzio.”</em></p>
<p>Intanto Zlatan <em>“ha attraversato fiumi in piena, scavalcato cadaveri che nessuno ha avuto il tempo di seppellire, eppure è riuscito a sopravvivere.“ </em>Il ricordo dell’ultima sera passata con Ajkuna è stato <em>“il suo talismano”. </em>Ha un bel nome Zlatan, significa d’oro, e io lo sapevo perché ho un caro amico che si chiama Slati, che in Bulgaria significa d’oro appunto. E questo nome mi ha aiutata, e mi sono immaginata Zlatan ragazzo con la faccia di Slati, che ora ha vent’anni ed è bello. Zlatan che dall’ospedale in Kosovo viene trasferito in un campo profughi in Sicilia, e poi a Roma.</p>
<p class="MsoNormal">È una Roma diversa da quella che sono abituata a vivere tutti i giorni quella di cui Anilda Ibrahimi parla nel suo romanzo. Leggendo mi sono chiesta se fosse davvero la mia città e dove fossi io quando Zlatan girava per le strade. Zlatan come tanti altri. E ho avuto nostalgia di quella città che non conosco.</p>
<p class="MsoNormal">Ed è a Roma che finalmente Zlatan trova una casa e anche un amore. All’inizio faticherete a arrendervi a questo amore, sarete troppo legati al suo amore per Ajkuna, e anche per lui non sarà facile riconoscerlo questo amore, prima dovrà trovare Ajkuna e fare insieme a lei un altro pezzo importante della loro vita. E solo allora sarà libero di amare Ines, la donna da cui avrà a sua insaputa un figlio maschio.<span> </span>La figlia femmina gliela aveva data Ajkuna anche lei a sua insaputa.</p>
<p><em>“</em>-<em>È il mio destino, &#8211; dice Zlatan, &#8211; i miei figli nascono senza di me, e io sono l’ultimo a saperlo.”</em></p>
<p>E sarà proprio Ajkuna a venirvi incontro, a aiutarvi a capire, come ha capito lei, e soprattutto a accettare. <span style="font-style: italic"><span> </span>“Quando sente il respiro regolare di Zlatan, Ajkuna si alza e va in cucina. Prende la lettera di Milos, e legge. Quando arriva al punto in cui lui descrive il parto, le sgorgano le lacrime. Prova un’infinita tenerezza per Ines. La vede sola a Belgrado, con la pancia enorme, mentre gira con Milos, mentre mette al mondo il suo Marko, in una città sconosciuta. Guarda la foto di Marko, in quel viso rosso da neonato cerca le tracce di Zlatan. È così che aveva fatto anche con la sua bambina. Poi appoggia la testa sul tavolo laccato di bianco e si abbandona al pianto. Per lei, per Zlatan, e questa volta anche per Ines”.</span></p>
<p><span style="font-style: italic"> </span></p>
<p>Al di là dell’ambientazione e delle tragedie vissute da Ajkuna e Zlatan e da tutti gli altri bellissimi personaggi di cui non ho tempo di parlare, come Milos e Slavica, i genitori di Zlatan,<span> </span>e<span> </span>Donika e Besor, i genitori di Ajkuna, <em>L’amore e gli stracci del tempo</em> è una storia universale che parla a tutti di tutti. Una storia di come a un certo punto della nostra vita dobbiamo per forza fare i conti con quello che siamo diventati, anche se non ci piace poi tanto, anche se avevamo sognato cose diverse. E&#8217; una storia di madri e anche una storia di padri.</p>
<p>Ve lo consiglio di cuore.</p>
<p class="MsoNormal">Anilda Ibrahimi, <em>L’amore e gli stracci del tempo</em>, Einaudi 2009, pp. 280.</p>
<p><em>Anilda Ibrahimi</em> è nata a Valona nel 1972 e vive in Italia dal 1997. Scrive in italiano. Per Einaudi ha pubblicato <a title="Rosso come una sposa" href="http://www.globalstories.it/2008/06/25/rosso-come-una-sposa/" target="_blank">Rosso come una sposa</a> nel 2008, tradotto in quattro lingue.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Rosso come una sposa</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 14:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Albania]]></category>
		<category><![CDATA[Anilda Ibrahimi]]></category>

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		<description><![CDATA[“Arriva in una mattina di settembre, in un’arsa stagione dove le piogge tardano a venire. È vestita tutta di rosso. Come il sangue. Come un sacrificio umano dato in dono agli dèi per propiziare la pioggia. Come una sposa. All’ingresso principale la fanno scendere da cavallo. Le donne della famiglia non riescono a prenderla, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">“Arriva in una mattina di settembre, in un’arsa stagione dove le piogge tardano a venire. È vestita tutta di rosso. Come il sangue. Come un sacrificio umano dato in dono agli dèi per propiziare la pioggia. Come una sposa. All’ingresso principale la fanno scendere da cavallo. Le donne della famiglia non riescono a prenderla, le loro mani rimangono vuote. Sospesa in aria Saba sospira, il suo viso sembra uno specchio rotto. Come l’unica fotografia di questa interminabile giornata. Il velo nasconde i suoi occhi umidi.”</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> <span id="more-27"></span></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Così comincia <em>Rosso come una sposa</em>, romanzo d’esordio di Anilda Ibrahimi, scrittrice albanese che scrive in italiano. Mi incuriosiscono gli scrittori stranieri che scrivono in italiano, mi piacerebbe capirne meglio le motivazioni, perché scrivere in un’altra lingua che non sia la propria mi sembra strano quanto una madre filippina o nord africana o francese che parli al proprio bambino in italiano (o in qualsiasi lingua del paese in cui abita). Quella donna perde qualcosa di fondamentale, e anche il suo bambino: come si fa a raccontare la propria infanzia che si è vissuta in una lingua, in un’altra lingua completamente diversa? Non spariscono così anche i ricordi? Un’amica psicolinguista americana mi raccontava che aveva fatto una ricerca sulla lingua che le donne che abitano in un paese diverso da quello dove sono nate vogliono parlare mentre partoriscono, ed era quasi per tutte la lingua madre! </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">E così mi domando se uno scrittore che scriva in una lingua diversa dalla sua non perda qualcosa anche lui. Posso capire, anche se mi dispiace, gli scrittori indiani che scrivono in inglese perché in India ci sono tantissime lingue ed è più probabile che un libro scritto in inglese abbia più lettori indiani di un libro scritto in <em>Marathi</em>, per non parlare poi dei lettori di lingua inglese sparsi nel pianeta… Ma scrivere in italiano non offre certo grandi vantaggi, considerando anche quanto poco i nostri libri vengono tradotti in altre lingue. </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Vi consiglio di leggere <a target="_blank" href="http://indian-words.blogspot.com/2007/06/un-blog-sullindian-writing-in-english.html" title="Indian Writing in English"><strong>il post</strong> </a>di <strong>Silvia Merialdo</strong> sull’<em>Indian Writing in English</em> nel suo <strong><a target="_blank" href="http://indian-words.blogspot.com" title="Il blog di Silvia Merialdo">blog</a></strong>. Se conoscete altri scrittori non italiani che scrivono in italiano per favore segnalatemeli. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Al di là della lingua in cui è scritto,</span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> il libro di Anilda Ibrahini mi è piaciuto. Mi ha aiutata a conoscere meglio l’Albania, un paese che si conosce poco e male. Fino a quando c’era il comunismo, infatti, dell’Albania se ne sapeva poco e niente perché era un paese troppo vicino e troppo simile al nostro per essere affascinante come la Cina o Cuba. Poi una volta caduto il regime le uniche cose che si sono cominciate a vedere in TV sono stati gli scafisti che cercavano di sbarcare sulle nostre coste o i ballerini classici costretti a ballare coreografie da quattro soldi su Italia Uno. </span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">L’Albania si rivela piano piano tra le pagine del libro, attraverso il velo rosso che nasconde gli occhi umidi di Saba. E quello che ci appare è un paese ricco di culture, religioni e costumi, in modo molto più vario del nostro. Spesso i personaggi non sanno neanche loro a quale religione appartengono, come quando muore il fratello del nonno e in paese non c’è un imam e c’è troppa neve per sperare che possa arrivarne in tempo uno dal paese vicino; e allora sarà il prete a leggere le <em>sure</em> al funerale! </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Rosso come una sposa</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> è un romanzo tutto al femminile, che nella prima parte racconta la vita di Saba e nella seconda quella di Dora, sua nipote. Nelle loro due vite si riflette la storia dell’Albania, dalla seconda guerra mondiale al regime comunista di Enver Hoxa fino alla sua disgregazione negli anni 90. Mi piacciono tutte queste donne, così autentiche nella loro forza e nella loro debolezza, capaci di governare i vivi e aggiornare i morti sul tempo e sull’attualità. Mi sembrano così simili alle figure di donne con cui sono cresciuta in Sardegna, sia a quelle che ho conosciuto direttamente, sia a quelle che mi sono state raccontate infinite volte e spesso ingigantite dal ricordo di chi raccontava. E in effetti appartengono alla stessa cultura matriarcale…</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Anilda Ibrahimi, <em>Rosso come una sposa</em>, Einaudi 2008, pp. 263.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Anilda Ibrahimi è nata a Valona. Finiti gli studi lascia l’Albania e si trasferisce in Svizzera e poi in Italia dove risiede tutt’ora.</span></span></p>
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