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	<title>GlobalStories &#187; Algeria</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Riti, miti, simbolismo e magia fra le donne della Cabilia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 14:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Cabilia]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Internazionale delle Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Makilam]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo non è un libro ma un incontro che si terrà domani venerdì 7 ottobre dalle 18.30 alle 21.30 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Makilam (Malika Grasshoff) è nata e cresciuta in Algeria in un villaggio del Djurdjura nella regione della Cabilia. Si è trasferita in Germania a 17 anni dove ha conseguito il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Questo non è un libro ma un incontro che si terrà domani <strong>venerdì 7 ottobre</strong> dalle 18.30 alle 21.30 alla <strong>Casa Internazionale delle Donne</strong> di Roma.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><strong>Makilam</strong> (Malika Grasshoff) è nata e cresciuta in <strong>Algeria</strong> in un villaggio del Djurdjura nella regione della <strong>Cabilia</strong>. Si è trasferita in Germania a 17 anni dove ha conseguito il dottorato in storia e etnografia all&#8217;Università di Bremen. Il suo punto di vista dall&#8217;interno delle sacre pratiche matrilineari rivela la complessità del simbolismo e la centralità delle donne nella cultura cabilia. Il brillante lavoro di Makilam getta una luce completamente nuova sui riti, i miti e sulla struttura sociale di questa società ora in pericolo di estinzione.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Seguirà aperitivo conviviale.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Spero di andarci così vi farò sapere&#8230;</span></p>
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		<title>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 15:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Amara Lakhous]]></category>
		<category><![CDATA[circoncisione]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[mutilazioni genitali]]></category>
		<category><![CDATA[viale marconi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami? Se hai un nome straniero si crea immediatamente una barriera, una frontiera insuperabile fra il &#8216;noi&#8217; e il &#8216;voi&#8217;. Il nome ti fa sentire subito se sei dentro o fuori, se appartieni al &#8216;noi&#8217; o al &#8216;voi&#8217;. Un esempio? Se vivi a viale Marconi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami? Se hai un nome straniero si crea immediatamente una barriera, una frontiera insuperabile fra il &#8216;noi&#8217; e il &#8216;voi&#8217;. Il nome ti fa sentire subito se sei dentro o fuori, se appartieni al &#8216;noi&#8217; o al &#8216;voi&#8217;. Un esempio? Se vivi a viale Marconi e ti chiami Mohamed vuol dire automaticamente che non sei un cristiano o un ebreo, ma un musulmano. Giusto? Molto probabilmente non sei nemmeno italiano perché i tuoi genitori non lo sono. E allora? Allora niente. Non conta se sei nato in Italia, hai la cittadinanza italiana, parli perfettamente l&#8217;italiano eccetera eccetera. Mio caro Mohamed, agli occhi degli altri non sei (e non sarai mai) un italiano doc, un italiano al cento per cento, un italianissimo. Diciamo che il nome è il primo marchio della nostra diversità. &#8220;</em></p>
<p><em><span id="more-181"></span><span style="font-style: normal;">Proprio di questa &#8220;diversità&#8221; si parla in <em>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</em>, </span></em>e spesso quel &#8216;noi &#8216; e quel &#8216;voi&#8217; si mescolano, si invertono. I capitoli si susseguono alternando i punti di vista di <em>Issa </em>e di<em> Sofia. </em>Issa<em>, </em>alias Christian, è un giovane siciliano che parla perfettamente l&#8217;arabo e conosce molto bene il Maghreb e per questo è stato infiltrato dal Sismi in un gruppo di immigrati musulmani che gravita intorno a viale Marconi, una zona molto popolata ai bordi del centro di Roma. Sofia, alias Safia, è la moglie egiziana di un immigrato architetto-pizzettaio e che lavora clandestinamente come parrucchiera.</p>
<p>Questa struttura del romanzo ci rende liberi dal dare giudizi, trasformandoci in osservatori esterni di un mondo in divenire. Bastano i pareri e i giudizi di Issa e Sofia, a volte duri, a volte interlocutori, non servono i nostri. Anzi noi possiamo liberamente specchiarci in quel mondo, immedesimarci, riconoscerci, capire.</p>
<p><em>&#8220;Continuo a pensare con la mia testa da italiano, non riesco a mettermi nei panni degli immigrati extracomunitari. Molti dei concittadini non capiscono perché i negozi degli immigrati nelle città italiane siano aperti anche di domenica. Ma è una cosa normale. Qui in Italia ci vengono per lavorare, non per riposare. Insomma, non sono turisti! Il paese di accoglienza diventa una sorta di fabbrica, dove si lavora e si accumulano quattrini&#8221;</em>. Basta una frase di Issa, anche apparentemente scontata, per aprirci un mondo. Per riuscire a vedere finalmente quel mondo parallelo al nostro, con cui ci sfioriamo tutti i giorni illudendoci di capirlo, pensando che siamo tutti uguali. Ma non è così. Siamo uguali solo nelle emozioni, nella paura, nella speranza, nell&#8217;attesa, nei sogni, nell&#8217;amore. E non è poco. Ma le nostre vite non sono uguali.</p>
<p><em> &#8220;L&#8217;architetto [...] guarda fino all&#8217;alba i canali satellitari (soprattutto Madame al-Jazeera). [...] E&#8217; molto informato sui fatti della politica internazionale come la guerra in Iraq, il nucleare iraniano, gli Hezbollah, Hamas eccetera eccetera. [...] Di quel che capita in Italia, al contrario, non sa quasi nulla. la sua teoria è molto semplice: se al-Jazeera non ne parla vuol dire che qui non succede nulla di importante. Mi raccomanda sempre di non fidarmi dei media italiani. Perché? Ma perché parlano sempre del&#8217;Islam in modo negativo: una religione di odio e di violenza che incita alla guerra santa. [...] Io non sono d&#8217;accordo con l&#8217;architetto. Gli ho detto mille volte che si sbaglia di grosso. Quando uno vive in un paese deve dare la precedenza alle notizie locali. [...] Io voglio sapere come stanno le cose qui a Roma, non a Kabul o a Bagdad! Chiaro? I canali satellitari sono diventati delle vere trappole per gli immigrati arabi. Creano una dipendenza dal paese d&#8217;origine. Come si fa a vivere scissi fra due paesi? Io non posso seguire le informazioni quotidiane dell&#8217;Italia e del mondo arabo allo stesso tempo. Bisogna scegliere. Non è così complicato. o sbaglio?&#8221;. </em>Non mi sembra per niente strano che sia Sofia, una donna, a sentire l&#8217;esigenza di capire meglio il paese dove vive e dove sta crescendo sua figlia. P<span style="font-size: 13.3333px;">rima di suo marito, che da uomo fa più fatica ad aprirsi al nuovo paese, è più rigido, come molti degli uomini  in questo romanzo, spesso seduti insieme davanti alla tv a guardare e commentare le notizie di &#8220;Madame&#8221; al-Jazeera, ignari di quello che sta succedendo a un passo da loro.</span></p>
<p>Sofia non parla solo degli immigrati, parla anche di noi: &#8220;<em>Il velo non è sempre di stoffa, ci sono altri trucchi paragonabili al nostro velo, che nascondono altre parti del corpo. E allora? Allora niente. Insomma il seno rifatto nasconde il seno originale, il naso rifatto nasconde il naso originale, le labbra rifatte nascondono le labbra originali e così via. [...] La libertà femminile non può ridursi a una questione di vestiti.&#8221; </em>Così ragiona Sofia e viene voglia di incontrarla per continuare a parlare con lei anche dopo la fine del romanzo.</p>
<p>A proposito della &#8220;fine del romanzo&#8221;, ieri sono stata alla presentazione del libro e  Amara Lakhous concludendo la serata ha detto tra l&#8217;altro che alcuni suoi amici che avevano letto il libro prima della pubblicazione si erano lamentati con lui del finale &#8220;non finito&#8221; e del fatto che la possibile storia d&#8217;amore, di cui non vi dico altro, era rimasta incompiuta. Amara ci ha detto che ha provato a scriverne uno alternativo, &#8220;più finito&#8221; ma che non l&#8217;ha convinto e così ha lasciato il vecchio finale. E meno male! perché a me è piaciuto moltissimo. Infatti il finale nega un po&#8217; tutta la storia e se comprendesse anche la storia d&#8217;amore negherebbe anche quella, e invece così possiamo immaginarcela come vogliamo. E io so come. Grazie Amara!</p>
<p>Amara Lakhous, <em>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</em>, Edizioni e/o, 2010, pp. 188</p>
<p><em>Amara Lakous </em>è nato ad Algeri nel 1970 e vive a Roma dal 1995. Laureato in filosofia all&#8217;Università di Algeri e in antropologia culturale alla Sapienza di Roma. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo <em>Le cimici e il pirata </em>(Arlem editore) in versione bilingue arabo/italiano e nel 2006 il romanzo <em>Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio </em>(Edizioni e/0), da cui nel 2010 è stato tratto l&#8217;omonimo film diretto da Isotta Toso.</p>
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		<title>L&#8217;attentatrice</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 15:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Yasmina Khadra]]></category>

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		<description><![CDATA[(ANSA) &#8211; BAGHDAD, 7 LUG &#8211; Almeno nove persone, tra cui diverse donne e bambini, sono morte e 12 altre sono rimaste ferite a Baquba da un&#8217;attentatrice suicida. La donna si e&#8217; fatta saltare in aria in un mercato popolare, secondo una fonte di polizia della provincia di Diyala, di cui Baquba e&#8217; il capoluogo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana">(ANSA) &#8211; BAGHDAD, 7 LUG &#8211; Almeno nove persone, tra cui diverse donne e bambini, sono morte e 12 altre sono rimaste ferite a Baquba da un&#8217;attentatrice suicida. La donna si e&#8217; fatta saltare in aria in un mercato popolare, secondo una fonte di polizia della provincia di Diyala, di cui Baquba e&#8217; il capoluogo che ha precisato solo che l&#8217;attentato e&#8217; stato messo a segno nel quartiere di al Mafraq. Negli ultimi sei mesi sono almeno 16 le donne kamikaze che si sono fatte esplodere nella provincia di Diyala.</span><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana"> </span></strong></p>
<p><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana"><span id="more-28"></span></span><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana">Questa comunicazione dell’ANSA mi ha convinto a riprendere in mano <em>L’Attentarice</em> e a decidermi a scriverne in questo mio blog. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">È da mesi che voglio farlo, ma ogni volta mi fermo perché mi fa male anche solo rileggerne le parti che ho segnato. <em>L’attentatrice</em> infatti è un romanzo che fa male, che non offre via di scampo; il dolore di Amin, diventa il nostro, un dolore sordo che non ci abbandona neanche quando abbiamo finito di leggerlo.</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana"> </span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Amin Jaafari è un noto chirurgo di Tel Aviv, un arabo israeliano, che si trova in ospedale nel bel mezzo di un attentato a un ristorante della zona, e dopo lunghe ore passate a soccorrere i feriti scopre che la terrorista kamikaze è sua moglie Sihem. Niente paura non vi sto togliendo il piacere della suspense, questo succede nelle prime pagine del libro, il resto è un’altra storia. È la storia della disperazione di Amin di fronte a qualcosa di ignoto e incomprensibile, della ricerca della verità, del tentativo di capire le ragioni di sua moglie, una donna moderna, ricca, indipendente che male combacia con l’icona di martire. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">“Jenin era la grande città della mia infanzia. […] Ormai è solo una città sinistrata, un’immensa rovina; non ha nulla da dire e ha l’aria insondabile come il sorriso dei martiri, i cui ritratti sono affissi a ogni angolo di strada. Sfigurata dalle innumerevoli incursioni dell’esercito israeliano, di volta in volta messa alla berlina e resuscitata per durare il piacere, giace nelle sue maledizioni, senza fiato e a corto d’incantesimi…”</span></em></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Più che la descrizione della città di Jenin questa mi sembra la descrizione della Palestina, <em>“terra prediletta da Dio, trasformata in un inestricabile immondezzaio dove i valori fondanti dell’Umanità marciscono a cielo aperto, l’incenso puzza come le promesse che ci rimangiamo e il fantasma dei profeti si copre il volto a ogni preghiera che si frange nel ticchettio delle culatte e nelle grida d’intimidazione.”</em></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Perdonatemi le lunghe citazioni, ma la tentazione è proprio quella di tacere e rimandarvi alle pagine del libro&#8230; pagine intense, bellissime.  </span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Non riesco a sopportare che una donna sia una kamikaze, che possa uccidere gente innocente. Ho provato a mettermi nei panni di Sihem, a sentire che non c’è più nessun innocente, che non c’è altra alternativa a questo atto tremendo se non aspettare la propria fine e quella degli amici, dei fratelli, dei figli, lentamente giorno dopo giorno; ho provato a immaginare di essere una madre palestinese che vede l’infanzia negata ai propri figli bambini. Ma nonostante tutto, non sono riuscita ad accettare l’idea di una donna kamikaze. </span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Io dalle donne mi aspetto una soluzione, una possibilità di futuro anche quando sembra non essercene più. Non so voi.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span></span></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span></span>Yasmina Khadra, <em>L’attentatrice</em>, Piccola Biblioteca Oscar Mondadodori 2007, pp. 232 (<em>L’attentat</em>, Éditions Julliard, Paris, 2005).</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, fino al 1999 ufficiale dell’esercito algerino. Attualmente vive in Francia.</span></span></span></p>
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