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	<title>GlobalStories &#187; Paesi</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Il sari rosso</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 20:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Gandhi]]></category>
		<category><![CDATA[Indira Gandhi]]></category>
		<category><![CDATA[Nehru]]></category>
		<category><![CDATA[Rajiv Gandhi]]></category>
		<category><![CDATA[Sonia Gandhi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Grazie a Sonia, i più poveri tra i poveri, come lei li chiama utilizzando l&#8217;espressione resa popolare da Madre Teresa di Calcutta &#8211; un&#8217;altra europea che ha lasciato il segno in India -, hanno un&#8217;alleata fedele. Un&#8217;alleata che li tiene ben presenti, tutti i giorni e in ogni momento, che sia al vertice del potere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Grazie a Sonia, i più poveri tra i poveri, come lei li chiama utilizzando l&#8217;espressione resa popolare da Madre Teresa di Calcutta &#8211; un&#8217;altra europea che ha lasciato il segno in India -, hanno un&#8217;alleata fedele. Un&#8217;alleata che li tiene ben presenti, tutti i giorni e in ogni momento, che sia al vertice del potere o che ne sia fuori.&#8221;</em></p>
<p><span id="more-294"></span>Più che un romanzo, <em>Il sari rosso</em> è una biografia romanzata e come tale secondo me va letta e gustata. La biografia romanzata di <em>Sonia Gandhi</em>, basata su interviste a persone che l’hanno conosciuta e soprattutto su uno scrupoloso studio di articoli  e libri sull’India e sulla famiglia <em>Nehru Gandhi</em>. E sembra proprio una biografia autorizzata e invece è tutto il contrario, come è spiegato bene su <a style="text-decoration: underline; color: #666666;" href="http://orientalia4all.net/2010/05/15/libri-allindice-sonia-gandhi-perseguita-il-sari-rosso/" target="_blank">Orientalia</a>. Sembra infatti che quando è uscita la versione italiana e Javier Moro doveva presentarla a Torino, Sonia l&#8217;abbia diffidato dal farlo nonostante l&#8217;editore italiano avesse acconsentito a scrivere sotto il titolo:<em>&#8220;Questo è un romanzo basato sulla storia di Sonia Gandhi. Né Sonia né alcun membro delle famiglie Gandhi, Nehru e Maino hanno fornito informazioni o collaborato al libro. Alcuni dialoghi e situazioni in esso contenuti sono il prodotto dell&#8217;interpretazione dell&#8217;autore, senza corrispondere necessariamente alla realtà.&#8221;</em></p>
<p>Insomma, non è piaciuto a Sonia Gandhi questo libro, ed è strano perché l&#8217;immagine che ne viene fuori è quella di una donna straordinaria, coraggiosa, competente e discreta, che ha fatto tesoro degli anni vissuti accanto alla suocera, <em>Indira,</em> imparando da lei cosa significa essere una donna al vertice dell&#8217;India. Nel bene e nel male. Come se Javier Moro avesse volutamente lasciato fuori dal libro tutte le ombre della dinastia Nehru Gandi, a tal punto che potrebbe quasi insospettire e infastidire chi è subito pronto a lasciarsi insospettire.</p>
<p>Io no, a me è piaciuto <em>Il sari rosso</em>, e il personaggio Sonia. Mi è piaciuto seguire passo passo la sua maturazione, il suo passare dalla ragazza in cerca di futuro che combatte col padre per andare a studiare l&#8217;inglese a Londra alla donna matura che suo malgrado porta con un misto di fermezza e dolcezza il peso della sua famiglia acquisita. E mi è piaciuto come attraverso la storia della famiglia Nehru Gandi il libro ci guidi nella storia dell&#8217;India degli ultimi 60 anni, accompagnandoci tra le complessità del Paese e le sue contraddizioni.</p>
<p><em>&#8220;Oggi i poveri hanno solo la consolazione delle proiezioni ufficiali che dicono che tra una ventina d&#8217;anni avranno una rendita pro capite trentacinque volte quella attuale. Sono la più grande preoccupazione di Sonia. Sarà conseguenza della sua educazione cattolica, o sarà perché non dimentica mai di essere nata in una famiglia umile, sulle montagne di Asiago, ma i contrasti dell&#8217;India continuano a ferirla. Indira non sosteneva forse che qualsiasi cosa si dica dell&#8217;India è vera ed è vero anche il contrario? Mumbai ha la baraccopoli più grande dell&#8217;Asia e la maggior concentrazione di prostitute infantili del mondo, ma è appena diventata la quarta città del pianeta per numero di miliardari, uno dei quali ha regalato alla moglie, per il suo quarantaquattresimo compleanno, un airbus. Come abituarsi a queste differenze? Com&#8217;è possibile che lo stato si dimostri incapace di costruire latrine nelle baraccopoli, o di rifornire di gessetti le scuole e di siringhe pulite i dispensari rurali, mentre il suo programma spaziale viene considerato alla stessa stregua o addirittura migliore di quello di una qualsiasi potenza occidentale? Il giorno in cui Sonia ci si abituerà dovrà lasciare la politica.&#8221;</em></p>
<p>Javier Moro, <em>Il sari rosso</em>, Il Saggiatore 2010, pp. 585, (<em>El sari rojo,</em> 2008), traduzione di Giuliana Carraro e Eleonora Mogavero.</p>
<p><em>Javier Moro</em> (Madrid 1955), giornalista e scrittore, in Italia ha pubblicato <em>Mezzanotte e cinque a Bhopal </em>(2001) scritto in collaborazione con <em>Dominique Lapierre</em>, e <em>Passione indiana</em> (2006).</p>
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		<title>Tracce d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 17:31:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Zhang Ailing]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Gottardo]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Morzenti]]></category>
		<category><![CDATA[Shangai]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Dalla vegetazione ubriacata dalle grandi piogge della stagione arrivavano zaffate di foglie verdi. C&#8217;era qualcosa di violento nel modo in cui platani, gardenie, magnolie, alberi di canfora, calami aromatici, felci, alberi del corallo, palme, giunchi e piante di tabacco crescevano e si propagavano: un che di assassino che conferiva al vento che entrava un vago [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;"><em>&#8220;Dalla vegetazione ubriacata dalle grandi piogge della stagione arrivavano zaffate di foglie verdi. C&#8217;era qualcosa di violento nel modo in cui platani, gardenie, magnolie, alberi di canfora, calami aromatici, felci, alberi del corallo, palme, giunchi e piante di tabacco crescevano e si propagavano: un che di assassino che conferiva al vento che entrava un vago richiamo carnale. L&#8217;umidità eccessiva imperlava mobili e pavimento di gocce di condensa&#8221;.</em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;"><em><span id="more-285"></span><span style="font-style: normal;">La scrittura di <em>Zhang Ailing</em></span><span style="font-style: normal;"> come sempre mi incanta, mi seduce, mi avvolge, come quella vegetazione di cui tanto scrive e che fa da sfondo allo stato d&#8217;animo dei suoi personaggi. Donne, anche questa volta. </span></em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;">Questa raccolta di due racconti, <em>Incenso d&#8217;aloe</em> del 1943 e <em>Tracce d&#8217;amore</em> del 1945, mi è piaciuta di più della sua più famosa <em><a href="http://www.globalstories.it/2007/10/12/lussuria/" target="_blank">Lussuria</a>. </em>Mi è piaciuta soprattutto la scrittura intensa e sensuale, piena di colori e di odori, per raccontare la vita di due donne, una all&#8217;inizio della propria vita sentimentale e proprio per questo piena di speranze che verranno disattese; e l&#8217;altra invece invischiata in un matrimonio riparatore. Entrambe schiacciate dalla tristezza di una vita </span><span style="font-family: Verdana; color: #333333;">senza emozioni, come in questo bellissimo paragrafo di <em>Incenso d&#8217;aloe</em>:</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;"><em>&#8220;Lì, schiacciata dalla folla, provò una strana sensazione. Il blu del cielo sopra la sua testa virava al viola cupo, lo stesso colore in cui stemperava il mare invernale ai confini del cielo. Eppure lì nella baia c&#8217;era un posto come quello, gremito di gente, luci, oggetti affascinanti come quei vasetti di ceramica blu con due manici, quelle pile di rotoli di velluto verde chiaro, o i sacchetti di cellofan pieni di nuvolette di gambero, e poi i dolcetti di durian color ambra arrivati dai tropici, i rosari buddisti dalle nappe cremisi, i sacchetti profumati giallo pallido, i minuti crocefissi d&#8217;argento brunito, i cappelli di paglia a tetto di pagoda. E oltre quel brulicare di gente luci cose, quel mare e quel cielo, freddi, solitari&#8230; infinita desolazione, infinito terrore. Così era il suo futuro, quel futuro al quale lei non poteva pensare, perché se ci pensava vedeva solo un terrore infinito. Nessuna stabilità, nessun progetto a lungo termine. Solo in quelle cosette futili il suo cuore rattrappito dall&#8217;ansia riusciva a trovare un po&#8217; di quiete.&#8221;</em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;">Una lucidità spietata quella di <em>Zang Ailing</em>, che si capisce ancora meglio leggendo la sua </span><span style="font-family: Verdana; color: #333333;">postfazione scritta nel 1944. Parole amare come amari sono questi due racconti: <em>&#8220;E anche ammesso che io possa aspettare, è la nostra epoca che corre, che va sgretolandosi, e andrà sgretolandosi sempre più. Un giorno, la nostra intera civiltà, superba o banale che sia, apparterrà al passato. Se desolazione è la parola che uso più spesso, è perché questa disarmante minaccia fa da sfondo a tutti i miei pensieri.&#8221;</em></span></p>
<p><span style="font-family: Verdana; color: #333333;">Nel 1956 <em>Zhang Ailing</em> si trasferirà negli Stati Uniti: il suo mondo, la sua Cina, è finito, quello nuovo, l&#8217;Occidente, non sarà mai suo. In vita non sarà riconosciuta come scrittrice, avrà invece un grande successo postumo. Desolazione.</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; color: #333333; font-family: Verdana;">Zhang Ailing, <em>Tracce d&#8217;amore</em>, Rizzoli 2011, pp. 139, traduzione dal cinese di Maria Gottardo e Monica Morzenti. Postfazione dell&#8217;autrice del 1944.</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; color: #333333; font-family: Verdana;"><em><em></em>Zhang Ailing</em> (1920-1995) famosa scrittrice cinese nata a Shanghai e trasferitasi negli Stati Uniti nel 1956. È molto apprezzata anche nella Cina di oggi, dove sono state vendute milioni di copie dei suoi libri. Il suo lavoro più noto è </span><span style="font-size: 10pt; color: #333333; font-family: Verdana;"><em>Lussuria</em>, pubblicato in Italia per </span><span style="font-size: 10pt; color: #333333; font-family: Verdana;">Rizzo</span><span style="font-size: 10pt; color: #333333; font-family: Verdana;">li nel 2007 e da cui è stato tratto il film omonimo di Ang Lee.<br />
</span></p>
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		<title>La gabbia d&#8217;oro</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 22:10:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Shirin Ebadi]]></category>
		<category><![CDATA[Ahmadinejad]]></category>
		<category><![CDATA[Khomeini]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho letto La gabbia d&#8217;oro qualche tempo fa e oggi l&#8217;ho trovato mettendo a posto i libri. Il mio mettere a posto i libri è un po&#8217; complicato, perlomeno spazialmente complicato, nel senso che ogni mese riempio una valigia di libri che ho letto e la porto in campagna dove ho la mia stanza dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto <em>La gabbia d&#8217;oro</em> qualche tempo fa e oggi l&#8217;ho trovato mettendo a posto i libri. Il mio mettere a posto i libri è un po&#8217; complicato, perlomeno spazialmente complicato, nel senso che ogni mese riempio una valigia di libri che ho letto e la porto in campagna dove ho la mia stanza dei romanzi (ma c&#8217;è anche una libreria per le poesie), col soffitto basso, una porticina da cui si esce direttamente su una stradina di campagna, un divano comodo, una scrivania e la mia vecchia Remington appesa alla parete. <em>La gabbia d&#8217;oro</em> l&#8217;avevo lasciato a Roma proprio per parlarne un giorno o l&#8217;altro ma poi me l&#8217;ero dimenticato. Ed eccolo qua&#8230;</p>
<p><span id="more-257"></span></p>
<p>E&#8217; il racconto degli ultimi trent&#8217;anni di storia dell&#8217;Iran attraverso le vicende di una famiglia che viene travolta dagli sconvolgimenti storici e politici, dagli ultimi giorni della monarchia all&#8217;ascesa di Ahmadinejad. Protagonisti della storia sono tre fratelli, <em>Abbas</em> che diventerà un generale dello Shah, <em>Javad</em> un militante del partito comunista e <em>Alì</em> infatuato sostenitore del regime degli Ayatollah. Sullo sfondo delle loro tragiche storie, l&#8217;amicizia tutta femminile tra la loro unica sorella <em>Parì</em> e la stessa <em>Shirin</em>. I tre fratelli sono personaggi tragici che, ognuno a suo modo, non sembrano mai liberi di scegliere, a differenza di Parì che è l&#8217;unica a non perdere mai la sua fantastica lucidità, nella sua devozione di figlia e sorella.</p>
<p>Una storia tragica come tragico è il paese in cui è ambientata. Una storia senza vincitori. Una storia da leggere.</p>
<p>Shirin Ebadi, <em>La gabbia d&#8217;oro. Tre fratelli nell&#8217;incubo della rivoluzione iraniana, </em>BUR Rizzoli 2008, pp. 254, traduzione dal persiano di Ella Mohammadi.</p>
<p><em>Shirin Ebadi</em>, iraniana, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2003. Vive in Iran dove porta avanti le sue battaglie a favore della democrazia e per i diritti delle donne.</p>
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		<title>Riti, miti, simbolismo e magia fra le donne della Cabilia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 14:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Cabilia]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Internazionale delle Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Makilam]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo non è un libro ma un incontro che si terrà domani venerdì 7 ottobre dalle 18.30 alle 21.30 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Makilam (Malika Grasshoff) è nata e cresciuta in Algeria in un villaggio del Djurdjura nella regione della Cabilia. Si è trasferita in Germania a 17 anni dove ha conseguito il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Questo non è un libro ma un incontro che si terrà domani <strong>venerdì 7 ottobre</strong> dalle 18.30 alle 21.30 alla <strong>Casa Internazionale delle Donne</strong> di Roma.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><strong>Makilam</strong> (Malika Grasshoff) è nata e cresciuta in <strong>Algeria</strong> in un villaggio del Djurdjura nella regione della <strong>Cabilia</strong>. Si è trasferita in Germania a 17 anni dove ha conseguito il dottorato in storia e etnografia all&#8217;Università di Bremen. Il suo punto di vista dall&#8217;interno delle sacre pratiche matrilineari rivela la complessità del simbolismo e la centralità delle donne nella cultura cabilia. Il brillante lavoro di Makilam getta una luce completamente nuova sui riti, i miti e sulla struttura sociale di questa società ora in pericolo di estinzione.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Seguirà aperitivo conviviale.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 19.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Spero di andarci così vi farò sapere&#8230;</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Prenditi cura di lei</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 15:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corea]]></category>
		<category><![CDATA[Kyung-sook Shin]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta Rasy]]></category>
		<category><![CDATA[Joyce C. Oates]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo post è dedicato a mia madre. Grazie lei ho capito, con molta fatica e dolore, che non c&#8217;è un unico modo di vivere.
Mentre stava per prendere la metropolitana alla stazione di Seul seguendo il marito tra la folla, Park So-nyo, la mamma di questo romanzo, si è persa. Il libro racconta la storia di questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><em>Questo post è dedicato a mia madre. Grazie lei ho capito, con molta fatica e dolore, che non c&#8217;è un unico modo di vivere.</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia; min-height: 16.0px;">Mentre stava per prendere la metropolitana alla stazione di Seul seguendo il marito tra la folla, Park So-nyo, la mamma di questo romanzo, si è persa. Il libro racconta la storia di questa perdita. Per lei la perdita dell&#8217;orientamento, e probabilmente della vita, dei figli, della quotidianità in cui è vissuta da sempre. Per i figli la perdita della madre e dei punti fermi che lei rappresentava per loro.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Non hai mai smesso di chiamarla mamma anche ora che è scomparsa. Quando esclami: &#8220;Mamma!&#8221; vuoi credere che mamma è sana e salva. Che mamma è forte. Che mamma non è turbata da nulla. Che mamma è la persona che vuoi chiamare ogni volta che qualcosa ti angoscia in questa città.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em><span id="more-236"></span></em></span><em>Prenditi cura di lei </em> è la ricerca della madre da parte dei figli lungo le strade della città e tra le pieghe del loro passato. Una ricerca che li porterà a scoprire aspetti sconosciuti della propria madre e anche di loro stessi.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Dopo che mamma è scomparsa ho capito che c&#8217;è una risposta per ogni cosa. Tutto ciò che mi chiedeva avrei potuto farlo. Non importa. Non so perché, ma ora la capisco.&#8221;  [...]</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Questo libro l&#8217;ho letto proprio ora che mia madre non è più la stessa e leggendolo mi sono riconciliata con quella nuova persona che è diventata. Anche lei come Park So-nyo a un certo punto ha cominciato ad avere mancamenti, vuoti di memoria, confusioni, che sono stati poi diagnosticati come ischemie cerebrali. Dopo un periodo di sospensione in ospedale mia madre è tornata a casa ma non è più quella di prima e per me è stato difficile accettarla. Mi sono ritrovata con una specie di madre bambina, che capisce ma non è autonoma e soprattutto che non si occupa di me. Non è facile accettarlo, so che è così e mi prendo cura di lei volentieri, ma leggendo questo romanzo mi sono accorta che in tutti questi lunghi mesi non ho smesso di cercare la mia madre di prima. Mi sono sentita orfana pur andando a trovarla tutti i giorni e stando con lei molto più di prima, ma sempre con l&#8217;ansia per lei che aveva perso se stessa e immaginandomi la sua sofferenza. Poi questa estate ho cominciato a vederla in un altro modo. Ho visto quanto sia serena, nonostante questa sua nuova e strana vita, quasi come se non se accorgesse. E così ho cominciato ad accettarla. Ad accettare di non poter contare su di lei nel modo in cui lei mi aveva abituato, di vivere senza la sua intelligenza, senza il suo sapere. E ho cominciato a godermi i suoi sorrisi, le sue telefonate in cui mi dice che mi vuole tanto bene, i suoi sorrisi appena arrivo a casa sua. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><em>Prenditi cura di lei </em>mi ha aiutato in questa nuova esperienza.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;">E&#8217; un romanzo con una scrittura veloce e profonda, acuto e autentico. Da leggere assolutamente, anche per l&#8217;interessante contrasto tra la Corea dove è vissuta la madre e quella in cui vivono i figli.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Kyung-sook Shin, <em>Prenditi cura di lei</em>, Neri Pozza 2011 (Omma rul Put&#8217;akhae, Please Look After Mam, 2008), traduzione dall&#8217;inglese di Vincenzo Mingiardi.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Kyung-sook Shin</em> è nata nel 1963  in una remota regione montuosa della Corea del Sud.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 13.0px 0.0px; line-height: 19.0px; font: 14.0px Georgia;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">P.S.: tanto per restare in tema quest&#8217;estate ho letto anche <em>La madre che mi manca</em> di </span>Joyce C. Oates (Mondadori), e ho riletto<em> L&#8217;estranea </em>di Elisabetta Rasy (Rizzoli), un bellissimo romanzo sul rapporto tra madre e figlia durante la malattia della madre.</p>
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		<title>Mio padre fa la donna delle pulizie</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 15:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marocco]]></category>
		<category><![CDATA[Saphia Azzeddine]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Mio padre fa la donna delle pulizie. Spesso, dopo la scuola, vado a dargli una mano. Perché così torniamo a casa prima. E anche perché è mio padre. Lucido, pulisco, strofino, aspiro, anche negli angoli. Piccolo e magro come sono, mi infilo dappertutto. Ma imparo, anche. Una parola alla settimana. Mica parole qualunque. Le parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Mio padre fa la donna delle pulizie. Spesso, dopo la scuola, vado a dargli una mano. Perché così torniamo a casa prima. E anche perché è mio padre. Lucido, pulisco, strofino, aspiro, anche negli angoli. Piccolo e magro come sono, mi infilo dappertutto. Ma imparo, anche. Una parola alla settimana. Mica parole qualunque. Le parole che fanno paura. Quelle arroganti, superiori, sdegnose, trascendenti, quelle che possono farti fare la peggior figuraccia della tua vita se non ne conosci il significato. Quelle che si permettono di avere tre consonanti di fila, come astruso. O addirittura quattro, come instradare. E non è mica un errore di ortografia. [...]&#8220;</em></p>
<p><em><span id="more-230"></span></em></p>
<p>Così comincia <em>Mio padre fa la donna delle pulizie</em>, romanzo di formazione del giovane <em>Paul o Polo</em>, come lo chiamano a casa. Una madre disabile che vive vedendo <em>telenovelas</em>, una sorella fissata con i concorsi di bellezza, e un padre che lavora per una ditta di pulizie e il cui unico scopo è che suo figlio non faccia la sua fine.</p>
<p>E attraverso Polo riusciamo anche noi a vedere il mondo che lo circonda, con i professori che sono sempre più lontani dagli studenti, e gli studenti ognuno con le sue fissazioni, le ragazze che pensano solo ai vestiti e i ragazzi che si prendono in giro, che fanno a botte, ma che sono comunque vitali. Perché quello che cerca Polo è il senso della vita e le parole per spiegarlo. E tutto questo con un ritmo serrato che ti fa arrivare alla fine del libro che neanche te ne accorgi.</p>
<p>Saphia Azzeddine, <em>Mio padre fa la donna delle pulizie</em>, pp. 115, 2011 Giulio Perrone Editore (<em>Mon père est femme de ménage</em>, 2009). Ottima traduzione di Ilaria Vitali.</p>
<p><em>Saphia Azzeddine</em> è nata a Agadir in Marocco ed è emigrata in Francia a nove anni. Vive a Parigi. Ha pubblicato nel 2008 <em>Confidences à Allah.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>Solo un altro anno</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 17:58:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sana Krasikov]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Sirotti]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Rusconi]]></category>
		<category><![CDATA[immigrate]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riaprendolo per scrivere questo post e rileggendo le parti che avevo sottolineate, Solo un altro anno, mi restituisce ancora più forte la sensazione che avevo avuto mentre lo leggevo: che sia un romanzo più che una raccolta di racconti. Il romanzo dei tentativi di rifarsi una vita o aggiustare quella che si è lasciata alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">Riaprendolo per scrivere questo post e rileggendo le parti che avevo sottolineate, <em>Solo un altro anno</em>, mi restituisce ancora più forte la sensazione che avevo avuto mentre lo leggevo: che sia un romanzo più che una raccolta di racconti. Il romanzo dei tentativi di rifarsi una vita o aggiustare quella che si è lasciata alle spalle, e accorgersi sempre inesorabilmente che il passato è svanito così in fretta, e con lui anche la capacità e il bisogno di amare quelli che abbiamo sempre amato, quell’inerzia emotiva che ci ha fatti arrivare fin qui.</span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%"> <span id="more-225"></span></span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">I protagonisti di <em>Solo un altro anno</em> sono per lo più donne che hanno lasciato il loro paese, l’Ucraina, per trasferirsi negli Stati Uniti alla ricerca di un po’ di benessere da mandare a quelli che sono rimasti a casa, ma anche soltanto <em>del piacere del momento</em>, a costo di fare lavori che non avrebbero mai fatto nella loro vita precedente. Bambinaie, colf e badanti immerse in pannolini e pannoloni e odori immondi che sono diventati familiari. </span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">Per me è stato molto emozionante leggerlo, dato che da quasi due anni ho a che fare con le innumerevoli badanti di mia madre, per metà peruviane per metà ucraine. Mi ha aiutato ad accettare le loro risposte sfuggevoli alle mie richieste di informazioni sulla loro famiglia, sui figli sui mariti, sulla vita che facevano nel loro paese. Quella loro riluttanza che mi sembrava così in contraddizione con l’entusiasmo che sempre mostrano verso un solo piccolo passo avanti di mia madre, e con l’emozione per ogni nostra ricorrenza, un compleanno un anniversario. </span></span></span></span> </p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">Questo libro mi ha aiutato a capire. A sentire la forza della vita di tutti i giorni, del momento in cui siamo, l’unica cosa che ci fa sentire vivi. </span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">Leggetelo, è un’importante chiave di lettura del mondo in cui viviamo. </span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000;"></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%">Sana Krasikov, <em>Solo un altro anno</em>, 2010, pp. 243 (<em>One More Year</em>, 2008), traduzione di Anna Rusconi e Andrea Sirotti.</span></span></span></span></p>
<p style="PAGE-BREAK-AFTER: auto; PAGE-BREAK-BEFORE: auto; LINE-HEIGHT: 150%; WIDOWS: 2; FONT-STYLE: normal; PAGE-BREAK-INSIDE: auto; ORPHANS: 2; MARGIN-BOTTOM: 0cm; BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%; FONT-WEIGHT: normal; TEXT-DECORATION: none" lang="it-IT" align="justify"> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="BACKGROUND: none transparent scroll repeat 0% 0%"><em>Sana Krasikov</em> è nata in Ucraina e vive a New York. </span></span></span></span></p>
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		<title>La mia casa è dove sono</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2011/02/24/la-mia-casa-e-dove-sono/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 23:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Igiaba Scego]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[colonie italiane]]></category>
		<category><![CDATA[diaspora somala]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Graziani]]></category>
		<category><![CDATA[lager]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di un incontro o di uno scontro. Siamo crocevia, punti di passaggio, ponti. Siamo mobili, e possiamo volare con le ali nascoste nelle pieghe delle nostre anime celesti.&#8221;</em></span></p>
<p><em><span id="more-213"></span></em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Igiaba Scego ci racconta proprio di questi ponti, a volte solidi, a volte spezzati, traballanti, ma sempre punti di passaggio, anche se pericolosi, incerti. E leggendo le sue parole scritte ci sembra di ascoltarle direttamente dalla sua voce, una voce intensa, allegra nonostante tutto. La sua è una storia a cavallo tra due mondi, per qualcosa simili ma per lo più molto diversi. Diversi anche quando convivono nella stessa città. Ve la immaginate una bambina che la mattina va a scuola come tutte le bambine, ma prima di andare a scuola, quando ancora è notte, va alla Caritas diocesana con sua madre a prendere cibo e vestiti?</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Io mi vergognavo da morire a chiedere la carità. Mamma indovinando il mio pensiero mi prese da parte:«Igiaba vedi quelle donne?». Be&#8217;, sì, le vedevo. Erano donne somale dal portamento regale e dagli abiti sgargianti. «Quelle donne un tempo erano potenti. Figlie o spose di funzionari governativi, alcune erano anche ai posti di comando. Donne che avevano a che fare con la diplomazia e i suoi segreti. Guardale, anche se malridotte, che bella andatura hanno. E anche se quelle mani non portano più gioielli, sbrilluccicano lo stesso di benessere. E sai perché? Perché, figlia mia, non si sentono umiliate nel chiedere aiuto. Non c&#8217;è niente di sbagliato in quello che stiamo facendo ora.» Guardavo intorno a me. Non c&#8217;erano facce tristi; c&#8217;erano persone che se la stavano passando male, ma che avevano intenzione di superare il brutto momento. Tra quelle persone anche noi.&#8221;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ed è proprio grazie a questi mondi diversi che Igiaba riesce a vedere quello che vede e che ci racconta in questo romanzo, attraverso la mappa della sua città, fatta di due città lontane unite con i sogni e con i ricordi. E lungo quella mappa si dipanano luoghi ma anche punti di vista, spesso spiazzanti, che ci aprono orizzonti che non avevamo notato.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Dire ti voglio bene, ti amo, mi manchi, non significa nulla per un somalo. Ha più senso parlare in valuta straniera. In un paese in cui non ci sono più infrastrutture, vita pubblica, speranze, solo il denaro può schiudere le porte di una qualsiasi sopravvivenza. Meglio i dollari che ti voglio bene, eccellenti gli euro per dire ti amo. I rapporti tra la Somalia e la diaspora si consumano così nel soffio di una trattativa di affari. Gente che prima era legata da baci, abbracci, ricordi, pensieri, ora è legate dal nulla dei contanti fruscianti&#8221;.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ho finito di leggere <em>La mia casa è dove sono</em> ieri sera, appena dopo l&#8217;ultimo telegiornale che parlava della Libia. E poi stamattina al giornale radio, in macchina, andando al lavoro ho sentito tutta una serie di commenti ironici sul colonialismo italiano. E ho ripensato alle parole di Igiaba su Graziani e la sua ferocia in Somalia, in Eritrea, in Libia.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Ma fu in Libia, nel 1921, che Graziani si fece conoscere tristemente per la prima volta. [...] Per piegare la Libia decise di piegare letteralmente il suo popolo. Ricorse a sistemi selvaggi contro le varie tribù. Tra le  molte le più terribili furono i trasferimenti coatti nei lager. Donne, bambini, giovani, anziani, venivano presi, brutalizzati, picchiati e veniva abbattuto il loro bestiame. Il tutto poi era corredato da fucilazioni e impiccagioni di massa. [...]&#8220;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Chissà perché noi tutti in Italia, indipendentemente dal credo politico, abbiamo sempre e soltanto ironizzato sul colonialismo italiano! Forse perché il senso del ridicolo ci ha protetto dai sensi di colpa? Io comunque stamattina andando al lavoro in macchina, passando davanti a un bar ristorante eritreo su viale Regina Margherita che purtroppo è chiuso, ho deciso di cercarmi un po&#8217; di libri che mi raccontino la verità sul colonialismo italiano.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Grazie Igiaba!</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Igiaba Scego, <em>La mia casa è dove sono</em>, Rizzoli 2010 (pp. 165).</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Igiaba Scego</em> è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. Scrive su &#8220;l&#8217;Unità&#8221;, &#8220;Internazionale&#8221; e su molte riviste che si occupano di migrazioni e culture africane, tra cui &#8220;Nigrizia&#8221;. Tra i suoi libri, <em>Pecore nere</em> (Laterza 2005) e <em>Oltre Babilonia</em> (Donzelli 2008).</span></p>
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		<title>Giorno di pioggia a Madras</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jan 2011 17:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Samina Ali]]></category>
		<category><![CDATA[Ganesh]]></category>
		<category><![CDATA[Hussein]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio combinato]]></category>

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		<description><![CDATA[Giorni di pioggia a Madras sarebbe la giusta traduzione dall&#8217;inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Giorni di pioggia a Madras</em> sarebbe la giusta traduzione dall&#8217;inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a <em>Layla</em>, l&#8217;io narrante protagonista del romanzo, ti sentirai spesso come un topo in gabbia, intravedrai la via d&#8217;uscita dove dirigerti speranzoso per poi capire che è una porta chiusa o illusoria. Non c&#8217;è via d&#8217;uscita, se non quella definitiva della fuga.</span></p>
<p><span id="more-191"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Layla vive fin da bambina per metà a Hyderabad a casa della famiglia della madre e per metà a Minneapolis, sola con sua madre. &#8220;</span><em>Era una vita che mi trovavo in quella situazione, a dover affrontare l&#8217;atteggiamento moralista che ciascuna delle due nazioni assumeva verso l&#8217;altra. Era come se avessero entrambe una divisa e io portassi la camicia dell&#8217;una, i pantaloni dell&#8217;altra, e tutte e due mi stessero sparando addosso.&#8221;</em> Mi ha colpito fin da subito questa sua vita doppia, e soprattutto questa sua ricerca di equilibrio tra le due, un&#8217;ansia positiva che ho provato molto da bambina e anche da ragazza, in mezzo tra la Sardegna in cui mi sentivo così naturalmente libera ma socialmente compressa, e Roma dove invece avevo forti restrizioni fisiche, dove non potevo uscire da sola, non potevo correre da una parte all&#8217;altra, ma dove provavo una euforica sensazione di libertà mentale. Ricordo che guardavo dalla finestra tutte quelle persone che entravano e uscivano dagli uffici di fronte e pensavo che nessuno di loro mi conosceva, nessuno sapeva come mi chiamavo e di chi ero figlia. Ma mi dispiaceva sentire quella spaccatura tra i miei due mondi e facevo di tutto per ricomporla, per riavvicinarli, non sempre con successo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="font-size: 11.6667px;">Sono tutti a Hyderabad. Sua madre che è stata abbandonata dal marito indiano, che ha divorziato da lei, ma nessuno lo deve sapere, sarebbe un disonore, tutti sanno invece che lui, da buon musulmano, si è preso una seconda moglie dalla quale ha avuto due figli maschi e ne sta aspettando un terzo. Suo padre, uomo narcisisticamente moderno, affermato cardiochirurgo a Minneapolis, che ha cominciato a picchiarla fin da quando aveva due anni di fronte al silenzioso terrore di sua madre e che vorrebbe continuare anche durante il matrimonio di Layla. Infatti sono tutti lì per il matrimonio combinato di Layla e Samir, figlio di una vecchia conoscente di sua madre. Samir bello e misterioso, che Layla ha accettato come una cosa naturale proprio perché si trova in India, impensabile in America.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>L&#8217;alba. Il primo giorno del mio matrimonio. Ero sul letto a terrazza nella grande casa di mia madre nella vecchia città murata e guardavo le case intonacate di bianco, i minareti snelli che svettavano dovunque, il quartiere che faceva parte di me tanto quanto le strade alberate dei suburbi e le case in stile coloniale di Minneapolis. Cinque volte al giorno da ognuna delle moschee d&#8217;angolo un azan diverso che spandeva nell&#8217;aria l&#8217;adorazione di Dio, la sua grandezza, e un attimo dopo le parole umili svanivano, soppiantate dai canti dei galli, dai belati delle capre, dal latrato solitario di un cane. Cosa provavo in quel primo giorno di matrimonio? A ben vedere, come le lodi a Dio che svanivano lasciandosi dietro una scia di rumori insopportabili, rumori di animali sporchi, l&#8217;anima che trascendeva il corpo e piombava sulla terra, anche la mia paura, la mia apprensione, la mia piccola speranza di fuggire al vincolo matrimoniale si erano dileguate e il sentimento che aveva preso il sopravvento non era affatto un sentimento, ma una piattezza che si intonava e cantava una resa diversa.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;">Partecipiamo ai lunghi giorni di pioggia che seguono il suo matrimonio, col fiato sospeso aspettando di capire in cosa si trasformerà, e intanto ascoltiamo con apprensione gli inni funebri per Hussein, il nipote del Profeta morto mille e quattrocento anni fa, che si intrecciano pericolosamente con i canti degli indu che festeggiano Ganesh, sempre in attesa della scintilla che può far scoppiare quella violenza e quel terrore che resta immutato nonostante la globalizzazione e i cambiamenti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="font-size: 11.6667px;">Samina Ali, <em>Giorno di pioggia a Madr</em></span><span style="font-size: 11.6667px;"><em>as</em>, Edizioni e/o, pp. 369, (<em>Madras on Rany Days</em>) Traduzione dall&#8217;inglese di Claudia Valeria Letizia.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Samina Ali</em> è nata a Hyderabad ed è cresciuta tra l&#8217;India e gli Stati Uniti. <em>Giorno di pioggia a Madras</em> è il suo primo romanzo.</span></p>
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		<title>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 15:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami? Se hai un nome straniero si crea immediatamente una barriera, una frontiera insuperabile fra il &#8216;noi&#8217; e il &#8216;voi&#8217;. Il nome ti fa sentire subito se sei dentro o fuori, se appartieni al &#8216;noi&#8217; o al &#8216;voi&#8217;. Un esempio? Se vivi a viale Marconi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami? Se hai un nome straniero si crea immediatamente una barriera, una frontiera insuperabile fra il &#8216;noi&#8217; e il &#8216;voi&#8217;. Il nome ti fa sentire subito se sei dentro o fuori, se appartieni al &#8216;noi&#8217; o al &#8216;voi&#8217;. Un esempio? Se vivi a viale Marconi e ti chiami Mohamed vuol dire automaticamente che non sei un cristiano o un ebreo, ma un musulmano. Giusto? Molto probabilmente non sei nemmeno italiano perché i tuoi genitori non lo sono. E allora? Allora niente. Non conta se sei nato in Italia, hai la cittadinanza italiana, parli perfettamente l&#8217;italiano eccetera eccetera. Mio caro Mohamed, agli occhi degli altri non sei (e non sarai mai) un italiano doc, un italiano al cento per cento, un italianissimo. Diciamo che il nome è il primo marchio della nostra diversità. &#8220;</em></p>
<p><em><span id="more-181"></span><span style="font-style: normal;">Proprio di questa &#8220;diversità&#8221; si parla in <em>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</em>, </span></em>e spesso quel &#8216;noi &#8216; e quel &#8216;voi&#8217; si mescolano, si invertono. I capitoli si susseguono alternando i punti di vista di <em>Issa </em>e di<em> Sofia. </em>Issa<em>, </em>alias Christian, è un giovane siciliano che parla perfettamente l&#8217;arabo e conosce molto bene il Maghreb e per questo è stato infiltrato dal Sismi in un gruppo di immigrati musulmani che gravita intorno a viale Marconi, una zona molto popolata ai bordi del centro di Roma. Sofia, alias Safia, è la moglie egiziana di un immigrato architetto-pizzettaio e che lavora clandestinamente come parrucchiera.</p>
<p>Questa struttura del romanzo ci rende liberi dal dare giudizi, trasformandoci in osservatori esterni di un mondo in divenire. Bastano i pareri e i giudizi di Issa e Sofia, a volte duri, a volte interlocutori, non servono i nostri. Anzi noi possiamo liberamente specchiarci in quel mondo, immedesimarci, riconoscerci, capire.</p>
<p><em>&#8220;Continuo a pensare con la mia testa da italiano, non riesco a mettermi nei panni degli immigrati extracomunitari. Molti dei concittadini non capiscono perché i negozi degli immigrati nelle città italiane siano aperti anche di domenica. Ma è una cosa normale. Qui in Italia ci vengono per lavorare, non per riposare. Insomma, non sono turisti! Il paese di accoglienza diventa una sorta di fabbrica, dove si lavora e si accumulano quattrini&#8221;</em>. Basta una frase di Issa, anche apparentemente scontata, per aprirci un mondo. Per riuscire a vedere finalmente quel mondo parallelo al nostro, con cui ci sfioriamo tutti i giorni illudendoci di capirlo, pensando che siamo tutti uguali. Ma non è così. Siamo uguali solo nelle emozioni, nella paura, nella speranza, nell&#8217;attesa, nei sogni, nell&#8217;amore. E non è poco. Ma le nostre vite non sono uguali.</p>
<p><em> &#8220;L&#8217;architetto [...] guarda fino all&#8217;alba i canali satellitari (soprattutto Madame al-Jazeera). [...] E&#8217; molto informato sui fatti della politica internazionale come la guerra in Iraq, il nucleare iraniano, gli Hezbollah, Hamas eccetera eccetera. [...] Di quel che capita in Italia, al contrario, non sa quasi nulla. la sua teoria è molto semplice: se al-Jazeera non ne parla vuol dire che qui non succede nulla di importante. Mi raccomanda sempre di non fidarmi dei media italiani. Perché? Ma perché parlano sempre del&#8217;Islam in modo negativo: una religione di odio e di violenza che incita alla guerra santa. [...] Io non sono d&#8217;accordo con l&#8217;architetto. Gli ho detto mille volte che si sbaglia di grosso. Quando uno vive in un paese deve dare la precedenza alle notizie locali. [...] Io voglio sapere come stanno le cose qui a Roma, non a Kabul o a Bagdad! Chiaro? I canali satellitari sono diventati delle vere trappole per gli immigrati arabi. Creano una dipendenza dal paese d&#8217;origine. Come si fa a vivere scissi fra due paesi? Io non posso seguire le informazioni quotidiane dell&#8217;Italia e del mondo arabo allo stesso tempo. Bisogna scegliere. Non è così complicato. o sbaglio?&#8221;. </em>Non mi sembra per niente strano che sia Sofia, una donna, a sentire l&#8217;esigenza di capire meglio il paese dove vive e dove sta crescendo sua figlia. P<span style="font-size: 13.3333px;">rima di suo marito, che da uomo fa più fatica ad aprirsi al nuovo paese, è più rigido, come molti degli uomini  in questo romanzo, spesso seduti insieme davanti alla tv a guardare e commentare le notizie di &#8220;Madame&#8221; al-Jazeera, ignari di quello che sta succedendo a un passo da loro.</span></p>
<p>Sofia non parla solo degli immigrati, parla anche di noi: &#8220;<em>Il velo non è sempre di stoffa, ci sono altri trucchi paragonabili al nostro velo, che nascondono altre parti del corpo. E allora? Allora niente. Insomma il seno rifatto nasconde il seno originale, il naso rifatto nasconde il naso originale, le labbra rifatte nascondono le labbra originali e così via. [...] La libertà femminile non può ridursi a una questione di vestiti.&#8221; </em>Così ragiona Sofia e viene voglia di incontrarla per continuare a parlare con lei anche dopo la fine del romanzo.</p>
<p>A proposito della &#8220;fine del romanzo&#8221;, ieri sono stata alla presentazione del libro e  Amara Lakhous concludendo la serata ha detto tra l&#8217;altro che alcuni suoi amici che avevano letto il libro prima della pubblicazione si erano lamentati con lui del finale &#8220;non finito&#8221; e del fatto che la possibile storia d&#8217;amore, di cui non vi dico altro, era rimasta incompiuta. Amara ci ha detto che ha provato a scriverne uno alternativo, &#8220;più finito&#8221; ma che non l&#8217;ha convinto e così ha lasciato il vecchio finale. E meno male! perché a me è piaciuto moltissimo. Infatti il finale nega un po&#8217; tutta la storia e se comprendesse anche la storia d&#8217;amore negherebbe anche quella, e invece così possiamo immaginarcela come vogliamo. E io so come. Grazie Amara!</p>
<p>Amara Lakhous, <em>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</em>, Edizioni e/o, 2010, pp. 188</p>
<p><em>Amara Lakous </em>è nato ad Algeri nel 1970 e vive a Roma dal 1995. Laureato in filosofia all&#8217;Università di Algeri e in antropologia culturale alla Sapienza di Roma. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo <em>Le cimici e il pirata </em>(Arlem editore) in versione bilingue arabo/italiano e nel 2006 il romanzo <em>Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio </em>(Edizioni e/0), da cui nel 2010 è stato tratto l&#8217;omonimo film diretto da Isotta Toso.</p>
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