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	<title>GlobalStories &#187; India</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Il sari rosso</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 20:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Grazie a Sonia, i più poveri tra i poveri, come lei li chiama utilizzando l&#8217;espressione resa popolare da Madre Teresa di Calcutta &#8211; un&#8217;altra europea che ha lasciato il segno in India -, hanno un&#8217;alleata fedele. Un&#8217;alleata che li tiene ben presenti, tutti i giorni e in ogni momento, che sia al vertice del potere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Grazie a Sonia, i più poveri tra i poveri, come lei li chiama utilizzando l&#8217;espressione resa popolare da Madre Teresa di Calcutta &#8211; un&#8217;altra europea che ha lasciato il segno in India -, hanno un&#8217;alleata fedele. Un&#8217;alleata che li tiene ben presenti, tutti i giorni e in ogni momento, che sia al vertice del potere o che ne sia fuori.&#8221;</em></p>
<p><span id="more-294"></span>Più che un romanzo, <em>Il sari rosso</em> è una biografia romanzata e come tale secondo me va letta e gustata. La biografia romanzata di <em>Sonia Gandhi</em>, basata su interviste a persone che l’hanno conosciuta e soprattutto su uno scrupoloso studio di articoli  e libri sull’India e sulla famiglia <em>Nehru Gandhi</em>. E sembra proprio una biografia autorizzata e invece è tutto il contrario, come è spiegato bene su <a style="text-decoration: underline; color: #666666;" href="http://orientalia4all.net/2010/05/15/libri-allindice-sonia-gandhi-perseguita-il-sari-rosso/" target="_blank">Orientalia</a>. Sembra infatti che quando è uscita la versione italiana e Javier Moro doveva presentarla a Torino, Sonia l&#8217;abbia diffidato dal farlo nonostante l&#8217;editore italiano avesse acconsentito a scrivere sotto il titolo:<em>&#8220;Questo è un romanzo basato sulla storia di Sonia Gandhi. Né Sonia né alcun membro delle famiglie Gandhi, Nehru e Maino hanno fornito informazioni o collaborato al libro. Alcuni dialoghi e situazioni in esso contenuti sono il prodotto dell&#8217;interpretazione dell&#8217;autore, senza corrispondere necessariamente alla realtà.&#8221;</em></p>
<p>Insomma, non è piaciuto a Sonia Gandhi questo libro, ed è strano perché l&#8217;immagine che ne viene fuori è quella di una donna straordinaria, coraggiosa, competente e discreta, che ha fatto tesoro degli anni vissuti accanto alla suocera, <em>Indira,</em> imparando da lei cosa significa essere una donna al vertice dell&#8217;India. Nel bene e nel male. Come se Javier Moro avesse volutamente lasciato fuori dal libro tutte le ombre della dinastia Nehru Gandi, a tal punto che potrebbe quasi insospettire e infastidire chi è subito pronto a lasciarsi insospettire.</p>
<p>Io no, a me è piaciuto <em>Il sari rosso</em>, e il personaggio Sonia. Mi è piaciuto seguire passo passo la sua maturazione, il suo passare dalla ragazza in cerca di futuro che combatte col padre per andare a studiare l&#8217;inglese a Londra alla donna matura che suo malgrado porta con un misto di fermezza e dolcezza il peso della sua famiglia acquisita. E mi è piaciuto come attraverso la storia della famiglia Nehru Gandi il libro ci guidi nella storia dell&#8217;India degli ultimi 60 anni, accompagnandoci tra le complessità del Paese e le sue contraddizioni.</p>
<p><em>&#8220;Oggi i poveri hanno solo la consolazione delle proiezioni ufficiali che dicono che tra una ventina d&#8217;anni avranno una rendita pro capite trentacinque volte quella attuale. Sono la più grande preoccupazione di Sonia. Sarà conseguenza della sua educazione cattolica, o sarà perché non dimentica mai di essere nata in una famiglia umile, sulle montagne di Asiago, ma i contrasti dell&#8217;India continuano a ferirla. Indira non sosteneva forse che qualsiasi cosa si dica dell&#8217;India è vera ed è vero anche il contrario? Mumbai ha la baraccopoli più grande dell&#8217;Asia e la maggior concentrazione di prostitute infantili del mondo, ma è appena diventata la quarta città del pianeta per numero di miliardari, uno dei quali ha regalato alla moglie, per il suo quarantaquattresimo compleanno, un airbus. Come abituarsi a queste differenze? Com&#8217;è possibile che lo stato si dimostri incapace di costruire latrine nelle baraccopoli, o di rifornire di gessetti le scuole e di siringhe pulite i dispensari rurali, mentre il suo programma spaziale viene considerato alla stessa stregua o addirittura migliore di quello di una qualsiasi potenza occidentale? Il giorno in cui Sonia ci si abituerà dovrà lasciare la politica.&#8221;</em></p>
<p>Javier Moro, <em>Il sari rosso</em>, Il Saggiatore 2010, pp. 585, (<em>El sari rojo,</em> 2008), traduzione di Giuliana Carraro e Eleonora Mogavero.</p>
<p><em>Javier Moro</em> (Madrid 1955), giornalista e scrittore, in Italia ha pubblicato <em>Mezzanotte e cinque a Bhopal </em>(2001) scritto in collaborazione con <em>Dominique Lapierre</em>, e <em>Passione indiana</em> (2006).</p>
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		<title>Giorno di pioggia a Madras</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jan 2011 17:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Samina Ali]]></category>
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		<description><![CDATA[Giorni di pioggia a Madras sarebbe la giusta traduzione dall&#8217;inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Giorni di pioggia a Madras</em> sarebbe la giusta traduzione dall&#8217;inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a <em>Layla</em>, l&#8217;io narrante protagonista del romanzo, ti sentirai spesso come un topo in gabbia, intravedrai la via d&#8217;uscita dove dirigerti speranzoso per poi capire che è una porta chiusa o illusoria. Non c&#8217;è via d&#8217;uscita, se non quella definitiva della fuga.</span></p>
<p><span id="more-191"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Layla vive fin da bambina per metà a Hyderabad a casa della famiglia della madre e per metà a Minneapolis, sola con sua madre. &#8220;</span><em>Era una vita che mi trovavo in quella situazione, a dover affrontare l&#8217;atteggiamento moralista che ciascuna delle due nazioni assumeva verso l&#8217;altra. Era come se avessero entrambe una divisa e io portassi la camicia dell&#8217;una, i pantaloni dell&#8217;altra, e tutte e due mi stessero sparando addosso.&#8221;</em> Mi ha colpito fin da subito questa sua vita doppia, e soprattutto questa sua ricerca di equilibrio tra le due, un&#8217;ansia positiva che ho provato molto da bambina e anche da ragazza, in mezzo tra la Sardegna in cui mi sentivo così naturalmente libera ma socialmente compressa, e Roma dove invece avevo forti restrizioni fisiche, dove non potevo uscire da sola, non potevo correre da una parte all&#8217;altra, ma dove provavo una euforica sensazione di libertà mentale. Ricordo che guardavo dalla finestra tutte quelle persone che entravano e uscivano dagli uffici di fronte e pensavo che nessuno di loro mi conosceva, nessuno sapeva come mi chiamavo e di chi ero figlia. Ma mi dispiaceva sentire quella spaccatura tra i miei due mondi e facevo di tutto per ricomporla, per riavvicinarli, non sempre con successo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="font-size: 11.6667px;">Sono tutti a Hyderabad. Sua madre che è stata abbandonata dal marito indiano, che ha divorziato da lei, ma nessuno lo deve sapere, sarebbe un disonore, tutti sanno invece che lui, da buon musulmano, si è preso una seconda moglie dalla quale ha avuto due figli maschi e ne sta aspettando un terzo. Suo padre, uomo narcisisticamente moderno, affermato cardiochirurgo a Minneapolis, che ha cominciato a picchiarla fin da quando aveva due anni di fronte al silenzioso terrore di sua madre e che vorrebbe continuare anche durante il matrimonio di Layla. Infatti sono tutti lì per il matrimonio combinato di Layla e Samir, figlio di una vecchia conoscente di sua madre. Samir bello e misterioso, che Layla ha accettato come una cosa naturale proprio perché si trova in India, impensabile in America.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>L&#8217;alba. Il primo giorno del mio matrimonio. Ero sul letto a terrazza nella grande casa di mia madre nella vecchia città murata e guardavo le case intonacate di bianco, i minareti snelli che svettavano dovunque, il quartiere che faceva parte di me tanto quanto le strade alberate dei suburbi e le case in stile coloniale di Minneapolis. Cinque volte al giorno da ognuna delle moschee d&#8217;angolo un azan diverso che spandeva nell&#8217;aria l&#8217;adorazione di Dio, la sua grandezza, e un attimo dopo le parole umili svanivano, soppiantate dai canti dei galli, dai belati delle capre, dal latrato solitario di un cane. Cosa provavo in quel primo giorno di matrimonio? A ben vedere, come le lodi a Dio che svanivano lasciandosi dietro una scia di rumori insopportabili, rumori di animali sporchi, l&#8217;anima che trascendeva il corpo e piombava sulla terra, anche la mia paura, la mia apprensione, la mia piccola speranza di fuggire al vincolo matrimoniale si erano dileguate e il sentimento che aveva preso il sopravvento non era affatto un sentimento, ma una piattezza che si intonava e cantava una resa diversa.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;">Partecipiamo ai lunghi giorni di pioggia che seguono il suo matrimonio, col fiato sospeso aspettando di capire in cosa si trasformerà, e intanto ascoltiamo con apprensione gli inni funebri per Hussein, il nipote del Profeta morto mille e quattrocento anni fa, che si intrecciano pericolosamente con i canti degli indu che festeggiano Ganesh, sempre in attesa della scintilla che può far scoppiare quella violenza e quel terrore che resta immutato nonostante la globalizzazione e i cambiamenti.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="font-size: 11.6667px;">Samina Ali, <em>Giorno di pioggia a Madr</em></span><span style="font-size: 11.6667px;"><em>as</em>, Edizioni e/o, pp. 369, (<em>Madras on Rany Days</em>) Traduzione dall&#8217;inglese di Claudia Valeria Letizia.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Samina Ali</em> è nata a Hyderabad ed è cresciuta tra l&#8217;India e gli Stati Uniti. <em>Giorno di pioggia a Madras</em> è il suo primo romanzo.</span></p>
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		<title>Il giorno dell&#8217;ombra</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 20:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anna Nadotti]]></category>
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		<description><![CDATA[“Il cristiano dice che il male c’è, ma c’è soprattutto il bene. Dio si mostra nell’ordine, nella ragione, e il più delle volte nella natura. Il credente desidera contribuire alla crescita del bene nell’universo. Le aspirazioni sono una componente fondamentale della sua filosofia. Guarda avanti, pensa al progresso. Ha un desiderio di sviluppo, riforme, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Il cristiano dice che il male c’è, ma c’è soprattutto il bene. Dio si mostra nell’ordine, nella ragione, e il più delle volte nella natura. Il credente desidera contribuire alla crescita del bene nell’universo. Le aspirazioni sono una componente fondamentale della sua filosofia. Guarda avanti, pensa al progresso. Ha un desiderio di sviluppo, riforme, e una grande fede nella volontà e nell’impegno umano. Non scende a compromessi col male. Non può considerarlo come parte del bene. Forse il suo Dio non è onnipotente, ma certo è interamente buono.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>L’hindu ha un approccio totalmente diverso. Accetta il male insieme col bene. Il male non è una sofferenza o un dolore privato ma il manifestarsi di un più vasto progetto di cui egli è solo una particella insignificante. In ogni grande sistema la parte conta meno del tutto e in un universo ben ordinato le parti devono avere dei limiti. Non è vile rassegnazione. E’ adattamento. Nessuna sublime aspirazione, bensì il soverchiante senso di inanità dell’individuo rispetto all’universo. Il suo atteggiamento può essere così sintetizzato: per quanto io soffra, la mia sofferenza non è nulla agli occhi di Dio.<br />
<span id="more-150"></span></em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Ram Krishan guardò fuori dalla finestra. Come risolvere un conflitto come quello, sostanziale e decisivo, che divideva l’umanità in due correnti &#8211; una vitale, attiva, colma di aspirazioni, l’altra costantemente in bilico tra l’immobilismo, e il rischio di subire il fascino di qualcosa di brutale, estraneo, improvviso? Depose la matita e rilesse quanto aveva scritto. Gli sembrava che non si potesse risolvere niente nel mondo se quei due punti di vista non trovavano un punto di incontro, rafforzandosi a vicenda. Tanta saggezza doveva essere ricongiunta. Se non si univano adesso, presto non avrebbero più avuto un ruolo nella storia. Forse erano canali distinti, ma anche le linee parallele lo sono. Eppure all’infinito si incontrano. L’infinito è il luogo in cui le differenze si fondono. Oltre il bene e il male. Se si comprende questo, le differenze tra noi sono risolte. Ram Krishan sentiva un profondo senso di pace, aveva la sensazione di avere finalmente chiarito un antico equivoco. Adesso era altrettanto sicuro della propria risposta. Non era una visione mistica ma un’immagine in prospettiva. C’era sempre stata, ma adesso era come una città che emerge da un velo brumoso, con il chiaro profilo degli edifici, netto e geometrico, con l’andamento classico di colonne e archi.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">I personaggi di <em>Il giorno dell’ombra</em> interpretano questi due punti di vista in modo delicato e profondo, con le loro vite così radicate ma anche in balia della storia dell’India. Ognuno di loro ci fa intravedere una parte problematica della nostra vita nonostante la distanza tra i nostri mondi. Soprattutto <em>Simrit</em>, che subisce un divorzio economicamente disastroso, sola con i suoi figli, proprio a causa della sua insofferenza verso un mondo di uomini come suo marito, <em>creature del suo tempo, invidiate, famose, terrificanti, attanagliate da una malattia di cui non si rendono conto, un’inguaribile mania di successo.</em> Simrit odia <em>questo secolo &#8211; tranne per la libertà che ha portato ai popoli e soprattutto alle donne.</em> Ma che per il resto le sembra <em>un secolo barbaro, volgare e senza principi, e schiavo del denaro. </em>Odia<em> la gran confusione degli affari umani. Le sole cose chiare, pulite, </em>per lei sono <em>le colline e i fiumi e la forma di una foglia, cose così. Lei si alimenta a un’altra fonte, da cose non umane, incontaminate e pure. </em>Ed è quello che cerca di spiegare a Raj, quando lui la incalza a reagire, a prendere in mano la sua vita, accusandala di essere ferma come tutti gli hindu. Raj, che ha<em> una concezione straordinaria della vita, come se l’avesse ancora tutta davanti a sé. </em>Raj che è <em>così felicemente intero, con una personalità che si staglia come una roccia su un orizzonte piatto. Solidamente presente.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Simrit e Raj, due rette parallele che finalmente si incontrano. <em>Amanti da un altra vita. </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Se riuscite a trovarlo leggetelo <em>Il giorno dell’ombra</em>. Per me è stato il regalo della settimana. L’ho scovato in uno scaffale in casa di mia madre, mio regalo per un suo lontano compleanno. Molto bello e molto utile per capire come in questi dolorosi tempi di globalizzazione le differenze potranno mai fondersi all’orizzonte.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Nayantara Sahgal, <em>Il giorno dell’ombra</em>, Einaudi 1995, pp. 225 (<em>The day in shadow</em>, 1971). Traduzione di Anna Nadotti.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Nayantara Sahgal</em> è nata in India nel 1927. Nipote di Nehru, è</span><span style="font-size: 11.6667px;"> autrice di romanzi e raccolte di racconti. Vive in India dove lavora come giornalista politica. Vi consiglio la tesi di dottorato di <a title="NAYANTARA SAHGAL E LA LETTERATURA POLITICA DELL’INDIA INDIPENDENTE" href="http://amsdottorato.cib.unibo.it/939/1/Tesi_Federici_Monesi_Donata.pdf" target="_blank">Donata Federici Monesi</a> dove potete trovare anche un&#8217;intervista alla Sahgal.</span></p>
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		<title>Discussione a partire dall&#8217;intervista a Paritosh Uttam</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2010/04/28/discussione-a-partire-dallintervista-a-paritosh-uttam/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 13:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[convivenze]]></category>
		<category><![CDATA[matrimoni combinati]]></category>
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		<description><![CDATA[Grazie a Silvia Merialdo di Indian Words che ha intervistato Paritosh Uttam dopo l&#8217;uscita del suo primo romanzo Dreams in Prussian Blue, nei commenti all&#8217;intervista si sta svolgendo un&#8217;interessante discussione che a partire dai matrimoni combinati in India sta toccando vari punti interessanti&#8230; Non perdetevela e intervenite!
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a Silvia Merialdo di <a href="http://indian-words.blogspot.com/" target="_blank">Indian Words</a> che ha intervistato <a href="http://www.paritoshuttam.com/" target="_blank">Paritosh Uttam</a> dopo l&#8217;uscita del suo primo romanzo <em>Dreams in Prussian Blue, </em>nei commenti all&#8217;intervista si sta svolgendo un&#8217;interessante discussione che a partire dai matrimoni combinati in India sta toccando vari punti interessanti&#8230; Non perdetevela e intervenite!</p>
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		<title>Le ceneri di bombay</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 15:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cyrus Mistry]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
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		<category><![CDATA[Metropoli d'Asia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Era la sua città, quella che guardava dal finestrino di un treno in corsa: la città che amava tanto, che aveva creduto potesse rimanere immutata ed eterna, quella dove avrebbe potuto continuare a condurre la vita facile e placida a cui era così abituato. La città che l’aveva sostenuto e aveva nutrito i suoi sogni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Era la sua città, quella che guardava dal finestrino di un treno in corsa: la città che amava tanto, che aveva creduto potesse rimanere immutata ed eterna, quella dove avrebbe potuto continuare a condurre la vita facile e placida a cui era così abituato. La città che l’aveva sostenuto e aveva nutrito i suoi sogni, la città per cui aveva rifiutato il mondo intero. Quella città gli era morta sotto gli occhi, quel giorno. “</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em><br />
</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span id="more-56"></span><br />
<span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">La città è <em>Bombay</em>, e chi parla è <em>Jingo</em>, figlio di una famiglia <em>parsi</em> che si aspetta da lui una brillante carriera di commercialista, preceduta dalla laurea in una prestigiosa università americana. Ma niente di tutto questo riesce a attrarre Jingo. Che invece vorrebbe fare il romanziere e raccontare la sua città e la sua gente. Di cosa avrebbe potuto parlare se si fosse adattato <em>“alle città occidentali, asettiche e ordinate”</em>? Per questo lavora come freelance per un’agenzia di sondaggi, che gli permette <em>“di esplorare gli anfratti e i vicoli della città, di sentire la carezza furtiva delle sue strade senza volto mentre suona alla polta degli sconosciuti; immergersi nel loro calore, imbeversi della loro gioia e dei loro dolori anonimi, far finta di non aver sentito i loro rutti grossolani, di non aver notato imbarazzi, reticenze e bugie &#8211; un’intimità del tutto speciale &#8211; e al tempo stesso raccogliere scene e immagini che avrebbe inserito nel romanzo che un giorno avrebbe scritto.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E sono proprio loro due, Bombay e Jingo i protagonisti di questo viaggio, un viaggio crudele da cui entrambi, la città e l’uomo, ne usciranno se non proprio cambiati, cresciuti. C’è un momento di questo viaggio, dove tutto appare perduto: per Jingo, l’amore della sua ragazza, l’affetto dei genitori, la possibilità di scrivere il suo romanzo, e per la città, la propria identità. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Di fronte alla disperazione che Jingo incontra nella città, disperazione che è qualcosa di diverso dalla povertà, di molto peggio, anche la sua fantasia di diventare scrittore crolla. <em>“Era possibile descrivere la povertà immaginandosela, anche se non se n’era mai fatta l’esperienza diretta. Ma immaginarsi un mondo del tutto senza speranza era terrificante.  [...] Chi può scavare nella mente di una persona che ha perso ogni speranza? Nella mente di quel demone oscuro e nefasto che non trova dentro di sé la gratitudine per le briciole avanzate dal piatto? Per questo ci fanno paura i poveri, pensò Jingo: perché stanno da qualche parte dentro di noi, a fare le boccacce al nostro compiaciuto ottimismo.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E la città è percorsa da nuove violenze che le cambieranno definitivamente, oltre al nome ufficiale, anche il carattere, in una mescolanza di vecchie beghe etniche e nuovi modi di far soldi. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">In qualche modo Jingo rappresenta quelli di noi che vorrebbero cambiare qualcosa ma non sanno come, che non sopportano quello che vedono ma che, se da una parte non possono far finta di niente, dall’altra non riescono a trovare nuove soluzioni, e l’unica cosa che gli rimane è quel minimo di coerenza che perseguono giorno dopo giorno.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Un personaggio intrinsecamente attuale come è attuale lo spirito della città di cui ci racconta.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Cyrus Mistry, <em><a href="http://www.metropolidasia.it/libro-dettaglio.php?id_lib=9&amp;lang=it" target="_blank">Le ceneri di Bombay</a></em>, <a href="http://www.metropolidasia.it" target="_blank">Metropoli d’Asia</a> 2009, pp. 414 (<em>The Radiance of Ashes</em>, 2005), traduzione di Giovanni Garbellini, glossario a cura di Sara Bianchi.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Cyrus Mistry</em> ha iniziato la sua carriera letteraria come drammaturgo (per cui a ricevuto numerosi premi), sceneggiatore, giornalista freelance, autore di racconti. Questo è il suo primo romanzo.</span></p>
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		<title>Hotel Calcutta</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 08:15:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel (oppure in brevissimi viaggi-missioni, quasi sempre notturni) nelle sue pieghe più buie. E&#8217; imperdibile anche e soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel (oppure in brevissimi viaggi-missioni, quasi sempre notturni) nelle sue pieghe più buie. E&#8217; imperdibile anche e soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori dalle pagine, per poi rituffarcisi dentro con le loro occupazioni, paranoie e storie commoventi da seguire.“</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Così scrive <em>Silvia Merialdo</em> nel suo interessante blog <em><a href="http://indian-words.blogspot.com" target="_blank">Indian Words</a>.</em> Proprio su <em>Indian Words</em> potete trovare il link per vedere il film (con sottotitoli in inglese) tratto dal libro nel 1968. Ve lo consiglio.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span id="more-48"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">L&#8217;ho finito ieri sera il romanzo e stasera mi dispiacerà andare a letto senza gli ospiti dell&#8217;hotel Calcutta, e soprattutto senza Shankar e Bose-da. Come scrive <em>Silvia</em> infatti <em>“le storie più affascinati sono quelle di chi nell&#8217;albergo ci lavora o, meglio, ci vive: il direttore Marco Polo, un orfano dal passato particolare, Rosie, la segretaria dalla pelle scura scappata e poi tornata, Natahari, il bramino che è finito a occuparsi delle federe dei cuscini e di come abbinarle al colore delle tende, Gomez, il musicista con la passione per Händel e Beethoven, e il sempre presente Bose-da, receptionist e mentore del nostro narratore.” </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Da una parte l’<em>Hotel Calcutta </em>è un grande palcoscenico di storie incredibili e struggenti, che abbiamo potuto vedere attraverso gli occhi di <em>Shankar</em> affacciati al bancone della reception accanto a lui, o di notte seduti sulla terrazza a ascoltare le note struggenti del violino di Gomez. Dall’altra l’<em>Hotel Calcutta </em>è un luogo magico e potente dove avviene l’iniziazione del giovane <em>Shankar</em>, che alla fine potrà andarsene nel mondo e affrontare la sua vita<em>: “le innumerevoli stelle del cielo mi diedero speranza, mi diedero forza. Generoso e infinito, il tempo mi si parava davanti. Mi volsi per l’ultima volta a guardare la mia cara locanda: le instancabili luci dello Shahjahan continuavano a brillare. E io ripresi a camminare”. </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Se volete saperne di più andate a leggere il post di Silvia Merialdo…</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Sankar, <em><a href="http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=2&amp;id_lib=525" target="_blank">Hotel Calcutta</a></em>, Neri Pozza 2009, pp. 443. (Chowringhee, 1962, scritto in bengali). Traduzione dall’inglese di Norman Gobetti. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Sankar (Mani Shankar Mukherji)</em> è uno dei più grandi scrittori di lingua bengali. </span></p>
<div><span style="font-family: Verdana, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: small;"><span style="line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
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		<title>Il dono della dea</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 11:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[      

&#8220;Gau in sanscrito significa &#8220;vacca&#8221;. Lo stesso termine indica il primo raggio di sole, considerato il figlio maggiore dell&#8217;alba. La luce è per sua natura in movimento. Forse perciò il termine gau è incluso nella famiglia di parole che hanno come radice il verbo gam, perché gam significa &#8220;andare&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em><em> </em></p>
<p><em></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px"><em>&#8220;Gau in sanscrito significa &#8220;vacca&#8221;. Lo stesso termine indica il primo raggio di sole, considerato il figlio maggiore dell&#8217;alba. La luce è per sua natura in movimento. Forse perciò il termine gau è incluso nella famiglia di parole che hanno come radice il verbo gam, perché gam significa &#8220;andare&#8221;. Come il primo raggio di sole, suo antenato, la vacca era per natura in movimento, quindi doveva andare da qualche parte. Tuttavia dimenticò dove, e col tempo si stabilì la differenza tra il semplice andare e l&#8217;andare da qualche parte.&#8221;</em></span></p>
<p></em></p>
<p><span id="more-43"></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Così comincia <em>Il dono della dea.</em> Un interessante viaggio all&#8217;interno di un dialogo tra due punti di vista. Quello di chi è legato alla tradizione e dentro la tradizione vuole vivere, e quello di chi invece vuole a tutti i costi cambiare tutto, cancellare il passato, modernizzare. Sono due punti di vista opposti e infelicemente isolati, o almeno così siamo abituati a pensare. La lotta tra i pochi che vogliono stare bene all&#8217;interno del proprio mondo e quelli, sempre più numerosi, in  eterna fuga dal paradiso. Come se gli esseri umani non volessero vivere &#8220;bene&#8221; ma solo vivere senza confini, spinti continuamente ad andare a vedere cosa c&#8217;è &#8220;fuori&#8221;. Il problema è che purtroppo quando ci ritroviamo tutti nello stesso &#8220;fuori&#8221; scopriamo che è scomparso, che è diventato nulla.</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px"><em>Gopal </em>il capovillaggio di <em>Nandgaon,</em> e <em>Ramu</em> l&#8217;abitante più umile del villaggio incarnano il primo punto di vista. Mentre <em>Manoj</em> ricercatore del KIRD e <em>Laxmi</em> moglie colta di <em>Ramu</em> rappresentano il progresso e la modernizzazione.</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Ve li presento.</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Gopal: <em>“Quando raggiunse le prime case il sole stava calando sui campi, e tingeva d’oro vermiglio le spighe mature. Gopal ammirò la distesa infinita dei campi, e sentì un nuovo vigore nel corpo. La differenza tra la città e la campagna è spietata, pensò. In campagna lo sguardo può vagare liberamente per  chilometri, mentre in città lo spazio, occupato dagli umani, è divorato dalle tante strutture che credono necessarie. Eppure nelle città gli umani non dominano lo spazio, sono soltanto ingurgitati al suo interno. Gopal provò un senso di profonda gratitudine perché non era costretto ad abitare in città.”</em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Ramu: <em>“Quando la vacca si avvicinò, Ramu si frugò in tasca per prendere le granaglie e le sparse a manciate davanti a sé. La vacca esitò, e osservò l’uomo attentamente. Poi si lanciò in avanti come se volesse spaventarlo. A pochi centimetri di distanza dall’uomo si bloccò, chinò la testa e cominciò a mangiare le granaglie sparse ai piedi di Ramu. Dopo un po’ Ramu smise di suonare per guardarla, e la vacca alzò la testa con aria interrogativa. Ramu posò il flauto e passò le dita sulla testa dell’animale. L’uomo e la vacca rimasero così per un lungo istante. Poi, quando Ramu stava per staccarsi, la vacca si avvicinò e gli posò la testa su una spalla. Ramu rimase perfettamente immobile. Sentiva il peso della testa della vacca e il dolce calore del suo respiro sul collo. Non aveva mai provato un senso d’intimità così forte con nessuno. [...] La vacca gli leccò il naso con la lingua ruvida [...] e Ramu sentì una risata ribollire dentro di sé, e all’improvviso ebbe una certezza: la vacca gli apparteneva, e lui apparteneva a lei. ‘Oh, bellezza!’ esclamò abbracciandola stretta. Quando venne il momento di riportare le capre a casa, la vacca lo seguì.“ </em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Manoj: <em>“Manoj deglutì. Non aveva mai visto una concentrazione così alta di macchinari costosi. Fu come se, entrando in quel posto, si fosse lasciato alle spalle l’India per fare ingresso nel futuro. Un fiotto di adrenalina gli diede l’impulso di strappare la tavoletta per appunti all’uomo in tuta bianca più vicino, ma si trattenne e si accontentò di osservare attentamente gli scienziati che passavano dal computer al microscopio, prendendo appunti con aria solenne. Un giorno sarebbe stato uno di loro .“</em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Laxmi: <em>“Forse aveva ragione sua madre. Avrebbe dovuto accontentarsi di quello che la vita le aveva già dato. Ma in quel modo, insinuava una debole voce dentro di lei, avrebbe tradito suo padre. L’istruzione di cui lei era così fiera era il frutto delle ambizioni di suo padre. [...] Giurò che un giorno avrebbe riportato la strada a Nandgaon. Laxmi si immaginò tutto nitidamente. Il villaggio trasformato, condutture idriche, luce elettrica, televisione, una scuola come si deve, una banca, una clinica&#8230;”</em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">La prima parte del libro è un po&#8217; faticosa, la scrittrice sembra guidata da una idea da rappresentare più che da una storia da raccontare, e i personaggi passano in secondo piano, sfumano. Sono funzionali alle idee che rappresentano e quindi meno veri. E il lettore più che entrare in sintonia con loro, si trova costretto a prendere le parti di un’idea o di un’altra. Soprattutto si fatica a leggere la descrizione del centro KIRD, che a volte sembra rappresentare un’idea di India <em>new age</em>. E anche il villaggio di <em>Nandgaon</em> sembra quasi finto nella sua utopia anti progresso. </span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Continuando a leggere, invece, si cominciano a sentire i diversi piani del romanzo. Due universi diversi ma uguali nell’isolamento dal mondo. </span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">E così ho continuavo a leggere, più incuriosita che appassionata, finché una sera, ascoltando un concerto di Mozart per pianoforte e orchestra all’auditorium, ho provato una struggente nostalgia dell’Occidente, di quella costruzione che tanto tempo fa credevo infallibile e capace di generare qualsiasi emozione pur tenendola fortemente a bada, pur cercando di non superare i confini prestabiliti. Sono cresciuta, grazie a mio padre (e al super eroe della mia infanzia: <em>Mary Poppins!)</em>, con l’illusione di un progresso continuo, sia politico che personale, finché ho sbattuto contro il prezzo di tanto progresso e ho cominciato a vedere il mondo in un altro modo. Mio padre è morto venti anni fa e spesso mi chiedo con nostalgia cosa avrebbe pensato adesso.</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">La sera, continuando a leggere <em>Il dono della dea </em>ho cominciato a entrare più profondamente nel romanzo e a sentirmi più in sintonia con i personaggi. Mi sono detta, sono io <em>Laxi</em>, ma sono anche <em>Gopal </em>il capovillaggio. E proprio questa è la contraddizione che caratterizza la mia vita da un po’ di tempo a questa parte. Dice il dottor Mundkur del KIRD: <em>“Sono sempre più convinto che non sia stata la campagna a progredire, ma il KIRD. I due mondi non si sono avvicinati, e con lo sviluppo del KIRD ormai per quella gente è come se vivessimo in un’altra dimensione temporale. Nel loro mondo il tempo avanza a cerchi, mentre per noi è una linea retta. Com’è possibile che sopravvivano entrambi? Un mondo deve distruggere l’altro. Se vincono loro, tutto quello che cerchiamo di fare sarà stato inutile. Se vinciamo noi non porteremo progresso, ma distruzione.”</em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">E’ proprio impossibile conciliare questi due mondi, prendere il meglio di loro, far nascere qualcosa di nuovo dai due? </span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Buon anno nuovo a tutti!</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px">Saggio consigliato insieme a questo romanzo: <a href="http://www.amazon.co.uk/Spite-Gods-Strange-Modern-India/dp/0316729817" target="_blank">Eward Luce, <em>In Spite of the Gods: The Strange Rise of Modern India</em></a>.</span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 14px/normal Georgia"><span style="font-size: 16px">Radhika Jha, <a title="Neri Pozza" href="http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=2&amp;id_lib=526" target="_blank"><em>Il dono della dea</em>, Neri Pozza</a> 2009, pp. 493 (<em>Lanterns on Their Horns</em>, 2009), traduzione dall&#8217;inglese di Vincenzo Mingiardi.<em> </em></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 19px; margin-left: 0px; text-align: justify; line-height: 20px; font: normal normal normal 16px/normal Georgia"><span style="letter-spacing: 0px"><em>Radhika Jha</em> è nata e vive a Delhi. Sempre per Neri Pozza ha pubblicato il romanzo <em>L&#8217;odore del mondo</em> (2001) e la raccolta di racconti <em>L&#8217;elefante e la Maruti</em> (2004).</span></p>
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		<title>Il rumore dell&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 17:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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Questo post è dedicato a mio padre, così come il romanzo è dedicato al padre dell’autore.

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<p class="MsoNormal"><em>Questo post è dedicato a mio padre, così come il romanzo è dedicato al padre dell’autore.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ho comprato questo libro senza leggere la prima pagina come faccio sempre. Mi è piaciuto il titolo e il fatto che l’autore fosse un indiano residente in India e non, come spesso accade, negli Stati Uniti o a Londra. Ma quello che più mi ha convinto a comprarlo a scatola chiusa è stato leggere nella quarta di copertina che la storia era ambientata in una miniera.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Sono cresciuta con racconti sulle miniere, soprattutto di mio padre che da giovane medico aveva studiato le malattie polmonari dei minatori, facendo studi comparati tra i minatori in Sardegna e quelli in Belgio, che nella maggior parte dei casi sempre di minatori sardi si trattava… Ma anche di mia madre che lo accompagna in questi viaggi, mentre io e mio fratello venivamo felicemente affidati ai nonni in Sardegna dove potevamo vivere la nostra vita “brada” che tanto ci piaceva e che difficilmente riuscivamo poi a spiegare ai nostri amici a Roma. Mia madre mi raccontava delle mogli e delle case dei minatori dove veniva spesso invitata, mi raccontava dei centrini e delle tende e della perfezione delle loro case di emigrati in Belgio. E poi il fidanzato della nostra tata era minatore in Sardegna, ed eravamo sempre preoccupati che si ammalasse finché un giorno riuscì finalmente a tornare a fare il contadino.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Tutti i racconti avevano sempre un alone di tragedia, il tono di una minaccia incombente. Non sempre lo capivo ma lo avvertivo nelle parole e nell’impegno di mio padre. <span id="more-40"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>“Chiunque entri in questa miniera può avvertire un sudario debilitante calargli sulla mente, risucchiare i pensieri positivi e soffocare le aspirazioni. Ogni giorno questi uomini sbiaditi indossano le loro tute sbiadite e si calano con riluttanza nelle profondità inflessibili di questa miniera, fuggendo dal vuoto disperante delle loro vite di sopra verso la durezza anestetica del carbone di sotto. Dentro trapano, martellano, scavano, grattano, sollevano e spingono. Alle rocce che non oppongono resistenza fanno cose che non possono fare alle persone che lasciano indietro in superficie. Si sfiniscono tanto che quando tornano al mondo di sopra portano meno pesi nella mente. Col tempo alcuni cominciano a cedere pezzetti di anima al sottosuolo. Questo non è un posto in cui esistere. Ed è un posto anche peggiore per morire.”</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Pochi anni fa, viaggiando senza meta in Sardegna con D., siamo capitati nella zona delle miniere. Stava scendendo la sera e non sapevamo dove andare. All’improvviso ci siamo trovati davanti un albergo di lusso, di quelli a basso impatto ambientale, dove abbiamo mangiato ma dove per fortuna non avevano una camera libera. Abbiamo poi scoperto che è uno tra gli alberghi più cari del mondo! Una vecchia miniera riadattata davanti a una spiaggia bellissima con delle dune altissime. Ci hanno indicato una struttura poco più in là, con dei piccoli appartamenti costruiti su quello che era stato il villaggio dei minatori.<span> </span>E così ho passato la notte insonne, davanti alla porta sotto il cielo stellato, sentendo da ogni parte le antiche sofferenze dei minatori e delle loro famiglie… Non riuscivo a conciliare la vacanza con il passato di quel luogo. Probabilmente ho esagerato, come a volte mi capita, forse potevo essere contenta che le miniere non ci fossero più e che magari i figli dei minatori adesso fanno i camerieri o i cuochi negli stessi luoghi dove i loro padri e i loro nonni sono invecchiati prematuramente, ma non ci sono riuscita.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>Il rumore dell’acqua</em> non mi ha deluso. È la storia dell’allagamento di una miniera e dei suoi protagonisti. Non avrebbe senso raccontarvi la trama. Posso solo dirvi che è la storia del rapporto dei minatori ma anche degli impiegati e degli ingegneri minerari con la miniera, un rapporto di amore-odio. Come se ognuno, a modo suo, percepisse la miniera come la propria origine, qualcosa a cui si deve tornare per avere l’assoluzione per le proprie vite sbagliate. La miniera è la <em>Bestia</em>, come la chiama <em>Raimoti</em>, il personaggio più poetico, che l’ha aspettata per anni finché non l’ha incontrata nell’incidente dell’allagamento.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>“Sono trasportati via dalla realtà del mondo là fuori – le sue visioni, i suoi odori e i suoi rumori. Null’altro arriva qui dove la terra giace stancamente esposta, squarciata dall’urto folle dell’uomo avido di ricchezze. Per secoli è stata saccheggiata, erosa e morsa, eppure giace ancora lì, indifferente, inerte. Per quanto? si chiede Raimoti. Quanto le ci vorrà a decidere che basta? Quanto, prima che schiacci i colpevoli con una sola, gigantesca torsione dei lombi? Quanto, prima che la Bestia che fa il nido dentro di lei affiori e divori quei ladri?, Non molto, echeggiano i sussurri dietro di lui, pungendogli la pelle del capo, provocandogli un sudore freddo. Si volta per scoprire solo la visione del tunnel che si ritrae e poi svolta, scomparendo alla vista. I pipistrelli della paura volano via pigolando e si insinuano nella rete intrecciata dei cunicoli abbandonati. Sentono la Bestia!”</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Potente la scrittura di Sanjay Bahadur, farcita di riferimenti ai Veda e alle Upanishad, ma anche a William Blake, a Eliot e ai ghazal.<span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">
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<p class="MsoNormal"><em>Il rumore dell’acqua</em> di Sanjay Bahadur, 2009, pp.236, <a title="Cairo editore" href="http://www.cairoeditore.it/component/option,com_jbook/Itemid,124/catid,82/id,322/task,view/" target="_blank">Cairo Editore</a> (The sound of water, 2009), traduzione di Beatrice Masini.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><em>Sanjay Bahadur</em> è un alto funzionario del ministero indiano per il Carbone. <em>Il rumore dell&#8217;acqua</em> è il suo primo romanzo.</p>
<p class="MsoNormal">
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		<title>La moglie indiana</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 09:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anne Cherian]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>

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Se mi fossi fermata alla veste editoriale probabilmente non l’avrei comprato questo libro. Sembra il solito romanzo esotico sull’India come ne escono sempre di più. La solita storia dei matrimoni combinati, e così via. Invece La moglie indiana di Anne Cherian pur girando intorno al matrimonio combinato di Neel e Leila, è la storia del [...]]]></description>
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<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Se mi fossi fermata alla veste editoriale probabilmente non l’avrei comprato questo libro. Sembra il solito romanzo esotico sull’India come ne escono sempre di più. La solita storia dei matrimoni combinati, e così via. Invece <em><span style="font-family: Verdana">La moglie indiana</span></em> di <em><span style="font-family: Verdana">Anne Cherian</span></em> pur girando intorno al matrimonio combinato di Neel e Leila, è la storia del disagio e la fatica di conciliare due modi di vita, quello occidentale con quello indiano, così profondamente diversi tra loro. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="more-32"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">I personaggi sia quelli indiani sia quelli americani mi sono sembrati autentici. Ci sono tutti, i colleghi americani gentili e superficiali, gli indiani entusiasti dell’America che si vergognano di essere indiani, e infine gli indiani che si barcamenano, cercando di prendere il meglio che gli capita delle due culture.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">“In India ci affanniamo per compiacere gli altri dimenticandoci di quello che rende felici noi. Qui in America invece sono tutti anche troppo concentrati su se stessi. Penso che un mix dei due sarebbe perfetto.”</span></em></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Neel fa l’anestesista in un ospedale di San Francisco, ha una casa con vista sul Golden Gate Bridge. È ossessionato dall’idea di sposare una donna bianca, e per il momento ha una relazione clandestina con la segretaria del reparto. Lei vorrebbe sposarlo perché è un dottore, lui sta con lei solo perché è bianca, ma vorrebbe una donna con cui condividere qualcosa di più oltre il sesso segreto. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Leila vive in India, ha avuto diverse richieste di matrimonio ma nessuna è andata a buon fine. Ha trentacinque anni e tutti cominciano a temere che sia troppo vecchia per riuscire a fare un buon matrimonio. È laureata in letteratura inglese, è bella, forse un po’ troppo alta per lo standard indiano. Finché un giorno arriva Neel come possibile sposo. Lui non ha nessuna voglia di un matrimonio combinato, va all’incontro a casa sua con la sua famiglia solo per far contento suo nonno, vecchio e malato. E suo malgrado l’incontro va bene e Neel e Leila si ritrovano fidanzati e poi sposati nel giro di un mese. E così Leila sbarca in America e si ritrova sposata con un marito che la ignora e che continua a passare serate e weekend con l’amante. Finché… La fine è ovvia. Ma non scontata.</span></p>
<p><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">“E quando lo abbandonò il desiderio di avere una moglie bianca, lo abbandonò anche la rabbia. Non aveva capito quanto fosse arrabbiato. Arrabbiato con Caroline perché non era la donna bianca giusta. Non aveva nessun motivo per essere arrabbiato con Caroline. Era molto più fortunato di Caroline. Fin da ragazzina aveva avuto il permesso di uscire con i ragazzi, la libertà di stare fuori casa a partire dai diciotto anni, ed eccola lì ancora da sola. Tutte quelle scelte, e non era stata in grado di fare quella giusta. Invece lui, che quasi dall’altra parte del mondo aveva dovuto tacere alla sua famiglia cosa faceva sia di notte sia di giorno, adesso, proprio grazie a quella famiglia, aveva una moglie e presto avrebbe avuto anche un figlio.”</span></em></p>
<p><em></em><em></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">E proprio questa illimitata libertà di scelta diventa una impossibilità di scelta e siamo sempre più soli perché non dobbiamo rendere mai conto di niente a nessuno. Io avevo ventanni nel 1977 e mi sentivo e volevo essere libera. Ma nel momento delle scelte più critiche, nei momenti di crisi o di pericolo, ho sempre sentito dei vincoli forti, nei confronti della mia famiglia ma anche della società. Vincoli che credo che mia figlia, che ha ventanni nel 2009 non senta, e la sua vita è più difficile di quanto sia stata la mia. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Ogni volta ho la sensazione di incagliarmi sempre più in questo dilemma. Forse devo smettere di leggere romanzi non occidentali. Mi riportano a un mondo precedente che funziona per alcune cose ma per molte altre no, ma d’altra parte mi fa soffrire questa corsa tremenda verso un mondo tutto uguale. Stando a contatto col mondo dei ragazzi, vedo delle mostruosità terribili. Non lo dico perché non sono più giovane, non lo dico per dire che stavamo meglio “ai miei tempi”. Non ho mai avuto nostalgia di quei tempi. Lo dico perché credo che dovremmo ripensare la nostra società ma personalmente non so da dove cominciare …</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Anne Cherian, <a href="http://www.newtoncompton.com/index.php?lnk=101&amp;ISBN=978-88-541-1233-9&amp;idaut=1694;&amp;idcur=" target="_blank"><em><span style="font-family: Verdana">La moglie indiana,</span></em> Newton Compton Editori</a>, 2008, pp. 382 (<em><span style="font-family: Verdana">A Good Indian Wife,</span></em> 2008).</span></p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Anne Cherian</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> è nata e cresciuta a Jamshedpur, in India. Ha studiato a Bombay e Bangalore, e all’università della California, Berkeley. Vive a Los Angeles, ma si reca periodicamente in India. <em><span style="font-family: Verdana">La moglie indiana</span></em> è il suo primo romanzo. </span></p>
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		<title>Il tappeto rosso. Storie di bangalore</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2008 18:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Lavanda Sankaran]]></category>

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		<description><![CDATA[“A Bangalore, nel centro dell’India meridionale, si fabbricano solo soluzioni, concetti, programmi e linguaggi codificati. Per mandare avanti l’elettronica e l’informatica, l’intero sistema nervoso dell’economia globale. […] Bangalore è diventata davvero una gemella della Silicon Valley. Qui la meritocrazia riesce a cancellare persino il peso delle caste: sul mercato del lavoro hi-tech contano i titoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">“A Bangalore, nel centro dell’India meridionale, si fabbricano solo soluzioni, concetti, programmi e linguaggi codificati. Per mandare avanti l’elettronica e l’informatica, l’intero sistema nervoso dell’economia globale. […] Bangalore è diventata davvero una gemella della Silicon Valley. Qui la meritocrazia riesce a cancellare persino il peso delle caste: sul mercato del lavoro hi-tech contano i titoli di studio e l’esperienza professionale, il cervello e la fantasia creativa. Se sei in grado di brevettare una nuova invenzione, non hai bisogno di essere figlio di bramini per farti strada. È una città dominata da un nuovo tessuto sociale di immigrati di talento, nomadi del sapere tecnologico. Ormai solo una minoranza dei residenti conosce la lingua locale, il kannada. Più ancora dell’hindi, l’inglese è diventato la lingua-ponte tra le etnie che si mescolano. Nelle scuole per i figli della middle class si insegnano tutte le materie in inglese fin dalla prima elementare. L’hindi si studia come seconda lingua, il kannada è optional come terza lingua, ma c’è chi preferisce sostituirlo addirittura con il tedesco o il francese. […]” </span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">(Federico Rampini, <em>L’impero di Cindia,</em> Mondadori 2006, pp. 27-28.).</span></p>
<p><span id="more-24"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Gli otto piccoli racconti di Lavanda Sankaran andrebbero letti insieme al libro di Rampini. Perché ci parlano delle persone che abitano a Bangalore, di quelli che ci sono nati e ci hanno sempre abitato, di quelli che ci sono appena arrivati per lavorare, di quelli che se sono andati a studiare e poi a lavorare nella Silicon Valley e che sono appena tornati, e di altri ancora che se stanno tornando negli Stati Uniti. Sono loro i protagonisti dei racconti de <em>Il tappeto rosso</em>, con il loro entusiasmo, la loro creatività, il loro dolore, le loro paure e depressioni, le loro speranze e contraddizioni. Sono indiani, anche se a volte fanno <em>lo strano effetto di un incomprensibile film straniero. </em>I frammenti delle loro conversazioni <em>rivelano disinvolti americanismi in quello che era sempre stato indiscusso territorio inglese. </em>Sono così diversi dai loro padri, <em>che avevano avuto l’ardente desiderio di somigliare in tutto e per tutto a un gentiluomo inglese, che avevano cercato con tanto impegno e fiducia di superare tutti quegli invalicabili ponti culturali – sentendosi comunque sempre impacciati, timidi, fuori posto; vergognandosi delle abitudini indiane, dell’accento, del modo in cui le loro mogli parlavano l’inglese.</em> Loro invece <em>si comportano con la sicurezza di chi ha abbandonato favolose carriere all’estero, che ancora luccicano dall’altra parte dell’oceano, sussurri di sirena capaci di tormentarti nel sonno.</em></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">L’India ci sembra sempre più un luogo magico dove il passato e il presente convivono pacificamente, e spesso può illuderci con l’idea che i cambiamenti avvengano in modo indolore… I racconti di questa raccolta ci mostrano, con il loro stile secco e anche ironico, quanto questa nostra illusione sia lontana dalla realtà e quanto non esistano cambiamenti indolore, soprattutto per chi come le donne è maggiormente legato, anche fisicamente, al passato e alle tradizioni.<span> </span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">L’eccitazione di vivere al centro del cambiamento che provano i giovani protagonisti dei racconti di Lavanda Sankaran, dovuta a quel miscuglio esplosivo di nuove tecnologie della comunicazione e economia, mi ha ricordato la mia piccola esperienza nella Silicon Valley. Circa dodici anni fa, durante un soggiorno di lavoro all&#8217;Università di Berkeley, sono stata invitata a passare qualche giorno al Centro della Apple di Cupertino. Ricordo l’eccitazione di stare lì, ricordo il bellissimo palazzo della Apple con le enormi vetrate, l’aria frizzante né calda né fredda tipica della California, e soprattutto i seminari e le discussioni a cui partecipavo. Sentivo di avere un’energia incredibile, mi trovavo al centro del mondo e la mia adrenalina cresceva sempre più. Poi, l’ultima sera, imbottigliata nell’autostrada per tornare a Berkeley con la mia macchina rossa fiammante, con la </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">musica</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> a palla come tutti gli altri fermi intorno a me, ho avuto la sensazione che non sarei più riuscita a smaltirla quella adrenalina, che non sarei più riuscita a rilassarmi, mi sembrava di essermi smarrita, di essere diventata un’altra persona. E così appena tornata a casa, una casa di legno bellissima immersa nel bosco sulla collina, ho cominciato senza neanche pensarci a preparare una cena italiana a cui ho invitato tutti i vicini. La cucina mi è venuta in aiuto permettendomi di scappare <em>dal centro del mondo</em>, ma non tanto come attività rilassante. La cosa importante per me in quel momento era prendermi cura di qualcun altro, essergli madre, e quale modo migliore per accudire, per essere madre, che non cucinargli qualcosa?</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><span></span></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Lavanda Sankaran, <em>Il tappeto rosso. Storie di Bangalore. </em>Marcos y Marcos 2006, pp. 219 (<em>The Red Carpet. Bangalore Stories,</em> 2005)<br />
</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Lavanda Sankaran è nata a Bangalore e ha studiato economia negli Stati Uniti, dove ha poi lavorato come consulente finanziario. Vive a Bangalore. Questa è la sua opera prima. </span></p>
<p style="text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Federico Rampini, <em>L&#8217;impero di Cindia. </em>Mondadori 2006, pp. 369.</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> <em>La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo. </em>Mondadori 2007, pp. 245.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
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