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	<title>GlobalStories &#187; Israele</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>La lettrice di Shelley</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 13:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alona Kimhi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;A una decina di metri da noi, dall&#8217;altro lato della strada, apparvero Ghidi Bochacho e il cane. Se l&#8217;avevo visto io, anche lui mi aveva identificato. E mentre avanzavamo l&#8217;uno verso l&#8217;altra ai due lati della strada, riducendo la distanza finché fu sufficiente per stabilire un contatto visivo, cominciai a organizzarmi psicologicamente per l&#8217;imminente attacco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;A una decina di metri da noi, dall&#8217;altro lato della strada, apparvero Ghidi Bochacho e il cane. Se l&#8217;avevo visto io, anche lui mi aveva identificato. E mentre avanzavamo l&#8217;uno verso l&#8217;altra ai due lati della strada, riducendo la distanza finché fu sufficiente per stabilire un contatto visivo, cominciai a organizzarmi psicologicamente per l&#8217;imminente attacco del cane. Il tempo che rimaneva all&#8217;esplosione riempiva l&#8217;aria di una luce bianca distillata. La trasparenza della luce svelava tutto quello che era nascosto, tutto quello che generalmente viene cancellato dalla mia visione selettiva. Il cane si mise ad abbaiare più forte. In pochi secondi salì in un crescendo costante  fino al culmine, un singulto che avrebbe intensificato fino a stancare la gola. Rallentai progressivamente, fino a trovarmi proprio di fronte al cane. Uno contro l&#8217;altro ai due lati della strada. L&#8217;aggressore davanti alla vittima. Mi fermai, rivolta verso il cane. Un passo, poi un altro. Gli ultimi preparativi. Misurai la distanza rimanente. Segnai la mia strada con lo sguardo, guidando me stessa. Chiusi gli occhi. Ancora un passo. Come in una bolla di vetro, lontane e ignote al tempo presente, sentii le voci della mamma e di Nehama. Combattei con loro, con la sicurezza calorosa che apparteneva loro come una promessa, le spinsi fuori dalla mia coscienza. Solo il suo abbaiare. Nient&#8217;altro contava. Io e lui. Continuai a camminare. Sentii il soffio caldo della sua vicinanza. Il calore della presenza ostile si diffondeva in tutto i mio corpo. Nel petto, nel bacino. Qualcosa si contrasse tra le mie gambe, come un piccolo animale. Una lumaca rigida e terrorizzata. Un passo. Un altro passo. L&#8217;ultimo. Aprii gli occhi. Ero accucciata davanti al cane come un beduino. Faceva ancora sentire i suoi poetici singulti, fissandomi con lo sguardo nero e splendente di curiosità. Mi sembrava di piangere. Le lacrime colavano in bocca e sul collo, mescolandosi al sudore. eravamo così vicini che potevo annusarlo. Un acre odore canino. Guardai il volto ampio e quadrato del cane. Era nero, e solo sul collo cominciava a comparire una macchia color miele che si prolungava fino al ventre. Drizzò un orecchio, inclinando la testa verso la spalla sinistra. Un cucciolo stupido e cresciuto. Respirava affannosamente. Stavo di fronte a lui. Non contava più nulla. Chiusi di nuovo gli occhi. Il mio respiro tranquillo si incontrò con i suo, caldo e disgustoso. Un respiro pieno di carne. La sensazione di disgusto era quasi piacevole. Rilassante. Sensoriale. Qualcosa di umido e ruvido mi colpì sul viso. Scivolò su di esso, bagnandolo con una sostanza appiccicosa e umidiccia. Aprii gli occhi. La lingua rosea-violacea scivolava avanti e indietro sulle mie guance, sui miei occhi.&#8221;</em></p>
<p><em><span id="more-102"></span><span style="font-style: normal;">Questo è il ritmo del racconto, incalzante e crudo, di </span>Susanna Rabin<span style="font-style: normal;">. E&#8217; proprio lei che racconta, o meglio parla. </span><span style="font-style: normal;">Susanna Rabin</span><span style="font-style: normal;">, la protagonista di questa storia  dura e dolce, come solo la vita autentica può essere. Susanna Rabin, che non è parente di, e che non ha paura di parlare senza omettere o camuffare le parti sgradevoli della storia. La sua. Vi piacerà Susanna, nonostante le sue fobie e la sua vita in disparte. Vi piacerà seguire la sua dolorosa rinascita. Quasi inaspettata e senza stereotipi. Vi piacerà scoprire i suoi segreti, anche quelli più squallidi. Vi aiuterà a sopportare, anzi a perdonare, i vostri.</span></em></p>
<p><em>&#8220;Mi chiamo Susanna Rabin e non sono parente di. Sto seduta nella mia stanza e non voglio uscire. Non voglio fare nulla. nemmeno dentro la mia stanza. Nemmeno dipingere o scolpire marionette, attività che di solito mi calma. Mi ostino a starmene seduta sulla sedia e a non stendermi, perché quando mi stendo affondo dentro di me, e allora di solito è difficile. Quando mi stendo all&#8217;inizio provo sollievo, poi però sento che non potrò più uscirne. Non potrò più aprire gli occhi. Allora me ne sto seduta.&#8221;</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Mi ha colpito particolarmente il rapporto tra Susanna e sua madre, che racchiude in sé tutti i possibili rapporti tra madre e figlia. Tutto il dolore, la meraviglia, la voglia di scappare, o invece di starsene sempre lì dentro, sentendo </span>&#8220;il cordone ombelicale, che era stato tagliato dalle mani attente dell&#8217;ostetrica chissà quando nel passato, ma che continuava a condurre una sua vita segreta. Una striscia di elastico tessuto organico legava la mia pancia alla sua senza poterla staccare. Avrei potuto rimanere così per sempre, in assorto silenzio, unita a lei con ogni capillare dell&#8217;anima&#8230;&#8221;</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Niente è ovvio nel rapporto tra Susanna e sua madre. Nel bene e nel male. Ed è forse la forza di questo romanzo. </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Alona Kimhi, </span>La lettrice di Shelley<span style="font-style: normal;">, Guanda 2010, pp. 339 (</span>Susannah ha-bochiah<span style="font-style: normal;">). Traduzione di Elena Loewenthal e Elisa Carandina.</span></em></p>
<p><em>Alona Kimhi<span style="font-style: normal;"> è nata in Ucraina nel 1966 e si è trasferita in Israele con la sua famiglia a sei anni. </span></em></p>
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		<title>Una tromba nello uadi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:05:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Bagdad]]></category>
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		<description><![CDATA[“Scesi verso la parte bassa della città come se un vento rabbioso mi spingesse da dietro. Con attenzione percorsi il vicolo scosceso e scivoloso che conduceva al frastuono e al traffico di via dell’Indipendenza. Dietro di me c’era lo uadi, che era per lo più arabo, e davanti a me la strada, che era per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Scesi verso la parte bassa della città come se un vento rabbioso mi spingesse da dietro. Con attenzione percorsi il vicolo scosceso e scivoloso che conduceva al frastuono e al traffico di via dell’Indipendenza. Dietro di me c’era lo uadi, che era per lo più arabo, e davanti a me la strada, che era per lo più ebraica.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Mi è sembrato naturale seguire <em>Huda</em> per le vie di Haifa, in quell’incerto confine fisico e psicologico in cui vivono lei e la sua famiglia. Una famiglia arabo-cristiana originaria dell’Egitto. Con una maggioranza di donne: <em>Huda</em>, sua sorella <em>Mary</em>, la loro madre affettuosa e vigile, e la sempre presente vicina araba <em>Jamilla,</em> islamica osservante. Unico uomo il nonno <em>Elias</em>, nonno-padre, suocero-marito, irresistibile coi suoi occhi verdi e il sorriso ironico.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><span id="more-64"></span><br />
</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E’ il 1982 e Israele è un paese minato dalle divisioni, divisioni tra arabi giovani e arabi vecchi, tra arabi che vivono in città e arabi che vivono nei villaggi, tra ebrei che stanno lì da generazioni e ebrei che sono appena arrivati dall’Europa, tra ebrei ricchi e ebrei poveri. E su tutti l’incubo della guerra, una guerra che solo pochi sembrano volere ma che tutti subiscono. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ed è proprio in mezzo a queste divisioni e a questa guerra che Huda e Mary sono cresciute, nascondendo in pubblico la loro identità, diventando di giorno in giorno più israeliane delle ebree. E Mary, che Huda definisce<em> il prodotto più israeliano della famiglia</em>, è costretta a fare una scelta di vita tradizionale che alla fine non sembra neanche dispiacerle. Anche perché <em>“la libertà è un pesante fardello di cui non tutte le persone sanno caricarsi, e soprattutto non le donne, e in particolare non le donne arabe”, </em>pensa Huda. E infatti se da un lato il mondo più arcaico, basato sull’onore e sulla famiglia, a cui Mary si è arresa, sembra un mondo soffocante e infelice, dall’altro il nuovo mondo dove Mary e Huda si trovano a vivere, dove l’amore è una specie di nuova religione, non è per nulla facile. Perché <em>“in questa religione non ci sono sacerdoti né profeti, non c’è rivelazione divina, né ci sono libri sacri. Una persona deve scoprire da sola il suo Dio, capire i segnali, e trovare la strada senza chiare regole. Ci avventuriamo tutti a cercare questo amore, e quasi tutti ci perdiamo nella desolazione.” </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Condivido completamente il pensiero di Huda, avendo provato quanto sia difficile la strada della libertà, e quanto ci si possa sentire smarrite, ma avendo anche provato la felicità di una conferma, di esserci riuscita qualche volta a prendere la decisione giusta. Per non parlare dell’amore.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Proprio nel momento in cui è più stanca di queste contraddizioni, proprio quando sta per arrendersi all’idea che <em>“in una terra squarciata dagli odi e in una situazione di guerra continua, non è possibile coltivare un’oasi d’amore, non sul confine tra due popoli che hanno deciso di strangolarsi”</em>, Huda si innamora, e non di un uomo qualsiasi ma di <em>Alex</em> uno strano vicino che sembra un nano e che suona la tromba dalla terrazza sulle loro teste, unico ebreo nello uadi. Alex non era venuto in Israele perché era un sionista, aveva organizzato tutto sua madre: <em>”che ebreo sono io? Non conosco neppure le feste. Mi confondo anche tra Purim e Kippurim. Quando i miei genitori parlavano yiddish in Russia non capivo niente. E poi io non volevo venire in Israele, non volevo proprio.” </em>Ma è ebreo Alex e come tale dovrà partecipare alla guerra, e gli sembrerà naturale.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Una tromba nello uadi</em> è una lente di ingrandimento su un paese che sempre più mi sembra un laboratorio sperimentale dell’Occidente e del mondo globalizzato. E, come quando si osservano dei fenomeni in laboratorio, anche in questo caso possiamo scoprire fenomeni nuovi, magari contraddittori. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Sami Michael, <em>Una tromba nello uadi, </em>La Giuntina 2008, pp. 270, (<em>Hatzotzrah bavadi</em>, 1987). Traduzione dall’ebraico di Shulim Vogelmann. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Sami Michael</em> è nato a Bagdad nel 1926. Nel 1948 si rifugia in Iran e da qui un anno dopo, per sfuggire all’estradizione, va in Israele. Per venticinque anni ha lavorato per il Ministero dell’Agricoltura occupandosi delle risorse idriche al confine con la Siria. Ha studiato letteratura araba e psicologia all’Università di Haifa. </span></p>
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