<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>GlobalStories &#187; Somalia</title>
	<atom:link href="http://www.globalstories.it/category/cina/somalia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.globalstories.it</link>
	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Feb 2012 21:37:35 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.2</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>La mia casa è dove sono</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2011/02/24/la-mia-casa-e-dove-sono/</link>
		<comments>http://www.globalstories.it/2011/02/24/la-mia-casa-e-dove-sono/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 23:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Igiaba Scego]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[colonie italiane]]></category>
		<category><![CDATA[diaspora somala]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Graziani]]></category>
		<category><![CDATA[lager]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.globalstories.it/?p=213</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di un incontro o di uno scontro. Siamo crocevia, punti di passaggio, ponti. Siamo mobili, e possiamo volare con le ali nascoste nelle pieghe delle nostre anime celesti.&#8221;</em></span></p>
<p><em><span id="more-213"></span></em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Igiaba Scego ci racconta proprio di questi ponti, a volte solidi, a volte spezzati, traballanti, ma sempre punti di passaggio, anche se pericolosi, incerti. E leggendo le sue parole scritte ci sembra di ascoltarle direttamente dalla sua voce, una voce intensa, allegra nonostante tutto. La sua è una storia a cavallo tra due mondi, per qualcosa simili ma per lo più molto diversi. Diversi anche quando convivono nella stessa città. Ve la immaginate una bambina che la mattina va a scuola come tutte le bambine, ma prima di andare a scuola, quando ancora è notte, va alla Caritas diocesana con sua madre a prendere cibo e vestiti?</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Io mi vergognavo da morire a chiedere la carità. Mamma indovinando il mio pensiero mi prese da parte:«Igiaba vedi quelle donne?». Be&#8217;, sì, le vedevo. Erano donne somale dal portamento regale e dagli abiti sgargianti. «Quelle donne un tempo erano potenti. Figlie o spose di funzionari governativi, alcune erano anche ai posti di comando. Donne che avevano a che fare con la diplomazia e i suoi segreti. Guardale, anche se malridotte, che bella andatura hanno. E anche se quelle mani non portano più gioielli, sbrilluccicano lo stesso di benessere. E sai perché? Perché, figlia mia, non si sentono umiliate nel chiedere aiuto. Non c&#8217;è niente di sbagliato in quello che stiamo facendo ora.» Guardavo intorno a me. Non c&#8217;erano facce tristi; c&#8217;erano persone che se la stavano passando male, ma che avevano intenzione di superare il brutto momento. Tra quelle persone anche noi.&#8221;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ed è proprio grazie a questi mondi diversi che Igiaba riesce a vedere quello che vede e che ci racconta in questo romanzo, attraverso la mappa della sua città, fatta di due città lontane unite con i sogni e con i ricordi. E lungo quella mappa si dipanano luoghi ma anche punti di vista, spesso spiazzanti, che ci aprono orizzonti che non avevamo notato.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Dire ti voglio bene, ti amo, mi manchi, non significa nulla per un somalo. Ha più senso parlare in valuta straniera. In un paese in cui non ci sono più infrastrutture, vita pubblica, speranze, solo il denaro può schiudere le porte di una qualsiasi sopravvivenza. Meglio i dollari che ti voglio bene, eccellenti gli euro per dire ti amo. I rapporti tra la Somalia e la diaspora si consumano così nel soffio di una trattativa di affari. Gente che prima era legata da baci, abbracci, ricordi, pensieri, ora è legate dal nulla dei contanti fruscianti&#8221;.</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ho finito di leggere <em>La mia casa è dove sono</em> ieri sera, appena dopo l&#8217;ultimo telegiornale che parlava della Libia. E poi stamattina al giornale radio, in macchina, andando al lavoro ho sentito tutta una serie di commenti ironici sul colonialismo italiano. E ho ripensato alle parole di Igiaba su Graziani e la sua ferocia in Somalia, in Eritrea, in Libia.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Ma fu in Libia, nel 1921, che Graziani si fece conoscere tristemente per la prima volta. [...] Per piegare la Libia decise di piegare letteralmente il suo popolo. Ricorse a sistemi selvaggi contro le varie tribù. Tra le  molte le più terribili furono i trasferimenti coatti nei lager. Donne, bambini, giovani, anziani, venivano presi, brutalizzati, picchiati e veniva abbattuto il loro bestiame. Il tutto poi era corredato da fucilazioni e impiccagioni di massa. [...]&#8220;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Chissà perché noi tutti in Italia, indipendentemente dal credo politico, abbiamo sempre e soltanto ironizzato sul colonialismo italiano! Forse perché il senso del ridicolo ci ha protetto dai sensi di colpa? Io comunque stamattina andando al lavoro in macchina, passando davanti a un bar ristorante eritreo su viale Regina Margherita che purtroppo è chiuso, ho deciso di cercarmi un po&#8217; di libri che mi raccontino la verità sul colonialismo italiano.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Grazie Igiaba!</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Igiaba Scego, <em>La mia casa è dove sono</em>, Rizzoli 2010 (pp. 165).</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 15.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 22.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Igiaba Scego</em> è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. Scrive su &#8220;l&#8217;Unità&#8221;, &#8220;Internazionale&#8221; e su molte riviste che si occupano di migrazioni e culture africane, tra cui &#8220;Nigrizia&#8221;. Tra i suoi libri, <em>Pecore nere</em> (Laterza 2005) e <em>Oltre Babilonia</em> (Donzelli 2008).</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.globalstories.it/2011/02/24/la-mia-casa-e-dove-sono/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Madre piccola</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2008/08/31/madre-piccola/</link>
		<comments>http://www.globalstories.it/2008/08/31/madre-piccola/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 31 Aug 2008 18:04:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristina Ali Farah]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.globalstories.it/2008/08/31/madre-piccola/</guid>
		<description><![CDATA[“Questa è una storia che non si riesce a raccontare. La mia mente sta ancora bevendo quei singhiozzi. Sento nella gola quell’acqua che non c’è e vedo il deserto che non finisce. Sento persone gridare e gridare per la paura di morire. Sono schiacciata, stretta compressa, calciata nel fuoristrada dalle ruote dentate. Ascolto il fiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Questa è una storia che non si riesce a raccontare. La mia mente sta ancora bevendo quei singhiozzi. Sento nella gola quell’acqua che non c’è e vedo il deserto che non finisce. Sento persone gridare e gridare per la paura di morire. Sono schiacciata, stretta compressa, calciata nel fuoristrada dalle ruote dentate. Ascolto il fiato di quella macchina che sputa e suda, che sbuffa e macina. Su e giù, su e giù. Nausea che mi riempie la gola. La sabbia spessa mi brucia gli occhi e l’orizzonte mi sembra uguale. Dimentico dove sorgerà e dove tramonterà il sole. Vedo la traccia sulle dune che si cancella, e ho la tentazione, ma non la forza, di correre, correre, correre, perché le mie gambe sane possono essere più veloci di quelle ruote. Il deserto cresce e scoppia dentro di me, urlando e sgorgando dal petto in mezzo alla notte, come fuoco vivo.”</em></p>
<p><span id="more-30"></span><em>Madre piccola</em> è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, o meglio da ascoltare. Perché non sembra scritto ma parlato. Mi sono ritrovata a sillabarne in silenzio le parole, come mi capita quando sono molto presa da quello che sto ascoltando, come quando con Rita studiavamo per la maturità e lei mi ripeteva la letteratura greca in modo così avvincente che a un certo punto si fermava di colpo urlandomi:  ”Chiudi quella bocca! Mi sembra di studiare con un pesce!” È allora che l’ho scoperto questo vizio di sillabare muta…</p>
<p>Un altro libro scritto in italiano da una scrittrice non italiana, anche se <em>Cristina Ali Farah</em> è nata in Italia da padre somalo, ma ha vissuto la sua infanzia a Mogadiscio, e probabilmente ha un rapporto ambivalente con il suo bilinguismo, come uno dei personaggi del suo romanzo: <em>”Tornando dalle vacanze italiane, ciò che più mi terrorizzava era la condizione di tabula rasa linguistica in cui mi riducevo. Non so se il fenomeno sia noto agli studiosi o se sia qualcosa che riguarda solo la mia natura, ma accadeva che, dopo due mesi di assenza, mi occorresse quasi una settimana per recuperare l’uso del somalo. Vivevo questa incapacità comunicativa come una grave mutilazione, soprattutto perché si trattava di una competenza dimezzata che mi impediva di emettere suoni comprensibili, ma non di capire le imprecazioni contro la mia amnesia.”<br />
</em>E forse sarà per questa sua afasia intermittente o perché una delle sue due lingue, il somalo, è stato per molto tempo una lingua solo orale, che la lingua usata da Cristina Ali Farah è una lingua libera dagli schemi, che osa costruzioni inusuali, che trasforma verbi transitivi in intransitivi, aggettivi in sostantivi. A cominciare dalla dedica:</p>
<p><em>“A Giuli, tenacie intrecciate”</em></p>
<p><em>Madre piccola</em> è solo apparentemente un romanzo sulla diaspora somala, è un romanzo su gran parte degli esseri umani della nostra epoca. Dove possiamo specchiarci e vedere una parte di noi e degli altri e capire qualcosa di più.<br />
<em>“È in quel periodo che ho visto quanta tristezza c’è in Occidente, ché i vagabondi, nelle città, sono più di quelli che ci immaginiamo, anzi, non ce li possiamo proprio immaginare tanti vagabondi, quando stiamo giù e sentiamo parlare di questi paesi che stanno bene.”</em><br />
E ancora:<br />
<em>“Nei miei ragionamenti ho constatato che c’è qualcosa che sfugge alle vostre comprensioni, sottigliezze incomunicabili. Qui il corpo è considerato intoccabile, il dolore intollerabile, la macerazione abominevole. Ma questa inviolabilità dimentica il rispetto per quel corpo, l’imminenza di quel dolore, la cura di quella macerazione. Il disfacimento sconvolge per quanto riavvicina il pensiero della morte? La fragilità ci è così propria. […] Eppure, sono certa, la morte è qualcos’altro, è cessazione, non è acume protratto, non è il contrario del piacere. Nel dare alla luce, quello che percepisci è lacerazione che squarcia la terra, è separazione che risucchia all’indietro, fino a quel culmine, come se la nostra anima avesse per un istante quel privilegio di infinito, folgorazione che acceca. Come se lo spazio e il tempo si divaricassero appena, solo per un attimo, pulviscolo di eterno. Quello che voglio dire, è che imparare ad accettare il dolore può essere molto piacevole.“</em></p>
<p>Queste ultime righe portano alla luce splendidamente un nodo essenziale dell&#8217;Occidente, e meriterebbero un post tutto loro, una discussione intensa. Nel frattempo, vi consiglio di leggere prima possibile questo romanzo, di cui mi avrebbe fatto piacere sentire parlare di più.</p>
<p><em>“Il destino fa sempre avanti e indietro per la stessa strada.”</em></p>
<p>Cristina Ali Farah, <em>Madre piccola</em>, Frassinelli 2007, pp. 272</p>
<p><em>Cristina Ali Farah</em>, nata a Verona nel 1973 da padre somalo e madre italiana, è vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire, con il suo primo figlio, a causa della guerra civile. Dal 1996 vive a Roma dove si è laureata in Lettere e dove sono nati i suoi altri due figli. Questo è il suo primo romanzo.</p>
<p>Lettura consigliata: <em>Poesia orale somala: storia di una nazione</em> (a cura di Francesco Antinucci e Axmed Faarax Cali Idaajaa), 1986, Roma, Ministero degli affari esteri-Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.globalstories.it/2008/08/31/madre-piccola/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nodi</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2008/05/19/nodi/</link>
		<comments>http://www.globalstories.it/2008/05/19/nodi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 May 2008 10:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuruddin Farah]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.globalstories.it/2008/05/19/nodi/</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Cambara rallenta fino quasi a fermarsi, mentre giunge in vista della casa di famiglia. Il cuore accelera, la mente ribolle di pensieri frenetici; ha appena deciso cosa fare quando, avvicinandosi al cancello della proprietà, scopre che è socchiuso, la serratura bloccata da un grosso sasso. Il cancello semiaperto è una traccia di vita. Era abbastanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">&#8220;Cambara rallenta fino quasi a fermarsi, mentre giunge in vista della casa di famiglia. Il cuore accelera, la mente ribolle di pensieri frenetici; ha appena deciso cosa fare quando, avvicinandosi al cancello della proprietà, scopre che è socchiuso, la serratura bloccata da un grosso sasso. Il cancello semiaperto è una traccia di vita. Era abbastanza comune lasciare le porte aperte notte e giorno, quando lei abitava a Mogadiscio e si poteva dare per scontata la pace. [...] Cambara si appoggia al muro, nascosta alla vista, mentre il cuore le scorre troppo rapido nelle vene. Ora che ha avuto un momento per esaminarla, tutta la zona le sembra più <span></span>in rovina di quanto si aspettasse: un bastione diroccato costruito in difesa di una città prossima a cadere.</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> &#8220;<o:p></o:p></span></p>
<p><span id="more-26"></span></p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Nodi</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"> è un romanzo che consente più letture. La prima è quella di una Mogadiscio allo sfascio, dove qualunque criterio che siamo abituati a usare per muoverci nel mondo non funziona più. E come lettori proviamo una sensazione di disorientamento doloroso e insieme un crollo della speranza. La Somalia, tra gli altri Paesi del mondo che vivono una condizione tragica mi colpisce in modo particolare perché è stata sempre molto vicina all&#8217;Italia, grazie alla colonizzazione e ai rapporti (spesso dubbi se non peggio) che i due Paesi hanno mantenuto  fino a pochi anni fa. Poi da un giorno all&#8217;altro è come se fosse sparita dalle carte geografiche, certamente è sparita dai nostri notiziari e giornali. Cosa è accaduto in Somalia? E come è potuto accadere? Il mio pensiero corre a Ilaria Alpi che è stata uccisa a Mogadiscio proprio perché stava cercando di dare una risposta a queste domande.<o:p></o:p></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Ma <em>Nodi</em> è anche la storia di una donna come noi che si trova catapultata in una situazione limite come quella della Somalia di oggi. Cambara, la protagonista, torna in Somalia dopo venti anni di esilio in Canada, per sfuggire al dolore della morte di suo figlio, annegato in piscina grazie alla negligenza del suo ex marito che invece di controllarlo se ne stava dentro casa con la sua amante. Il pretesto per il suo ritorno a Mogadiscio è quello di provare a costruirsi una nuova vita dalle rovine della sua vecchia vita e dalle rovine della città, dove Cambara vuole riprendersi la sua vecchia casa di famiglia caduta nelle mani di un signore della guerra. Fin da subito si avverte una forte similitudine tra la condizione della città, completamente divisa e in rovina, e la condizione psicologica di Cambara, che è una donna come noi, con le sue paure ma anche le sue risorse. Identificarmi con lei, o comunque capirla, è stato del tutto naturale.<o:p></o:p></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Ma c&#8217;è una terza lettura molto interessante del romanzo: a fianco della Mogadiscio in rovina dove spadroneggiano bande di ragazzini armati al servizio dei vari signori della guerra, c&#8217;è una Mogadiscio delle donne, una città parallela governata dalle donne che riescono a condurre una vita <em>normale </em>che da fuori può sembrarci impossibile. È come se le donne fossero capaci di andare oltre la situazione di disastro oggettiva in cui si trovano, grazie proprio al loro essere donne, all&#8217;obbligo che sentono di prendersi cura delle persone che hanno attorno. Proprio come se questo prendersi cura potesse permettere loro di stare in contatto con la vita e non solo con la morte che le circonda, di vedere oltre appunto. Mentre gli uomini sembrano completamente accecati dalle situazioni disastrose della guerra, quasi fossero costretti a esserne sempre più invischiati, come se non potessero più vedere nient&#8217;altro che quello. <o:p></o:p></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">E così mi chiedo: ma non accadrà lo stesso in tutti quei paesi che si trovano nelle condizioni limite della Somalia? Magari in Afghanistan o in Iraq? Se qualcuno sa qualcosa in più sulle donne che vivono in Paesi in crisi e ce lo dice, è il benvenuto!<o:p></o:p></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Nuruddin Farah, <em>Nodi</em>, Frassinelli 2008, pp. 499 (<em>Knots</em>, 2007).<o:p></o:p></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Nuruddin Farah, scrittore somalo, ha vissuto in Italia dal 1976 al 1979 come esule, poi è tornato in Africa dove ha soggiornato per lunghi periodi tra Nigeria, Uganda, Gambia e Sudan. I suoi libri, in inglese, sono tradotti in tutto il mondo. <em>Nodi</em> è il secondo di una trilogia. Consiglio anche il primo, <em>Legàmi</em> (Frassinelli, 2005).<o:p></o:p></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.globalstories.it/2008/05/19/nodi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

