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	<title>GlobalStories &#187; Cristina Ali Farah</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Madre piccola</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Aug 2008 18:04:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristina Ali Farah]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Questa è una storia che non si riesce a raccontare. La mia mente sta ancora bevendo quei singhiozzi. Sento nella gola quell’acqua che non c’è e vedo il deserto che non finisce. Sento persone gridare e gridare per la paura di morire. Sono schiacciata, stretta compressa, calciata nel fuoristrada dalle ruote dentate. Ascolto il fiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Questa è una storia che non si riesce a raccontare. La mia mente sta ancora bevendo quei singhiozzi. Sento nella gola quell’acqua che non c’è e vedo il deserto che non finisce. Sento persone gridare e gridare per la paura di morire. Sono schiacciata, stretta compressa, calciata nel fuoristrada dalle ruote dentate. Ascolto il fiato di quella macchina che sputa e suda, che sbuffa e macina. Su e giù, su e giù. Nausea che mi riempie la gola. La sabbia spessa mi brucia gli occhi e l’orizzonte mi sembra uguale. Dimentico dove sorgerà e dove tramonterà il sole. Vedo la traccia sulle dune che si cancella, e ho la tentazione, ma non la forza, di correre, correre, correre, perché le mie gambe sane possono essere più veloci di quelle ruote. Il deserto cresce e scoppia dentro di me, urlando e sgorgando dal petto in mezzo alla notte, come fuoco vivo.”</em></p>
<p><span id="more-30"></span><em>Madre piccola</em> è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, o meglio da ascoltare. Perché non sembra scritto ma parlato. Mi sono ritrovata a sillabarne in silenzio le parole, come mi capita quando sono molto presa da quello che sto ascoltando, come quando con Rita studiavamo per la maturità e lei mi ripeteva la letteratura greca in modo così avvincente che a un certo punto si fermava di colpo urlandomi:  ”Chiudi quella bocca! Mi sembra di studiare con un pesce!” È allora che l’ho scoperto questo vizio di sillabare muta…</p>
<p>Un altro libro scritto in italiano da una scrittrice non italiana, anche se <em>Cristina Ali Farah</em> è nata in Italia da padre somalo, ma ha vissuto la sua infanzia a Mogadiscio, e probabilmente ha un rapporto ambivalente con il suo bilinguismo, come uno dei personaggi del suo romanzo: <em>”Tornando dalle vacanze italiane, ciò che più mi terrorizzava era la condizione di tabula rasa linguistica in cui mi riducevo. Non so se il fenomeno sia noto agli studiosi o se sia qualcosa che riguarda solo la mia natura, ma accadeva che, dopo due mesi di assenza, mi occorresse quasi una settimana per recuperare l’uso del somalo. Vivevo questa incapacità comunicativa come una grave mutilazione, soprattutto perché si trattava di una competenza dimezzata che mi impediva di emettere suoni comprensibili, ma non di capire le imprecazioni contro la mia amnesia.”<br />
</em>E forse sarà per questa sua afasia intermittente o perché una delle sue due lingue, il somalo, è stato per molto tempo una lingua solo orale, che la lingua usata da Cristina Ali Farah è una lingua libera dagli schemi, che osa costruzioni inusuali, che trasforma verbi transitivi in intransitivi, aggettivi in sostantivi. A cominciare dalla dedica:</p>
<p><em>“A Giuli, tenacie intrecciate”</em></p>
<p><em>Madre piccola</em> è solo apparentemente un romanzo sulla diaspora somala, è un romanzo su gran parte degli esseri umani della nostra epoca. Dove possiamo specchiarci e vedere una parte di noi e degli altri e capire qualcosa di più.<br />
<em>“È in quel periodo che ho visto quanta tristezza c’è in Occidente, ché i vagabondi, nelle città, sono più di quelli che ci immaginiamo, anzi, non ce li possiamo proprio immaginare tanti vagabondi, quando stiamo giù e sentiamo parlare di questi paesi che stanno bene.”</em><br />
E ancora:<br />
<em>“Nei miei ragionamenti ho constatato che c’è qualcosa che sfugge alle vostre comprensioni, sottigliezze incomunicabili. Qui il corpo è considerato intoccabile, il dolore intollerabile, la macerazione abominevole. Ma questa inviolabilità dimentica il rispetto per quel corpo, l’imminenza di quel dolore, la cura di quella macerazione. Il disfacimento sconvolge per quanto riavvicina il pensiero della morte? La fragilità ci è così propria. […] Eppure, sono certa, la morte è qualcos’altro, è cessazione, non è acume protratto, non è il contrario del piacere. Nel dare alla luce, quello che percepisci è lacerazione che squarcia la terra, è separazione che risucchia all’indietro, fino a quel culmine, come se la nostra anima avesse per un istante quel privilegio di infinito, folgorazione che acceca. Come se lo spazio e il tempo si divaricassero appena, solo per un attimo, pulviscolo di eterno. Quello che voglio dire, è che imparare ad accettare il dolore può essere molto piacevole.“</em></p>
<p>Queste ultime righe portano alla luce splendidamente un nodo essenziale dell&#8217;Occidente, e meriterebbero un post tutto loro, una discussione intensa. Nel frattempo, vi consiglio di leggere prima possibile questo romanzo, di cui mi avrebbe fatto piacere sentire parlare di più.</p>
<p><em>“Il destino fa sempre avanti e indietro per la stessa strada.”</em></p>
<p>Cristina Ali Farah, <em>Madre piccola</em>, Frassinelli 2007, pp. 272</p>
<p><em>Cristina Ali Farah</em>, nata a Verona nel 1973 da padre somalo e madre italiana, è vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire, con il suo primo figlio, a causa della guerra civile. Dal 1996 vive a Roma dove si è laureata in Lettere e dove sono nati i suoi altri due figli. Questo è il suo primo romanzo.</p>
<p>Lettura consigliata: <em>Poesia orale somala: storia di una nazione</em> (a cura di Francesco Antinucci e Axmed Faarax Cali Idaajaa), 1986, Roma, Ministero degli affari esteri-Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo.</p>
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