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	<title>GlobalStories &#187; Kiran Desai</title>
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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Eredi della sconfitta</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 08:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Kiran Desai]]></category>

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		<description><![CDATA[L’apprensione o meglio la diffidenza con cui ho iniziato a leggere Eredi della sconfitta di Kiran Desai è durata un attimo, giusto il tempo di leggere le prime sette righe del romanzo:
“Per tutto il giorno i colori erano stati quelli del crepuscolo, con le nebbie come creature acquatiche sui grandi fianchi di montagne dalle ombre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">L’apprensione o meglio la diffidenza con cui ho iniziato a leggere <em>Eredi della sconfitta</em> di Kiran Desai è durata un attimo, giusto il tempo di leggere le prime sette righe del romanzo:</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"><em>“Per tutto il giorno i colori erano stati quelli del crepuscolo, con le nebbie come creature acquatiche sui grandi fianchi di montagne dalle ombre e profondità oceaniche. Visibile per pochi istanti sopra i vapori, il </em><a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kanchenjonga" title="Kanchenjunga"><strong><em>Kanchenjunga</em></strong></a><em> era una vetta lontana intagliata nel ghiaccio, un pennacchio di neve sollevato dai venti tempestosi della cima, rifugio dell’ultima luce. ”</em></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span id="more-18"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">La mia diffidenza nasceva dal pregiudizio che i figli non devono fare il lavoro dei padri, o in questo caso delle madri, e infatti Kiran è la figlia di Anita Desai. Ho sempre pensato che fosse una comoda scorciatoia o peggio una scomoda prigione fare lo stesso lavoro dei propri genitori. E così pur avendo visto il romanzo in libreria, non l’avevo preso, finché un mese fa chiacchierando con mia cugina <strong><a target="_blank" href="http://www.expatclic.com/eofi/article.php3?id_article=1763" title="Expatclic">Silvia</a> </strong>su Skype, io a Roma e lei a Skopje in Macedonia, non è venuto fuori che se l’era comprato lo scorso inverno in un’edizione pirata lungo le strade di Delhi e che dovevo assolutamente leggerlo. E le sono grata, perché la scrittura di Kiran è bellissima, e completamente diversa da quella di Anita. È una scrittura molto poetica ma anche più veloce, più nervosa, che rivela la sua giovane età, una scrittura dinamica usata per descrivere un mondo di personaggi quasi immobili e da qui deriva uno stridore che ci accompagna per tutto il romanzo, che è poi lo stridore di chi vive tra est e ovest, tra occidente e oriente, come i personaggi principali del romanzo, tutti <em>“indiani estraniati che vivono in India”.</em></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Primo fra tutti il giudice Patel, che ha studiato a Cambridge dove <em>“finì di sentirsi un umano a stento”,</em> dove <em>“si sentiva più estraneo a sé stesso che a chi gli stava intorno”,</em> dove ha vissuto senza mai parlare con nessun inglese, senza neanche mai conoscere la campagna inglese, la bellezza dei college, il fiume. E che nonostante questo è un anglofono che detesta i suoi connazionali. E sua nipote Sai, che ha il suo stesso accento e la stessa educazione, perché è stata allevata in un orfanotrofio di suore inglesi e solo l’inglese sa parlare, e che torna a vivere col nonno sconosciuto nella fatiscente casa di famiglia nel villaggio di Kalimpong, ai piedi dell’Himalaya indiano, <em>“che più che una casa sembra una sensibilità”.</em> E il suo insegnante di matematica, Gyan, allevato come un intellettuale anche se vive in una misera baracca, diviso tra l’adesione alla rivolta separatista dell’etnia nepalese dei Gurka a cui appartiene, che chiedono l’indipendenza del Gorkaland, e l’amore per Sai. E infine Biju, il figlio del cuoco, emigrato clandestinamente a New York di cui conosce solo le cucine dei ristoranti e i retrobottega – dormitori, che <em>“no parlo inglese”</em> dice a chi gli rivolge la parola, che sente la sua vita sempre più falsa, <em>“che ci faceva lì, lui?”.</em> E decide di tornare a casa. E ci arriva, atterrando all’aeroporto di Calcutta, <em>“calda, mammifera, nella tiepida notte avvolgente come un sari”,</em> dove <em>“nessuno gli badava, e se qualcuno parlava le parole erano pacifiche, serene.”</em> Biju è l’unico personaggio che prova a forzare il proprio destino, a tornare a casa e nonostante proprio lì verrà derubato di tutti i suoi risparmi, proprio lì <em>“per la prima volta dopo chissà quanto la vista gli si snebbiò e si accorse di vederci chiaro”.</em></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">E cominciamo a vederci un po’ più chiaro anche noi, perché le nebbie, quelle <em>creature acquatiche</em> che ci avevano accompagnato fin dalle prime parole del romanzo, alla fine si dipanano, rivelandoci come la globalizzazione o meglio l’occidentalizzazione sia una trappola ancora più grande della miseria che si propone di combattere, ma anche quanto siamo ancora lontani da un modello alternativo.</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Credo che l’India sia il paese che ci aiuta di più a capire i gravi problemi dovuti alla occidentalizzazione del mondo. Prima di tutto perché è uno dei primi paesi occidentalizzati grazie al colonialismo inglese e quindi è un grande laboratorio per studiare gli effetti dell&#8217;occidentalizzazione, e poi perché essendo un paese multietnico e multireligioso non se ne può parlare con i soliti pregiudizi con cui spesso si parla dei paesi islamici.</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">A questo proposito vi consiglio di leggere il saggio di Federico Rampini <em>&#8220;La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo&#8221;,</em> Mondadori 2007, dove viene descritta in modo molto chiaro la nuova grande potenza economica che l’India è diventata negli ultimi anni, grazie alla diffusa conoscenza della lingua inglese e a un buon tasso di istruzione tecnico-scientifica dovuta proprio al suo stato di ex-colonia britannica e alla delocalizzazione di alcuni servizi fondamentali che recentemente molte aziende americane e inglesi hanno deciso di attuare.</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Kiran Desai, <em>Eredi della sconfitta,</em> Adelphi 2007, pp. 391 (<em>The Inheritance of Loss,</em> Hamish Hamilton: Londra 2006).</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana">Kiran Desai, nata in India, ha vissuto in Inghilterra dove ha studiato a Cambridge e ora vive negli Stati Uniti.</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Verdana"></span></p>
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