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	<description>recensioni di romanzi di scrittori non occidentali</description>
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		<title>Il mio matrimonio combinato</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 18:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Elisabeth Eslami]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio combinato]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mio matrimonio combinato è la storia di una ragazza (della provincia americana) alla ricerca disperata del senso della vita. Jasmine è una ragazza come tante sue coetanee con un numero quasi infinito di possibilità. Una volta finito il college va a studiare biologia all’università di Chicago, ma nonostante superi brillantemente tutti gli esami non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Il mio matrimonio combinato</em> è la storia di una ragazza (della provincia americana) alla ricerca disperata del senso della vita. <em>Jasmine</em> è una ragazza come tante sue coetanee con un numero quasi infinito di possibilità. Una volta finito il college va a studiare biologia all’università di Chicago, ma nonostante superi brillantemente tutti gli esami non si laurea. Non sa neanche lei il perché, ma probabilmente non si sente a suo agio nel mondo che si sta costruendo e che tra poco diventerà il suo mondo di adulta.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><span id="more-146"></span><br />
</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Il romanzo comincia da qui, col suo ritorno a casa dei genitori dopo il fallimento universitario. Jasmine ha qualcosa però che la differenzia di molto dalle sue coetanee americane: un padre iraniano. E così la sua ricerca disperata del senso della vita sarà continuamente intrecciata al tentativo piuttosto vano di conoscere suo padre, di capire il mondo da dove viene e come è stata la sua vita in un paese così diverso da quello in cui è nato e di cui non parla mai. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Mio padre canta sotto la doccia. Canzoni iraniane che echeggiano per tutta la casa. Pensa che nessuno possa sentirlo, che la sua voce sia confinata ai limiti della doccia. Sono canzoni così gioiose, così frastornanti. Sono evocative, antiche, come se stesse cantando piccole storie della sua storia. Reami persiani, guerre, grandi amori. E’ così giubilante, come se fosse fiero di essere parte di quella civiltà millenaria, e le canzoni sono pesanti ma al contempo leggere, troppo mutevoli per essere contenute da una conchiglia di mare o dal corno di un ariete. Mio padre canta come se fosse il discendente di un antico lignaggio, nella sua voce risuonano le note e le melodie di suo padre e di suo nonno. Un coro di uomini dallo stesso nome.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Sembrano gli unici momenti in cui suo padre è in collegamento con la sua terra  e con la sua famiglia di origine con cui invece parla di rado, poche frasi convenzionali al telefono, e che non va mai a trovare. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Questo padre (radiologo affermato) mi ha ricordato il padre di una amica (scienziato affermato) che ho frequentato i primi anni dell’università. Sua madre era inglese e suo padre indiano. La madre abitava in Belgio e il padre negli Stati Uniti e si riunivano per le feste. Una volta passai le vacanze di Natale da loro a Brusselles. Ricordo ancora quanto mi avesse impressionato la totale separazione tra loro e la famiglia di origine del padre, l’idea che la mia amica non potesse parlare con i nonni paterni che non conoscevano l’inglese, e soprattutto come il padre sembrasse aver cancellato completamente la sua indianità, ad eccezione del cibo indiano che adorava. Per me che ero cresciuta fisicamente lontano dalla famiglia di origine dei miei genitori ma sentimentalmente così vicina, era una cosa incredibile e tristissima. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Colpisce nel romanzo la totale assenza dell’America. Praticamente un paese che non esiste. Se non fosse per la biblioteca della piccola cittadina di provincia e dello zoo dove Jasmine andrà a lavorare, si avrebbe difficoltà a pensare che la storia si svolga negli Stati Uniti. Come se Jasmine intuisse di viveve in un paese arido, dove non si può non sentirsi soli. Non a caso suo fratello, nonostante la laurea in medicina come il padre, gira il mondo scalando montagne e navigando torrenti. E alla fine l’unica felicità per Jasmine sarà quella di lavorare a contatto con gli animali dello zoo. Il resto della storia lo lascio a voi&#8230;</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Elisabeth Eslami, <em>Il mio matrimonio combinato</em>, Newton Compton editori, 2010, pp. 329 (<em>Bone Worship</em>), traduzione dall’inglese di Madeira Giacci.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Elisabeth Eslami, di padre iraniano e madre americana è nata in South Carolina nel 1978. <em>Il mio matrimonio combinato</em> è il suo primo romanzo.</span></p>
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		<title>La lettrice di Shelley</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 13:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alona Kimhi]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Loewenthal]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Carandina]]></category>
		<category><![CDATA[Guanda]]></category>
		<category><![CDATA[Rabin]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;A una decina di metri da noi, dall&#8217;altro lato della strada, apparvero Ghidi Bochacho e il cane. Se l&#8217;avevo visto io, anche lui mi aveva identificato. E mentre avanzavamo l&#8217;uno verso l&#8217;altra ai due lati della strada, riducendo la distanza finché fu sufficiente per stabilire un contatto visivo, cominciai a organizzarmi psicologicamente per l&#8217;imminente attacco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;A una decina di metri da noi, dall&#8217;altro lato della strada, apparvero Ghidi Bochacho e il cane. Se l&#8217;avevo visto io, anche lui mi aveva identificato. E mentre avanzavamo l&#8217;uno verso l&#8217;altra ai due lati della strada, riducendo la distanza finché fu sufficiente per stabilire un contatto visivo, cominciai a organizzarmi psicologicamente per l&#8217;imminente attacco del cane. Il tempo che rimaneva all&#8217;esplosione riempiva l&#8217;aria di una luce bianca distillata. La trasparenza della luce svelava tutto quello che era nascosto, tutto quello che generalmente viene cancellato dalla mia visione selettiva. Il cane si mise ad abbaiare più forte. In pochi secondi salì in un crescendo costante  fino al culmine, un singulto che avrebbe intensificato fino a stancare la gola. Rallentai progressivamente, fino a trovarmi proprio di fronte al cane. Uno contro l&#8217;altro ai due lati della strada. L&#8217;aggressore davanti alla vittima. Mi fermai, rivolta verso il cane. Un passo, poi un altro. Gli ultimi preparativi. Misurai la distanza rimanente. Segnai la mia strada con lo sguardo, guidando me stessa. Chiusi gli occhi. Ancora un passo. Come in una bolla di vetro, lontane e ignote al tempo presente, sentii le voci della mamma e di Nehama. Combattei con loro, con la sicurezza calorosa che apparteneva loro come una promessa, le spinsi fuori dalla mia coscienza. Solo il suo abbaiare. Nient&#8217;altro contava. Io e lui. Continuai a camminare. Sentii il soffio caldo della sua vicinanza. Il calore della presenza ostile si diffondeva in tutto i mio corpo. Nel petto, nel bacino. Qualcosa si contrasse tra le mie gambe, come un piccolo animale. Una lumaca rigida e terrorizzata. Un passo. Un altro passo. L&#8217;ultimo. Aprii gli occhi. Ero accucciata davanti al cane come un beduino. Faceva ancora sentire i suoi poetici singulti, fissandomi con lo sguardo nero e splendente di curiosità. Mi sembrava di piangere. Le lacrime colavano in bocca e sul collo, mescolandosi al sudore. eravamo così vicini che potevo annusarlo. Un acre odore canino. Guardai il volto ampio e quadrato del cane. Era nero, e solo sul collo cominciava a comparire una macchia color miele che si prolungava fino al ventre. Drizzò un orecchio, inclinando la testa verso la spalla sinistra. Un cucciolo stupido e cresciuto. Respirava affannosamente. Stavo di fronte a lui. Non contava più nulla. Chiusi di nuovo gli occhi. Il mio respiro tranquillo si incontrò con i suo, caldo e disgustoso. Un respiro pieno di carne. La sensazione di disgusto era quasi piacevole. Rilassante. Sensoriale. Qualcosa di umido e ruvido mi colpì sul viso. Scivolò su di esso, bagnandolo con una sostanza appiccicosa e umidiccia. Aprii gli occhi. La lingua rosea-violacea scivolava avanti e indietro sulle mie guance, sui miei occhi.&#8221;</em></p>
<p><em><span id="more-102"></span><span style="font-style: normal;">Questo è il ritmo del racconto, incalzante e crudo, di </span>Susanna Rabin<span style="font-style: normal;">. E&#8217; proprio lei che racconta, o meglio parla. </span><span style="font-style: normal;">Susanna Rabin</span><span style="font-style: normal;">, la protagonista di questa storia  dura e dolce, come solo la vita autentica può essere. Susanna Rabin, che non è parente di, e che non ha paura di parlare senza omettere o camuffare le parti sgradevoli della storia. La sua. Vi piacerà Susanna, nonostante le sue fobie e la sua vita in disparte. Vi piacerà seguire la sua dolorosa rinascita. Quasi inaspettata e senza stereotipi. Vi piacerà scoprire i suoi segreti, anche quelli più squallidi. Vi aiuterà a sopportare, anzi a perdonare, i vostri.</span></em></p>
<p><em>&#8220;Mi chiamo Susanna Rabin e non sono parente di. Sto seduta nella mia stanza e non voglio uscire. Non voglio fare nulla. nemmeno dentro la mia stanza. Nemmeno dipingere o scolpire marionette, attività che di solito mi calma. Mi ostino a starmene seduta sulla sedia e a non stendermi, perché quando mi stendo affondo dentro di me, e allora di solito è difficile. Quando mi stendo all&#8217;inizio provo sollievo, poi però sento che non potrò più uscirne. Non potrò più aprire gli occhi. Allora me ne sto seduta.&#8221;</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Mi ha colpito particolarmente il rapporto tra Susanna e sua madre, che racchiude in sé tutti i possibili rapporti tra madre e figlia. Tutto il dolore, la meraviglia, la voglia di scappare, o invece di starsene sempre lì dentro, sentendo </span>&#8220;il cordone ombelicale, che era stato tagliato dalle mani attente dell&#8217;ostetrica chissà quando nel passato, ma che continuava a condurre una sua vita segreta. Una striscia di elastico tessuto organico legava la mia pancia alla sua senza poterla staccare. Avrei potuto rimanere così per sempre, in assorto silenzio, unita a lei con ogni capillare dell&#8217;anima&#8230;&#8221;</em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Niente è ovvio nel rapporto tra Susanna e sua madre. Nel bene e nel male. Ed è forse la forza di questo romanzo. </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Alona Kimhi, </span>La lettrice di Shelley<span style="font-style: normal;">, Guanda 2010, pp. 339 (</span>Susannah ha-bochiah<span style="font-style: normal;">). Traduzione di Elena Loewenthal e Elisa Carandina.</span></em></p>
<p><em>Alona Kimhi<span style="font-style: normal;"> è nata in Ucraina nel 1966 e si è trasferita in Israele con la sua famiglia a sei anni. </span></em></p>
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		<title>Il ristorante dell&#8217;amore ritrovato</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2010/07/06/il-ristorante-dellamore-ritrovato/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 17:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Ito Ogawa]]></category>
		<category><![CDATA[Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Banana Yoshimoto]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Coci]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[Neri Pozza]]></category>

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		<description><![CDATA[“Cucinare era per me come pregare. La cucina stessa era la vera essenza della preghiera. Era la preghiera con cui auguravo amore eterno a mia madre e a Shuiki. Era la preghiera con cui esprimevo somma gratitudine a Hermès e al suo sacrificio. Era infine la preghiera rivolta al dio della cucina, che mi permetteva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">“<em>Cucinare era per me come pregare. La cucina stessa era la vera essenza della preghiera. Era la preghiera con cui auguravo amore eterno a mia madre e a Shuiki. Era la preghiera con cui esprimevo somma gratitudine a Hermès</em> <em>e al suo sacrificio. Era infine la preghiera rivolta al dio della cucina, che mi permetteva di cucinare sempre con ineguagliabile gioia. Non mi ero mai sentita così felice in vita mia. [...]</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em><span id="more-84"></span><br />
</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Passai di nuovo in rassegna le pietanze allineate in perfetto ordine sulla tavola: il paté, fatto con una parte della carne della testa, con contorno di sottaceti di verdure locali; l’insalata di orecchie e cotenna condita alla francese, con olio di oliva e aceto di vino, preparata facendo bollire insieme le orecchie con tutta la pelle, ortaggi vari e aceto di riso, e tagliando poi il tutto in pezzetti sottili; uno stufato alla cinese, cucinato facendo lessare una metà della lingua insaporita con un intingolo a base di salsa di soia contenente le ‘cinque spezie’e altri aromi; l’altra metà della lingua, saltata in padella insieme al cavolo e condita con sale e pepe; le salsicce di sangue, con dentro il cuore; il fegato e le cartilagini affumicati con trucioli di ciliegio; lo stomaco, arrostito al momento sul carbone e servito con limone di produzione nazionale coltivato al naturale; il ‘kyey o’ del myanmar, preparato con spaghetti di riso immersi in un brodo di pollo ruspante di Akita in stile cinese contenente l’utero di Hermès e altre frattaglie; polpette di seppia e komatsuna, e con aggiunta finale di tuorlo d’uovo crudo; l’ashi tebichi di Okinawa, ovvero una zuppa fatta con gli zampini stufati a fuoco molto lento e resi morbidi e gelatinosi; il pot au feu francese, cucinato facendo lessare per alcune ore la parte inferiore della carne di spalla insieme a diversi tuberi e ortaggiinteri; il maiale in agrodolce all’italiana, preparato tagliando a cubetti la parte superiore della spalla e, dopo averla adeguatamente salata e pepata, nonché infarinata con katakuriko, frigendola in olio di oliva e infine sobbollendola nell’aceta balsamico; la zuppa a base di miso con la carne di coppa, preventivamente salata e bollita poi insieme al crescione d’acqua; le fette di arrosto aromatizzate all’aglio, zenzero e salsa di soia, e il ramen contenente il medesimo arrosto e porri in abbondanza tagliati sottili; la restante carne di coppa rosolata in padella insieme al kimchi, che avevo preparato durante l’inverno e congelato senza additivi di sorta; gli involtini primavera crudi alla vietna mita, fatti avvolgendo nella sfoglia di riso polpa di granchio, germogli di soia, erba cipollina e il lombo, tagliato a listelli sottili e appena scottato, che era avanzato dalla preparazione del prosciutto crudo &#8211; la salsa in cui intingerli, il nuoc mam, me l’ero fatta arrivare apposta dal Vietnam; i tramezzini al prosciutto cotto e l’insalata di patate alla giapponese con cubetti di prosciutto; l’arrosto condito con yuzu e pepe, cucinato con tutto l’osso utilizzando la parte di coscia che avevo congelato; il mapo doufu del Sichuan, piccantissimo, preparato con gli avanzi della coscia tritati e con aggiunta abbondante di pepe del Sichuan; i dolma turchi di peperoni verdi, ripieni di riso insaporito col sugo dell’arrosto e della carne macinata avanzata; i pirozhki russi, cucinati con gli della carne macinata; il pane al bacon e formaggio, preparato con il lievito naturale lasciato in eredità da Hermès, un pane molto rustico, con una bella crosta uniforme e croccante; le costolette all&#8217;americana, rosolate con pomodoro e cipolla e brasate poi in un intruglio a base di coca-cola; le costolette con osso alla cinese, passate in una pastella a base di farina e fritte in olio bollente; il preziosissimo filetto, adeguatamente salato e preparato, quindi rosolato con aglio e cipolline, brasato per alcuni minuti con spicchi di mele in una pentola a pressione e infine dopo aver aggiustato il sapore con del vino bianco, servito con sour cream; la torta nuziale, fatta completamente in casa: per decorarla avevo utilizzato denti di leone, violette e rose in gran quantità in modo che, volendo, si potesse mangiare tutto senza lasciare alcunché. Il tè ai fiori di robinia: pensando che i loro petali sulla superficie del tè nero avrebbero garantito un profumo semplice e innocente, assolutamente adatto alle nozze di mia madre con Shuichi.&#8221;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><em><br />
</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Quello che avete letto è la descrizione del pranzo di nozze che la protagonista del romanzo, <em>Ringo</em>, ha preparato per il matrimonio di sua madre col suo primo amore che aveva ritrovato e che sposerà poco prima di morire. Il menu è tutto (o quasi) a base dell&#8217;amata scrofa, <em>Hermès</em>, che la madre ha allevato come un animale domestico e che chiede di uccidere proprio per non lasciarla dopo la sua morte. Credo che solo in un romanzo giapponese si possa trovare una cosa del genere!</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><em><br />
</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Il romanzo è molto diverso da come viene descritto sul risvolto di copertina. La magia della cucina di Ringo è infatti soltanto lo sfondo della storia: che è racconto della rinascita di Ringo, che torna al paese di origine, a casa di sua madre da cui era scappata a quindici anni per andare in città a vivere con la nonna materna dalla quale ha imparato i segreti della cucina.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><em><br />
</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Mi ha colpito l&#8217;atmosfera depressa che pervade la maggior parte del romanzo. Una depressione e una tristezza che non ha niente a che vedere con il senso del tragico tipico dei narratori giapponesi della prima metà del Novecento, ma che invece ho trovato nei romanzi di Banana Yoshimoto, e che forse è una tristezza e una depressione presente nei giovani giapponesi.  E in effetti il Giappone non se la passa troppo bene, è finito il boom economico degli anni &#8216;80,  la sua democrazia vacilla a causa della continua corruzione della sua classe politica, e ha perso completamente il suo antico prestigio. E proprio questo, questo sentimento di perdita imminente dava quel senso di tragedia ai romanzi giapponesi del secolo scorso.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">Ma dopo tutta questa tristezza mi ha colpito la leggerezza e la dolcezza che prende corpo nel finale, quando tutto sembra finito dolorosamente. Come Banana Yoshimoto, anche Ito Ogawa riesce a parlare di cose terribili con leggerezza, al punto che a una prima lettura può sembrare superficiale. E invece no. E&#8217; una leggerezza profonda, tipica dei bambini, che aiuta a vivere. E mi piace.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><em><br />
</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Ci sono cose che non possono assolutamente tornare. Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti. E ci sono poi moltissime cose, dormienti da qualche parte in questo mondo, che basta cercarle pazientemente per trovarle.&#8221;</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;"><em><br />
</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ito Ogawa, <em>Il ristorante dell’amore ritrovato</em>, Neri Pozza 2010, pp. 191 (<em>Shokudo Katatsumuri</em>, 2008). Traduzione dal giapponese di Gianluca Coci.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Ito Ogawa</em>, nata nel 1973, è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Questo è il suo primo romanzo.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 14.0px Arial; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
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		<title>Tutto il giorno è sera</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 21:48:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Malaysia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;C&#8217;è una terra che si protende dal collo sottile dell&#8217;istmo di Kra delicata come la testolina di un uccello, e forma la metà di un paese chiamato Malaysia. E&#8217; una terra senza primavera senza estate senza autunno senza inverno. Può capitare una giornata impercettibilmente più umida o più secca, ma sono perlopiù calde, umide, luminose, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;C&#8217;è una terra che si protende dal collo sottile dell&#8217;istmo di Kra delicata come la testolina di un uccello, e forma la metà di un paese chiamato Malaysia. E&#8217; una terra senza primavera senza estate senza autunno senza inverno. Può capitare una giornata impercettibilmente più umida o più secca, ma sono perlopiù calde, umide, luminose, brulicanti di pigra vita tropicale, che porta a interminabili pause tè e folli corse attraverso la città premendo il clacson per arrivare a casa prima dell&#8217;acquazzone pomeridiano. Sono queste le piogge più consuete, sferzanti cordoni d&#8217;argento che allagano i campi da gioco e costringono gli impiegati degli uffici a raggiungere a guado le fermate degli autobus con le scarpe ridotte a secchi. Furiosi e melodrammatici, i rovesci pomeridiani provocano ingorghi spaventosi, per il fumo nero dei camion e lo stridore dei freni degli scuolabus,  e allo stesso tempo bellissimi: con le sinuose strisce di giallo acqueo disegnate ininterrottamente dai fari, con i riflessi dei lampioni azzurrini nell&#8217;improvvisa fioritura di pozzanghere, con la fluorescente malinconia dei chioschi deserti lungo le strade. Sembra che ogni giorno inizi con una fiammata e finisca con questi diluvi, così che il passato, il presente e il futuro scorrano insieme in un perenne fiume indistinto.&#8221;</em></p>
<p><em><span id="more-75"></span></em></p>
<p><em>Tutto il giorno è sera: n</em>on ci poteva essere titolo migliore per questo romanzo con poca luce tutto chiuso com&#8217;è, per trecento novantadue pagine su trecento novantanove, tra le pareti della <em>Grande Casa di Kingfisher Lane</em>. E&#8217; qui che si svolge la storia, che si dipana il groviglio dei rapporti tra i sette componenti della famiglia <em>Rajasekharan</em>, ricca famiglia di origine indiana, con tanti scheletri negli armadi (come si addice alle grandi famiglie che abitano le Grandi Case) con fantasmi annessi. <em>Appa</em> e <em>Amma</em> i genitori e i tre figli <em>Uma</em> <em>Suresh</em> e <em>Aasha</em>, la nonna paterna <em>Paati</em> e lo zio paterno <em>Z</em><em>io-Sala-da-ballo</em>.</p>
<p>E la scrittura, bellissima, gira intorno a se stessa rivelando indizi, e sentiamo l&#8217;oppressione di non poter immaginare nulla perché tutto è già successo, e giriamo anche noi, la testa vuota per il caldo umido, le gambe che si trascinano lente, verso la resa dei conti, lo svelamento definitivo, tra presente passato e futuro.</p>
<p>E non c&#8217;è<em> un</em> personaggio principale, ma sono tutti protagonisti indispensabili, uno peggio e al tempo stesso meglio dell&#8217;altro.</p>
<p>Molto utili i racconti sui rapporti tra le tre diverse etnie: malese cinese e indiana.</p>
<p>Assolutamente da leggere.</p>
<p>Preeta Samarasan, <em>Tutto il giorno è sera</em>, Einaudi 2010, pp. 399, (<em>Evening is the Whole Day</em>, 2008). Traduzione di Anna Nadotti e Federica Oddera.</p>
<p><em>Preeta Samarasan</em> è nata e cresciuta in Malesia. Ha studiato negli Stati Uniti dove ha preso un dottorato in Musicologia. Vive in Francia. <em>Tutto il giorno è sera</em> è il suo primo romanzo.</p>
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		<title>9° Festival Internazionale di Roma Basilica di Massenzio al Foro Romano 20 maggio &#8211; 22 giugno 2010</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2010/05/26/9%c2%b0-festival-internazionale-di-roma-basilica-di-massenzio-al-foro-romano-20-maggio-22-giugno-2010/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 17:33:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amartya Sen]]></category>
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		<description><![CDATA[Da non perdere:
27 MAGGIO ORE 21.00 DENARO. Giro di vite: idee che muovono il mondo Tahmima Anam &#8211; Amartya Sen
Tahmima Anam, (I giorni dell’amore e della guerra, Garzanti, 2008): nata a Dacca nel 1975, è cresciuta a Parigi, a New York e a Bangkok, perché il padre lavorava per l’Unicef. Dal 2005 vive a Londra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="padding: 0px; margin: 0px;">Da non perdere:</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 11.0px 'Trebuchet MS';"><strong>27 MAGGIO ORE 21.00 </strong><em>DENARO. Giro di vite: idee che muovono il mondo </em>Tahmima Anam &#8211; Amartya Sen</p>
<p><strong>Tahmima Anam</strong>, (<em>I giorni dell’amore e della guerra</em>, Garzanti, 2008): nata a Dacca nel 1975, è cresciuta a Parigi, a New York e a Bangkok, perché il padre lavorava per l’Unicef. Dal 2005 vive a Londra ma, come dice lei stessa, la sua ‘casa’ è sempre nel Bangladesh. Il suo romanzo è centrato sulla lotta per l&#8217;indipendenza del Bangladesh, vista dal punto di vista di una donna e dei suoi due figli. Bello.</p>
<p><strong>Amartya Sen</strong> nato nel 1933 a Santiniketan (in Bengala), Premio Nobel per l’economia nel 1998. Studia altri fattori, non strettamente legati al denaro, nel misurare il benessere di un Paese.</p>
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		<title>Discussione a partire dall&#8217;intervista a Paritosh Uttam</title>
		<link>http://www.globalstories.it/2010/04/28/discussione-a-partire-dallintervista-a-paritosh-uttam/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 13:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<category><![CDATA[convivenze]]></category>
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		<description><![CDATA[Grazie a Silvia Merialdo di Indian Words che ha intervistato Paritosh Uttam dopo l&#8217;uscita del suo primo romanzo Dreams in Prussian Blue, nei commenti all&#8217;intervista si sta svolgendo un&#8217;interessante discussione che a partire dai matrimoni combinati in India sta toccando vari punti interessanti&#8230; Non perdetevela e intervenite!
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a Silvia Merialdo di <a href="http://indian-words.blogspot.com/" target="_blank">Indian Words</a> che ha intervistato <a href="http://www.paritoshuttam.com/" target="_blank">Paritosh Uttam</a> dopo l&#8217;uscita del suo primo romanzo <em>Dreams in Prussian Blue, </em>nei commenti all&#8217;intervista si sta svolgendo un&#8217;interessante discussione che a partire dai matrimoni combinati in India sta toccando vari punti interessanti&#8230; Non perdetevela e intervenite!</p>
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		<title>Una tromba nello uadi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 10:05:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Scesi verso la parte bassa della città come se un vento rabbioso mi spingesse da dietro. Con attenzione percorsi il vicolo scosceso e scivoloso che conduceva al frastuono e al traffico di via dell’Indipendenza. Dietro di me c’era lo uadi, che era per lo più arabo, e davanti a me la strada, che era per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Scesi verso la parte bassa della città come se un vento rabbioso mi spingesse da dietro. Con attenzione percorsi il vicolo scosceso e scivoloso che conduceva al frastuono e al traffico di via dell’Indipendenza. Dietro di me c’era lo uadi, che era per lo più arabo, e davanti a me la strada, che era per lo più ebraica.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Mi è sembrato naturale seguire <em>Huda</em> per le vie di Haifa, in quell’incerto confine fisico e psicologico in cui vivono lei e la sua famiglia. Una famiglia arabo-cristiana originaria dell’Egitto. Con una maggioranza di donne: <em>Huda</em>, sua sorella <em>Mary</em>, la loro madre affettuosa e vigile, e la sempre presente vicina araba <em>Jamilla,</em> islamica osservante. Unico uomo il nonno <em>Elias</em>, nonno-padre, suocero-marito, irresistibile coi suoi occhi verdi e il sorriso ironico.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><span id="more-64"></span><br />
</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E’ il 1982 e Israele è un paese minato dalle divisioni, divisioni tra arabi giovani e arabi vecchi, tra arabi che vivono in città e arabi che vivono nei villaggi, tra ebrei che stanno lì da generazioni e ebrei che sono appena arrivati dall’Europa, tra ebrei ricchi e ebrei poveri. E su tutti l’incubo della guerra, una guerra che solo pochi sembrano volere ma che tutti subiscono. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Ed è proprio in mezzo a queste divisioni e a questa guerra che Huda e Mary sono cresciute, nascondendo in pubblico la loro identità, diventando di giorno in giorno più israeliane delle ebree. E Mary, che Huda definisce<em> il prodotto più israeliano della famiglia</em>, è costretta a fare una scelta di vita tradizionale che alla fine non sembra neanche dispiacerle. Anche perché <em>“la libertà è un pesante fardello di cui non tutte le persone sanno caricarsi, e soprattutto non le donne, e in particolare non le donne arabe”, </em>pensa Huda. E infatti se da un lato il mondo più arcaico, basato sull’onore e sulla famiglia, a cui Mary si è arresa, sembra un mondo soffocante e infelice, dall’altro il nuovo mondo dove Mary e Huda si trovano a vivere, dove l’amore è una specie di nuova religione, non è per nulla facile. Perché <em>“in questa religione non ci sono sacerdoti né profeti, non c’è rivelazione divina, né ci sono libri sacri. Una persona deve scoprire da sola il suo Dio, capire i segnali, e trovare la strada senza chiare regole. Ci avventuriamo tutti a cercare questo amore, e quasi tutti ci perdiamo nella desolazione.” </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Condivido completamente il pensiero di Huda, avendo provato quanto sia difficile la strada della libertà, e quanto ci si possa sentire smarrite, ma avendo anche provato la felicità di una conferma, di esserci riuscita qualche volta a prendere la decisione giusta. Per non parlare dell’amore.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Proprio nel momento in cui è più stanca di queste contraddizioni, proprio quando sta per arrendersi all’idea che <em>“in una terra squarciata dagli odi e in una situazione di guerra continua, non è possibile coltivare un’oasi d’amore, non sul confine tra due popoli che hanno deciso di strangolarsi”</em>, Huda si innamora, e non di un uomo qualsiasi ma di <em>Alex</em> uno strano vicino che sembra un nano e che suona la tromba dalla terrazza sulle loro teste, unico ebreo nello uadi. Alex non era venuto in Israele perché era un sionista, aveva organizzato tutto sua madre: <em>”che ebreo sono io? Non conosco neppure le feste. Mi confondo anche tra Purim e Kippurim. Quando i miei genitori parlavano yiddish in Russia non capivo niente. E poi io non volevo venire in Israele, non volevo proprio.” </em>Ma è ebreo Alex e come tale dovrà partecipare alla guerra, e gli sembrerà naturale.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Una tromba nello uadi</em> è una lente di ingrandimento su un paese che sempre più mi sembra un laboratorio sperimentale dell’Occidente e del mondo globalizzato. E, come quando si osservano dei fenomeni in laboratorio, anche in questo caso possiamo scoprire fenomeni nuovi, magari contraddittori. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Sami Michael, <em>Una tromba nello uadi, </em>La Giuntina 2008, pp. 270, (<em>Hatzotzrah bavadi</em>, 1987). Traduzione dall’ebraico di Shulim Vogelmann. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Sami Michael</em> è nato a Bagdad nel 1926. Nel 1948 si rifugia in Iran e da qui un anno dopo, per sfuggire all’estradizione, va in Israele. Per venticinque anni ha lavorato per il Ministero dell’Agricoltura occupandosi delle risorse idriche al confine con la Siria. Ha studiato letteratura araba e psicologia all’Università di Haifa. </span></p>
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		<title>Le ceneri di bombay</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 15:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Era la sua città, quella che guardava dal finestrino di un treno in corsa: la città che amava tanto, che aveva creduto potesse rimanere immutata ed eterna, quella dove avrebbe potuto continuare a condurre la vita facile e placida a cui era così abituato. La città che l’aveva sostenuto e aveva nutrito i suoi sogni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>“Era la sua città, quella che guardava dal finestrino di un treno in corsa: la città che amava tanto, che aveva creduto potesse rimanere immutata ed eterna, quella dove avrebbe potuto continuare a condurre la vita facile e placida a cui era così abituato. La città che l’aveva sostenuto e aveva nutrito i suoi sogni, la città per cui aveva rifiutato il mondo intero. Quella città gli era morta sotto gli occhi, quel giorno. “</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em><br />
</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span id="more-56"></span><br />
<span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">La città è <em>Bombay</em>, e chi parla è <em>Jingo</em>, figlio di una famiglia <em>parsi</em> che si aspetta da lui una brillante carriera di commercialista, preceduta dalla laurea in una prestigiosa università americana. Ma niente di tutto questo riesce a attrarre Jingo. Che invece vorrebbe fare il romanziere e raccontare la sua città e la sua gente. Di cosa avrebbe potuto parlare se si fosse adattato <em>“alle città occidentali, asettiche e ordinate”</em>? Per questo lavora come freelance per un’agenzia di sondaggi, che gli permette <em>“di esplorare gli anfratti e i vicoli della città, di sentire la carezza furtiva delle sue strade senza volto mentre suona alla polta degli sconosciuti; immergersi nel loro calore, imbeversi della loro gioia e dei loro dolori anonimi, far finta di non aver sentito i loro rutti grossolani, di non aver notato imbarazzi, reticenze e bugie &#8211; un’intimità del tutto speciale &#8211; e al tempo stesso raccogliere scene e immagini che avrebbe inserito nel romanzo che un giorno avrebbe scritto.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E sono proprio loro due, Bombay e Jingo i protagonisti di questo viaggio, un viaggio crudele da cui entrambi, la città e l’uomo, ne usciranno se non proprio cambiati, cresciuti. C’è un momento di questo viaggio, dove tutto appare perduto: per Jingo, l’amore della sua ragazza, l’affetto dei genitori, la possibilità di scrivere il suo romanzo, e per la città, la propria identità. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Di fronte alla disperazione che Jingo incontra nella città, disperazione che è qualcosa di diverso dalla povertà, di molto peggio, anche la sua fantasia di diventare scrittore crolla. <em>“Era possibile descrivere la povertà immaginandosela, anche se non se n’era mai fatta l’esperienza diretta. Ma immaginarsi un mondo del tutto senza speranza era terrificante.  [...] Chi può scavare nella mente di una persona che ha perso ogni speranza? Nella mente di quel demone oscuro e nefasto che non trova dentro di sé la gratitudine per le briciole avanzate dal piatto? Per questo ci fanno paura i poveri, pensò Jingo: perché stanno da qualche parte dentro di noi, a fare le boccacce al nostro compiaciuto ottimismo.”</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">E la città è percorsa da nuove violenze che le cambieranno definitivamente, oltre al nome ufficiale, anche il carattere, in una mescolanza di vecchie beghe etniche e nuovi modi di far soldi. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">In qualche modo Jingo rappresenta quelli di noi che vorrebbero cambiare qualcosa ma non sanno come, che non sopportano quello che vedono ma che, se da una parte non possono far finta di niente, dall’altra non riescono a trovare nuove soluzioni, e l’unica cosa che gli rimane è quel minimo di coerenza che perseguono giorno dopo giorno.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Un personaggio intrinsecamente attuale come è attuale lo spirito della città di cui ci racconta.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Cyrus Mistry, <em><a href="http://www.metropolidasia.it/libro-dettaglio.php?id_lib=9&amp;lang=it" target="_blank">Le ceneri di Bombay</a></em>, <a href="http://www.metropolidasia.it" target="_blank">Metropoli d’Asia</a> 2009, pp. 414 (<em>The Radiance of Ashes</em>, 2005), traduzione di Giovanni Garbellini, glossario a cura di Sara Bianchi.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Helvetica;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Cyrus Mistry</em> ha iniziato la sua carriera letteraria come drammaturgo (per cui a ricevuto numerosi premi), sceneggiatore, giornalista freelance, autore di racconti. Questo è il suo primo romanzo.</span></p>
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		<title>Hotel Calcutta</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 08:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel (oppure in brevissimi viaggi-missioni, quasi sempre notturni) nelle sue pieghe più buie. E&#8217; imperdibile anche e soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>&#8220;Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel (oppure in brevissimi viaggi-missioni, quasi sempre notturni) nelle sue pieghe più buie. E&#8217; imperdibile anche e soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori dalle pagine, per poi rituffarcisi dentro con le loro occupazioni, paranoie e storie commoventi da seguire.“</em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;">
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Così scrive <em>Silvia Merialdo</em> nel suo interessante blog <em><a href="http://indian-words.blogspot.com" target="_blank">Indian Words</a>.</em> Proprio su <em>Indian Words</em> potete trovare il link per vedere il film (con sottotitoli in inglese) tratto dal libro nel 1968. Ve lo consiglio.</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span id="more-48"></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">L&#8217;ho finito ieri sera il romanzo e stasera mi dispiacerà andare a letto senza gli ospiti dell&#8217;hotel Calcutta, e soprattutto senza Shankar e Bose-da. Come scrive <em>Silvia</em> infatti <em>“le storie più affascinati sono quelle di chi nell&#8217;albergo ci lavora o, meglio, ci vive: il direttore Marco Polo, un orfano dal passato particolare, Rosie, la segretaria dalla pelle scura scappata e poi tornata, Natahari, il bramino che è finito a occuparsi delle federe dei cuscini e di come abbinarle al colore delle tende, Gomez, il musicista con la passione per Händel e Beethoven, e il sempre presente Bose-da, receptionist e mentore del nostro narratore.” </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Da una parte l’<em>Hotel Calcutta </em>è un grande palcoscenico di storie incredibili e struggenti, che abbiamo potuto vedere attraverso gli occhi di <em>Shankar</em> affacciati al bancone della reception accanto a lui, o di notte seduti sulla terrazza a ascoltare le note struggenti del violino di Gomez. Dall’altra l’<em>Hotel Calcutta </em>è un luogo magico e potente dove avviene l’iniziazione del giovane <em>Shankar</em>, che alla fine potrà andarsene nel mondo e affrontare la sua vita<em>: “le innumerevoli stelle del cielo mi diedero speranza, mi diedero forza. Generoso e infinito, il tempo mi si parava davanti. Mi volsi per l’ultima volta a guardare la mia cara locanda: le instancabili luci dello Shahjahan continuavano a brillare. E io ripresi a camminare”. </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em> </em></span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Se volete saperne di più andate a leggere il post di Silvia Merialdo…</span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;">Sankar, <em><a href="http://www.neripozza.it/collane_dett.php?id_coll=2&amp;id_lib=525" target="_blank">Hotel Calcutta</a></em>, Neri Pozza 2009, pp. 443. (Chowringhee, 1962, scritto in bengali). Traduzione dall’inglese di Norman Gobetti. </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana; min-height: 15.0px;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Verdana;"><span style="letter-spacing: 0.0px;"><em>Sankar (Mani Shankar Mukherji)</em> è uno dei più grandi scrittori di lingua bengali. </span></p>
<div><span style="font-family: Verdana, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: small;"><span style="line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
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		<title>Per ascoltare la mia intervista su Fahrenheit</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 17:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Ci sarà ancora il mare]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>basta cliccare qui:intervista <a title="Intervista su Fahrenheit" href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_libro.cfm?Q_EV_ID=308117" target="_blank">&#8220;Ci sarà ancora il mare?&#8221;</a> .</p>
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