“Guardo ancora la foto di mio nonno. Il bianco della sua pelle mi ha posto questi interrogativi irrisolvibili. Il bianco di quella pelle metteva in crisi la costruzione che mi ero fatta della mia fiera identità africana. Nessuno è puro a questo mondo. Non siamo mai solo neri o solo bianchi. Siamo il frutto di un incontro o di uno scontro. Siamo crocevia, punti di passaggio, ponti. Siamo mobili, e possiamo volare con le ali nascoste nelle pieghe delle nostre anime celesti.”
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February 24th, 2011
Giorni di pioggia a Madras sarebbe la giusta traduzione dall’inglese del titolo di questo romanzo, ma quello che a prima vista può sembrare uno sbaglio, dopo averlo letto sembra proprio il titolo giusto. Sono tanti giorni di pioggia, ma la storia è talmente claustrofobica che sembra un unico lungo giorno. E tu lettore, insieme a Layla, l’io narrante protagonista del romanzo, ti sentirai spesso come un topo in gabbia, intravedrai la via d’uscita dove dirigerti speranzoso per poi capire che è una porta chiusa o illusoria. Non c’è via d’uscita, se non quella definitiva della fuga.
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January 2nd, 2011
“La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami? Se hai un nome straniero si crea immediatamente una barriera, una frontiera insuperabile fra il ‘noi’ e il ‘voi’. Il nome ti fa sentire subito se sei dentro o fuori, se appartieni al ‘noi’ o al ‘voi’. Un esempio? Se vivi a viale Marconi e ti chiami Mohamed vuol dire automaticamente che non sei un cristiano o un ebreo, ma un musulmano. Giusto? Molto probabilmente non sei nemmeno italiano perché i tuoi genitori non lo sono. E allora? Allora niente. Non conta se sei nato in Italia, hai la cittadinanza italiana, parli perfettamente l’italiano eccetera eccetera. Mio caro Mohamed, agli occhi degli altri non sei (e non sarai mai) un italiano doc, un italiano al cento per cento, un italianissimo. Diciamo che il nome è il primo marchio della nostra diversità. “
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November 30th, 2010
Dedico questo post a Paola Febbraro perché da ragazze ci siamo divertite appassionatamente a fare cut up di qualsiasi testo ci capitasse sotto mano, che fosse un articolo di cronaca o, ancora meglio, un articolo di biologia preso da Le Scienze di mio padre.
Quando ho visto la struttura di Riva non ho saputo resistere: ogni capitolo comincia con una frase per metà in maiuscolo e il mio post si compone di tutte queste frasi. Quello che ne viene fuori è (come al solito con la tecnica del cut up) un altro piccolo romanzo…
Tutto “quadra” come in questo bellissimo romanzo fatto a “quadri”, quadri emotivi, evocativi, spiazzanti.
P.S.: potete leggerlo intero il mio cut up, oppure fare il vostro… buon divertimento!
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October 25th, 2010
“La sera prima di essere accusato di triplice omicidio, l’unica persona che, per qualche istante, Terry Fernandez aveva pensato di ammazzare era se stesso. Ma quell’idea era sparita, come facevano spesso le idee di Terry, all’arrivo del suo sesto whisky allungato.”
Fin qui sembra un classico poliziesco americano e invece siamo a Kuala Lumpur.
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October 3rd, 2010
“Il cristiano dice che il male c’è, ma c’è soprattutto il bene. Dio si mostra nell’ordine, nella ragione, e il più delle volte nella natura. Il credente desidera contribuire alla crescita del bene nell’universo. Le aspirazioni sono una componente fondamentale della sua filosofia. Guarda avanti, pensa al progresso. Ha un desiderio di sviluppo, riforme, e una grande fede nella volontà e nell’impegno umano. Non scende a compromessi col male. Non può considerarlo come parte del bene. Forse il suo Dio non è onnipotente, ma certo è interamente buono.
L’hindu ha un approccio totalmente diverso. Accetta il male insieme col bene. Il male non è una sofferenza o un dolore privato ma il manifestarsi di un più vasto progetto di cui egli è solo una particella insignificante. In ogni grande sistema la parte conta meno del tutto e in un universo ben ordinato le parti devono avere dei limiti. Non è vile rassegnazione. E’ adattamento. Nessuna sublime aspirazione, bensì il soverchiante senso di inanità dell’individuo rispetto all’universo. Il suo atteggiamento può essere così sintetizzato: per quanto io soffra, la mia sofferenza non è nulla agli occhi di Dio.
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September 19th, 2010
Il mio matrimonio combinato è la storia di una ragazza (della provincia americana) alla ricerca disperata del senso della vita. Jasmine è una ragazza come tante sue coetanee con un numero quasi infinito di possibilità. Una volta finito il college va a studiare biologia all’università di Chicago, ma nonostante superi brillantemente tutti gli esami non si laurea. Non sa neanche lei il perché, ma probabilmente non si sente a suo agio nel mondo che si sta costruendo e che tra poco diventerà il suo mondo di adulta.
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August 12th, 2010
“A una decina di metri da noi, dall’altro lato della strada, apparvero Ghidi Bochacho e il cane. Se l’avevo visto io, anche lui mi aveva identificato. E mentre avanzavamo l’uno verso l’altra ai due lati della strada, riducendo la distanza finché fu sufficiente per stabilire un contatto visivo, cominciai a organizzarmi psicologicamente per l’imminente attacco del cane. Il tempo che rimaneva all’esplosione riempiva l’aria di una luce bianca distillata. La trasparenza della luce svelava tutto quello che era nascosto, tutto quello che generalmente viene cancellato dalla mia visione selettiva. Il cane si mise ad abbaiare più forte. In pochi secondi salì in un crescendo costante fino al culmine, un singulto che avrebbe intensificato fino a stancare la gola. Rallentai progressivamente, fino a trovarmi proprio di fronte al cane. Uno contro l’altro ai due lati della strada. L’aggressore davanti alla vittima. Mi fermai, rivolta verso il cane. Un passo, poi un altro. Gli ultimi preparativi. Misurai la distanza rimanente. Segnai la mia strada con lo sguardo, guidando me stessa. Chiusi gli occhi. Ancora un passo. Come in una bolla di vetro, lontane e ignote al tempo presente, sentii le voci della mamma e di Nehama. Combattei con loro, con la sicurezza calorosa che apparteneva loro come una promessa, le spinsi fuori dalla mia coscienza. Solo il suo abbaiare. Nient’altro contava. Io e lui. Continuai a camminare. Sentii il soffio caldo della sua vicinanza. Il calore della presenza ostile si diffondeva in tutto i mio corpo. Nel petto, nel bacino. Qualcosa si contrasse tra le mie gambe, come un piccolo animale. Una lumaca rigida e terrorizzata. Un passo. Un altro passo. L’ultimo. Aprii gli occhi. Ero accucciata davanti al cane come un beduino. Faceva ancora sentire i suoi poetici singulti, fissandomi con lo sguardo nero e splendente di curiosità. Mi sembrava di piangere. Le lacrime colavano in bocca e sul collo, mescolandosi al sudore. eravamo così vicini che potevo annusarlo. Un acre odore canino. Guardai il volto ampio e quadrato del cane. Era nero, e solo sul collo cominciava a comparire una macchia color miele che si prolungava fino al ventre. Drizzò un orecchio, inclinando la testa verso la spalla sinistra. Un cucciolo stupido e cresciuto. Respirava affannosamente. Stavo di fronte a lui. Non contava più nulla. Chiusi di nuovo gli occhi. Il mio respiro tranquillo si incontrò con i suo, caldo e disgustoso. Un respiro pieno di carne. La sensazione di disgusto era quasi piacevole. Rilassante. Sensoriale. Qualcosa di umido e ruvido mi colpì sul viso. Scivolò su di esso, bagnandolo con una sostanza appiccicosa e umidiccia. Aprii gli occhi. La lingua rosea-violacea scivolava avanti e indietro sulle mie guance, sui miei occhi.”
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July 20th, 2010
“Cucinare era per me come pregare. La cucina stessa era la vera essenza della preghiera. Era la preghiera con cui auguravo amore eterno a mia madre e a Shuiki. Era la preghiera con cui esprimevo somma gratitudine a Hermès e al suo sacrificio. Era infine la preghiera rivolta al dio della cucina, che mi permetteva di cucinare sempre con ineguagliabile gioia. Non mi ero mai sentita così felice in vita mia. [...]
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July 6th, 2010
“C’è una terra che si protende dal collo sottile dell’istmo di Kra delicata come la testolina di un uccello, e forma la metà di un paese chiamato Malaysia. E’ una terra senza primavera senza estate senza autunno senza inverno. Può capitare una giornata impercettibilmente più umida o più secca, ma sono perlopiù calde, umide, luminose, brulicanti di pigra vita tropicale, che porta a interminabili pause tè e folli corse attraverso la città premendo il clacson per arrivare a casa prima dell’acquazzone pomeridiano. Sono queste le piogge più consuete, sferzanti cordoni d’argento che allagano i campi da gioco e costringono gli impiegati degli uffici a raggiungere a guado le fermate degli autobus con le scarpe ridotte a secchi. Furiosi e melodrammatici, i rovesci pomeridiani provocano ingorghi spaventosi, per il fumo nero dei camion e lo stridore dei freni degli scuolabus, e allo stesso tempo bellissimi: con le sinuose strisce di giallo acqueo disegnate ininterrottamente dai fari, con i riflessi dei lampioni azzurrini nell’improvvisa fioritura di pozzanghere, con la fluorescente malinconia dei chioschi deserti lungo le strade. Sembra che ogni giorno inizi con una fiammata e finisca con questi diluvi, così che il passato, il presente e il futuro scorrano insieme in un perenne fiume indistinto.”
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June 17th, 2010
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